La lezione di Antonio, pescatore, tre stanze, cinque figli. E altri cinque raccolti per strada

Padre Gheddo racconta l’esempio semplice e straordinario di una famiglia «piena di vita di fede» nel Mozambico devastato dalla guerra civile

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Padre Piero Gheddo tra i profughi ad Harare - Zimbabwe

L’ultima settimana di maggio l’Italia ha salvato in mare 13.000 migranti. Le strutture di accoglienza sono al collasso, si pensa di mandare 70 migranti per provincia. Comunque è una grave emergenza nazionale. Nei miei viaggi di visita alle missioni ho già visto situazioni simili. Ne racconto una, solo per dare un’idea dell’abisso che esiste fra la nostra Europa, colta e democratica e l’Africa più povera, ricca solo di umanità.

Nel 1991 ero nel Mozambico indipendente dal 1975, disastrato dalla guerra civile: sparatorie, posti di blocco, attentati terroristici, villaggi bruciati, profughi in fuga. Ma ho potuto visitare quattro diocesi: Maputo (con i Missionari della Consolata), Beira (con i Padri Bianchi), Quelimane (con i Dehoniani), Nampula (con i Comboniani) e parecchie missioni dell’interno.

A Beira, la seconda città del Mozambico, il padre bianco francese di cui ero ospite mi dice che i suoi cristiani sono gente semplice, ma hanno una fede molto viva. E mi fa incontrare uno dei suoi catechisti, Antonio Macuse, responsabile della comunità cristiana di un quartiere lungo il mare. È un padre di famiglia con cinque figli che fa il pescatore in una cooperativa, sua moglie è l’infermiera del quartiere, anche lei credente. Due giovani pieni di vita e di fede.

Antonio mi dice: «Siamo in guerra da molti anni e una delle piaghe della nostra città sono i bambini abbandonati, i “meninos da rua”, bambini di strada: non hanno più nessuno, né casa, né genitori. Vivono alla giornata, mangiano e dormono quando e dove possono». Gli chiedo quanti sono e risponde: «A Beira parecchie migliaia, su un milione circa di abitanti. Ma la nostra gente è buona, le famiglie sono accoglienti: hanno poco, ma quel poco lo distribuiscono volentieri. I “meninos da rua”, che in genere vengono dalla campagna, dai villaggi bruciati o assaltati dalla guerriglia, prima o poi riescono a trovare una famiglia che li accoglie. Io ho già cinque figli, ma, d’accordo con mia moglie, ne abbiamo presi altri cinque. Come si fa a lasciare un bambino per strada?».

Antonio parla con grande naturalezza, come si trattasse di un fatto normale. Mi porta a vedere la sua abitazione: tre stanze più la cucina, i servizi e un balcone, in un palazzo a molti piani, costruito al tempo dei portoghesi ma già fatiscente. Mi pare impossibile che riescano a dormire in 12, ogni notte, in quelle tre stanze. Ed anche mangiare tutti i giorni.

«Padre – mi dice Antonio – il Signore è buono ci ha sempre aiutati. Tanti ci aiutano anche per portare i bambini a scuola e sostituirci in casa quando siamo fuori per lavoro, ma senza l’aiuto della Caritas parrocchiale, non potremmo farcela. Oggi l’educazione dei miei cinque figli più grandicelli (la prima ha 16 anni) è più facile. Si sentono responsabili anche loro di questi nuovi fratellini e sorelline. Insegniamo a tutti le preghiere cristiane e preghiamo assieme a loro».

Nella casa di Antonio e Maria c’è il letto matrimoniale e due altri letti, dove dormono i maschietti e le femminucce più piccoli. Da sotto questi due letti, Antonio tira fuori le stuoie di paglia che stende per terra anche nel corridoio. «Ciascuno ha il suo letto e la sua coperta – dice – e sono tutti al riparo dalla pioggia».

In Mozambico, una delle parole portoghesi più usate è “partilhar”, che significa “condividere”, farne parte a tutti. È il Vangelo tradotto in pratica, che diventa vita. L’ho sperimentato in varie circostanze. Ad esempio, se dai una caramella a un bambino, quello va subito a cercare il fratellino o l’amichetto per farne succhiare un po’ anche a lui.

Ho pensato spesso, durante il viaggio in Mozambico, che l’Africa, il continente più povero e primitivo, è la riserva di umanità che Dio ha preparato per questo nostro tempo e sta offrendola a noi, popoli ricchi, più colti, più produttivi, più tecnicizzati, ma tanto aridi e dal “cuore duro”. La fede dei semplici, se diventa esemplare anche per noi, ci può salvare.

Tratto dal blog di padre Piero Gheddo

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •