Bauman. Cosa si deve imparare dall’insuccesso storico della sua lezione

Il sociologo alla fine ci ha offerto una diagnosi cruda – tremenda – dell’irreparabilità della distruzione sociale operata da un capitalismo lasciato alla sua foia nichilista

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Zygmunt Bauman è morto pochi giorni fa, a novantun anni. Il sociologo, teorico della “società liquida”, ci lascia una lettura della fine della società che dovrebbe interrogare tutti. Non solo la “sinistra”. Certo, in Italia, stante la debolezza dei nostri fondamentali e del conformismo, ciò che è stato un dramma per la sinistra europea è divenuto una farsesca tragedia, declinata nella mutazione Pci-Pds-Ds-Pd.

Ma in buona parte di Europa, in quest’ultimo quinquennio, ciò che rimane delle grandi tradizioni socialiste e socialdemocratiche – il pensiero va alla Francia e alla Germania – è stato schiacciato sotto il tacco chiodato dell’ordoliberalismo merkeliano e immolato sull’altare della barbarie sacrificale dell’austerity: per la sinistra europea o c’è stato il semplice allineamento con l’establishment, o la totale marginalizzazione, come fenomeno “protestatario” folkloristico.

Due anni fa, quando è uscito il libro Babel, in cui Ezio Mauro dialogava con Zygmunt Bauman, è stato facile per Giuliano Ferrara prendersi gioco di questa perfetta iconostasi della decadenza della sinistra: il grande maître à penser assieme al direttore di quello che diverrà l’house organ del Pd renziano – nemmeno la consueta cattiveria dell’Elefantino supera in ferocia l’autoironia implicita in questa paradossale giustapposizione. Ma non sono d’accordo con Ferrara. Perché Bauman, alla fine, ci ha offerto una diagnosi cruda – tremenda – dell’irreparabilità della distruzione sociale operata da un capitalismo lasciato alla sua foia tecno-nichilista: in questo nuovo tempo qualunque cosa ti venga tolta, ti è tolta per sempre.

Questa “irreparabilità” della distruzione operata dal neoliberismo estremo di qualsiasi istituzione sociale, dal diritto del lavoro al welfare, dalla sicurezza personale alla famiglia, è in realtà una intuizione profondamente cristiana, e costituisce quella prescienza sul futuro della società umana che si chiama Apocalisse. Ed è per questo che il pensiero di Bauman e della “sinistra vera” va criticato non per l’acutezza della sua pars destruens, ma nella sua virtuale assenza di una credibile pars construens.

Un pensiero che ti presenta l’Apocalisse senza la speranza di una Parusia ti consegna alla follia. Ciò che si dovrebbe forse imparare dal sostanziale insuccesso storico della pur grande lezione di Bauman è che ciò che pare irreparabile sul piano di una visione materialistica dell’evoluzione della storia, potrebbe essere solo una grottesca sagoma di cartone, il cui spauracchio viene ingigantito solo dalla paura della nostra libertà e della nostra responsabilità.

Foto Ansa

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