Armi, dollari e tanta ipocrisia. Cosa svela la crisi dell’estate tra sauditi e Canada

Se la contesa diplomatica permette di comprendere la vera natura dittatoriale della monarchia assoluta, aiuterà anche a saggiare la solidità dei principi sbandierati dal governo Trudeau

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Lo scontro a suon di dichiarazioni e ritorsioni tra Arabia Saudita e Canada è senza dubbio la “guerra diplomatica” dell’estate e se da una parte permette di comprendere la vera natura dittatoriale e l’ipocrisia della monarchia assoluta, dall’altra aiuterà di saggiare la solidità dei principi sbandierati dal governo del primo ministro Justin Trudeau.

TWEET GALEOTTO. Tutto è cominciato la settimana scorsa quando Chrystia Freeland, ministro degli Esteri del Canada, ha pubblicato su Twitter con sorprendente leggerezza un messaggio chiedendo il «rilascio immediato» di Samar Badawi, attivista saudita incarcerata da settimane e il cui fratello Raif, famoso blogger condannato nel 2012 a 10 anni di carcere e mille frustate,  ha una moglie che ora vive in Canada. «Il nostro Paese sta con la famiglia Badawi in questo momento difficile e per questo continuiamo a chiedere a gran voce il rilascio immediato di entrambi». Freeland, colta dalla sindrome di Donald Trump, non ha pensato che Twitter non è il luogo più adatto dove portare avanti delicate battaglie diplomatiche legate ai diritti umani, soprattutto se c’è di mezzo un paese potente e permaloso come l’Arabia Saudita, e ha cinguettato allegramente scatenando la reazione del regno islamico ultraconservatore.

LA REAZIONE SAUDITA. Riyad ha risposto sparando ad alzo zero e prendendo una serie di misure assolutamente sproporzionate: prima ha criticato le «interferenze» canadesi, lamentando la «violazione della sovranità» e ricordando che l’Arabia Saudita non ha mai «interferito nelle questioni interne di altri paesi» (sic). Poi è passata dalle parole ai fatti: ha cacciato l’ambasciatore canadese e richiamato il proprio, ha interrotto i voli della compagnia di bandiera verso Toronto, ha ordinato ai 15 mila studenti sauditi in Canada di tornare immediatamente indietro e ha organizzato lo spostamento di tutti i pazienti sauditi presenti nelle cliniche canadesi in altre strutture al di fuori del paese.
GLI USA SI SFILANO. Il Canada, che non si aspettava una reazione così veemente, ha quindi cercato di abbassare i toni, chiedendo un aiuto di mediazione agli Stati Uniti. Washington, che da mesi litiga con Ottawa per firmare un accordo commerciale bilaterale «vantaggioso», ne ha approfittato per ricordare a Trudeau quanto sia importante avere un amico a stelle e strisce, e ha risposto picche: «Questo è un problema che le parti devono risolvere per via diplomatica insieme. Noi non possiamo fare niente», ha affermato Heather Nauert, portavoce del dipartimento di Stato. Anche per il ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubeir, «non c’è proprio niente da mediare. Il Canada ha commesso un grave errore e gli errori devono essere corretti».
CONTRATTI IN BILICO. Per ora il governo canadese tiene duro e insiste che difenderà «sempre i diritti umani in Canada e nel mondo, soprattutto delle donne», come ribadito dal ministro Freeland, ma Trudeau (che in materia ha qualche piccola molestia da farsi perdonare) sta cominciando a sudare freddo temendo che Aramco possa interrompere i rifornimenti di petrolio al Canada e soprattutto che i reali blocchino il contratto di acquisto di armi canadesi per un valore di 15 miliardi. Vedremo se Ottawa terrà duro e speriamo lo faccia visto che, in linea di principio, la sua battaglia è assolutamente legittima, essendo la doppia incarcerazione dei Badawi uno scandalo.
GUAI PER MBS. La reazione saudita dimostra anche la vera faccia dittatoriale del Regno, che non ammette critiche, e svela l’ipocrisia del principe più in voga del momento, Mohamed bin Salman (Mbs), che da un lato permette ai sauditi di andare al cinema e alle donne di guidare, guadagnandosi l’applauso liberale di tutti i media del mondo, dall’altro incarcera senza accuse attivisti, oppositori e in linea generale chiunque non approvi il suo operato e abbia il coraggio di dirlo ad alta voce. La contesa diplomatica con il Canada non fa bene alla sua immagine di riformatore e chissà che non serva come campanello d’allarme ai media che vedono il principe ereditario come un nuovo profeta.
«ISIS CHE CE L’HA FATTA». Un capitolo a parte, infine, va dedicato all’espressione scritta nero su bianco dal governo saudita per rintuzzare il Canada: «Non abbiamo mai interferito nelle questioni interne di altri paesi». Forse i reali si sono dimenticati che, per tacere della questione siriana, dal 2015 l’esercito saudita ha invaso lo Yemen, bombardandolo senza rispetto per la popolazione giorno e notte (solo nell’ultimo raid di ieri su un mercato sono morti 39 bambini), causando la morte di 10 mila persone, i tre quarti civili, e finanziando con milioni di dollari la fazione più potente di Al Qaeda, quella yemenita (Aqap), per vincere più facilmente la resistenza dei ribelli sciiti Houthi, appoggiati dall’Iran. Un’interferenza ben più grave di quella canadese. E cosa dire del messaggio comparso pochi giorni fa sul profilo Twitter di una società governativa saudita, che ritrae un aereo dell’Air Canada puntato sullo skyline di Toronto? L’immagine a molti ha ricordato gli attacchi dell’11 settembre agli Stati Uniti e non bisogna dimenticare che 15 dei dirottatori erano proprio sauditi. In fondo, come ricordava causticamente lo scrittore algerino Kamel Daoud: «L’Arabia Saudita è un Isis che ce l’ha fatta».

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