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Quando in Arabia Saudita verrà costruita una chiesa, crederemo al principe “riformista”

marzo 11, 2018 Leone Grotti

L’erede al trono di uno dei regni più illiberali al mondo arriva in Occidente per sedurlo con qualche concessione alle donne e fare affari. Ma in patria ogni libertà viene calpestata nel nome della sharia

Mohammed bin Salman, erede al trono dell’Arabia Saudita, ha concluso venerdì la tappa londinese del suo primo programma di visite ufficiali all’estero. Il principe, tra un affare miliardario e un contratto petrolifero, non sta solo cercando di ottenere le condizioni migliori in vista del prossimo lancio dell’offerta per quotare in Borsa il 5 per cento di Aramco, la compagnia petrolifera saudita, la più grande al mondo. Gli obiettivi di Mbs (è lui a siglarsi così) sono due: mostrare all’Occidente la faccia pulita e liberale del Regno e cercare di convincerlo che sia quella vera. Trattandosi dell’Arabia Saudita, uno dei paesi più illiberali al mondo, non sarà facile.

LA VISIONE DEL PRINCIPE. Il principe, bisogna dirlo, ci sa fare. Ha cominciato a conquistare le prime pagine dei giornali due anni fa, quando ha lanciato il piano “Saudi Vision 2030”, che ha lo scopo di affrancare il Regno dalla dipendenza dal petrolio, che rappresenta il 46% del Pil nazionale, l’84% delle esportazioni e l’87% delle entrate fiscali. Il piano mira appunto ad aumentare le esportazioni non petrolifere e l’incidenza del settore privato sul Pil dall’attuale 40 al 65% entro il 2030. Obiettivi fantascientifici, da raggiungere grazie ai 100 miliardi che spera di ottenere quotando in Borsa Aramco.

PIÙ LIBERTÀ PER LE DONNE. Con l’intento dichiarato di liberalizzare il Paese islamico ultraconservatore, Mbs ha piazzato due colpi ad effetto: prima ha annunciato che a partire dal giugno di quest’anno le donne potranno guidare l’automobile, gesto attualmente punito con 10 frustate. Poi ha stabilito che le donne potranno assistere a manifestazioni sportive in tre stadi del Regno saudita e aprire delle imprese in determinati settori anche senza l’approvazione di un uomo. In più ha garantito la futura apertura di cinema e teatri. Con queste poche mosse, il futuro re ha già ammaliato l’Europa visto che i giornali hanno cominciato a chiamarlo “riformista”.

LOTTE DI POTERE. Mentre i suoi annunci echeggiavano in tutto il mondo, a giugno 2017 veniva nominato a sorpresa prossimo erede del re Salman, scalzando un suo cugino, epurato per l’occasione, oltre ad accumulare le cariche di vicepremier, ministro della Difesa e presidente del Consiglio per gli Affari economici. Il principe è diventato così potente da lanciare a novembre con successo un’inedita campagna anticorruzione, facendo arrestare principi e ministri, oltre ad altre decine di persone. Dopo averli rinchiusi per mesi in lussuose camere a cinque stelle del Ritz Carlton di Riyad, tutti (o quasi) hanno “volontariamente” ammesso le proprie colpe e restituito allo Stato beni per un valore complessivo di 100 miliardi di dollari. Se si considera che il principe non ha ancora compiuto 33 anni, non si può certo dire che gli difetti l’ambizione.

PRIMA L’EGITTO. Dopo aver sistemato avversari e critici in casa, è partito all’estero per sedurre il mondo. Prima di arrivare a Londra, ha fatto visita (4-6 marzo) al suo alleato di vecchia data, l’Egitto, dove è stato accolto con tutti gli onori dal presidente Abdel Fattah al-Sisi. Al Cairo ha firmato accordi per decine di miliardi di dollari e non si è lasciato scappare l’occasione di una photo opportunity con il “Papa copto” Tawadros, con il quale ha visitato la cattedrale di San Marco. Non è la prima volta che il principe cerca di veicolare l’immagine di un Paese più tollerante dal punto di vista religioso: a novembre, infatti, aveva ricevuto a Riyad il patriarca di Antiochia dei maroniti Béchara Boutros Rai. Non era mai accaduto che i sauditi invitassero un patriarca.

TAPPETO ROSSO DAGLI INGLESI. Nella capitale inglese, Mohammed bin Salman ha incontrato la regina e le autorità statali, che gli hanno steso un bel tappeto rosso. Al di là dei convenevoli di rito, il principe cercherà di attrarre investimenti e imprese inglesi in Arabia Saudita, oltre a firmare accodi per portare a 100 miliardi di sterline gli investimenti sauditi in Gran Bretagna. Il viaggio del futuro re terminerà negli Stati Uniti, dove dovrebbe arrivare il 19 marzo per cementare il già saldo rapporto con gli americani. Nonostante la sua innegabile bravura nel vendere il “sogno saudita”, non è tutto oro quel che luccica.

DISASTRO YEMEN. Mbs è infatti un principe dispotico che ha lanciato una disastrosa campagna di bombardamenti in Yemen nel 2015, la quale ha portato alla completa distruzione del paese. Con l’obiettivo di contrastare una rivolta appoggiata dall’arcinemico sciita dell’Iran, i sauditi hanno causato la morte di quasi diecimila persone, soprattutto civili, e ora 20 milioni di abitanti hanno bisogno di assistenza umanitaria, senza contare che è scoppiata la peggiore epidemia di colera della storia dell’umanità.

#METOO NON PERVENUTE. Tutto questo alla premier Theresa May e al presidente Donald Trump non interessa, perché con i sauditi si fanno affari d’oro. Poco importa anche che l’Arabia Saudita sia tra i principali esportatori del terrorismo islamico, oltre che rinomata per reprimere le più basilari libertà dei cittadini. Anche le recenti concessioni alle donne non sono altro che uno o due anelli in meno nella catena religiosa che le imprigiona (a proposito, il movimento #MeToo non ha niente da dire in questo caso?).
Mbs, dicevamo, è furbo. Giovedì scorso ha incontrato a Londra l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, secondo cui «il principe si è preso a cuore la promozione del dialogo inter-religioso nel Regno». L’arcivescovo continua affermando di avergli fatto notare però che i cristiani non possono professare la loro fede in Arabia Saudita. Risposta del principe? Nessuna, al di là di un grande e bellissimo sorriso.

«LE CHIESE VANNO DISTRUTTE». Ecco, non basta farsi fotografare con qualche patriarca o cardinale per cancellare la realtà di un Regno e una cultura ben rappresentati da queste parole pronunciate dal Gran Muftì saudita: «Tutte le chiese all’interno della Penisola arabica devono essere distrutte». L’Occidente troverà sempre ottimi motivi per fare affari con i sauditi, ma se il principe vuole venderci la favola di un Paese liberale, dovrà impegnarsi di più oltre a permettere alle donne di prendere la patente. Consentire ai cristiani di pregare e costruire chiese è un esempio. Ma anche smettere di decapitare e crocifiggere pubblicamente i criminali nel nome della sharia sarebbe un bel segnale.

Foto Ansa

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