La preghiera del mattino di Lodovico Festa
L’anomalo potere della magistratura iperpoliticizzata
Su Strisciarossa Michele Ciliberto scrive:
«Da decenni ormai assistiamo nel nostro Paese al declino della democrazia rappresentativa per una pluralità di responsabilità che riguardano certamente anche le forze riformatrici, che non sono riuscite a individuare soluzioni e proposte in grado di costituire quella che è la linfa vitale di una democrazia di quel tipo, cioè la partecipazione dei cittadini alla vita delle istituzioni. La rottura del nesso fra governati e governanti è il fondamento del populismo, e non aver agito su questo piano è stato uno dei limiti di fondo delle forze di sinistra. Le forze politiche della prima Repubblica e la stessa democrazia rappresentativa hanno avuto come interlocutrici le masse, alle quali si sono progressivamente sostituiti prima il popolo, concepito in termini indifferenziati e poi la folla, che come è noto va dietro alla forze che sono capaci di stimolarne in maniera più efficace gli istinti, i risentimenti, le rabbie, come è avvenuto appunto negli ultimi anni nel nostro Paese».
Ecco un ragionamento in gran parte condivisibile, che non coglie però come il punto centrale della rottura tra istituzioni e società sia avvenuto nel 1992/1993 quando si cambiò la Costituzione su quelle amnistie e autorizzazione a procedere che avevano pur rozzamente protetto le istituzioni della sovranità popolare dall’iperpotere di un’organizzazione corporativa della magistratura. Il problema fu che questo cambiamento (questo “toccamento” dell’”intoccabile” Costituzione) avvenne senza intervenire insieme sul suddetto iperpotere (nel frattempo anche iperpoliticizzato) dei togati. Una sinistra nelle maggior parte dei casi arrivata al governo non grazie al voto ma per iniziativa dei magistrati, ha innescato i meccanismi descritti da Ciliberto che non capisco per quale motivo chieda di votare no a una riforma Nordio che rimedia alla radice la situazione attuale denunciata appunto dallo stesso Ciliberto.
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Sul Sussidiario Niccolò Magnani scrive:
«Viene così delineata una struttura particolarmente critica in Direzione Antimafia negli anni della gestione De Raho: non si tratta di superficialità nel non aver vigilato attentamente su quanto compiuto sul fronte dossieraggi, ma semmai un protagonista – l’attuale parlamentare M5s – che avrebbe “adottato o controfirmato provvedimenti organizzativi sulle Sos”, e dunque in piena consapevolezza “delle prassi irregolari in uso nel suo ufficio”. Il gruppo che gestiva le Sos (segnalazioni di operazioni sospette) era gestito dal procuratore Laudati con braccio operativo proprio Striano, ed entrambi agivano in maniera ben nota all’ex procuratore nazionale della DNA. Nella relazione viene motivato questa accusa molto grave, portando come prova gli appunti e i vari atti prodotti dal gruppo di lavoro che giungevano sulla scrivania di De Raho. «Lui sapeva ed è difficile sostenere il contrario», conclude la relazione della Commissione contro cui si è scagliata parte della sinistra parlamentare. Il procuratore e parlamentare 5Stelle risponde per le rime alle accuse formulate nella relazione siglata da Colosimo, e parla di una deriva “antidemocratica” da mettere assieme alla nuova riforma della giustizia in votazione tra un mese nel Referendum 2026. Sostenuto da Pd e AVS, oltre che dai propri colleghi M5s, De Raho accusa la Commissione Antimafia di lavori “faziosi” e di ricostruzioni “inaccettabili dal punto di vista democratico”. Eppure ben prima dei riflettori puntati dal mondo di centrodestra sull’ex procuratore – a seguito dello svelamento sul sistema di dossieraggi contro elementi e figure vicine al Governo Meloni, tanto in FdI quanto soprattutto nella Lega (il partito più spiato dalle Sos di Striano) – erano state le indagini della Procura di Perugia, e ora da quella di Roma, a cercare gli eventuali “mandanti” di quel numero abnorme di dossier prodotti negli scorsi anni. Per il Pd è in corso un “manganello politico” contro le opposizioni, sebbene in Italia Viva (con Raffaella Paita, ndr) si mette in evidenza che in passato il dossieraggio di Striano sia partito addirittura contro Matteo Renzi».
Liberare dalla politicizzazione gli eroici magistrati che indagano e giudicano (spero finalmente veramente separati) la mafia, consentirà loro di indagare di più sui criminali e meno sui leghisti.
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Su Dagospia da un articolo di Rino Formica su Domani:
«Ecco perché oggi bisogna avere l’onestà e la fedeltà alla Carta Costituzionale per poterla spiegare per la funzione che ebbe: recuperò la funzione dell’armonia nei rapporti tra gruppi civili e sociali, religiosi, culturali, rifondò e rafforzò le istituzioni rappresentative e soprattutto seppe recuperare i principi che si fanno democrazia, che si fanno vita di tutti, l’anima. Questo è il nostro compito, da esprimere con nettezza e schiettezza. Dunque va detto con onestà: vi hanno parlato di riforma, di giustizia, anche nei suoi aspetti alcuni miserabili, il sorteggio, le corporazioni interne. Vi hanno ingannato. Votare per il Sì non è una minaccia per cambiare la Carta costituzionale ma è già un atto di cambio istituzionale dell’assetto democratico repubblicano del paese. Votare No non è un gesto antimeloniano di pura formalità ma è la condanna popolare dello scempio in atto nel funzionamento degli organi costituzionali».
Un ex lucidissimo politico italiano, probabilmente logorato dal senso di colpa perché dopo il 1992 non ha difeso seriamente il proprio leader cioè Bettino Craxi, dice cose insensate sulla Costituzione che è stata cambiata tra il 1992 e 1993 (amnistie e autorizzazione a procedere) senza che fosse toccato l’anomalo potere – in una grande liberaldemocrazia – di una magistratura organizzata (non per nulla dal fascismo) in modo corporativo.
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Su Open Cecilia Dardania scrive:
«C’è una nuova verità medica e scientifica sulla morte di David Rossi, il capo della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena precipitato dalla finestra del suo ufficio il 6 marzo 2013. Secondo la perizia del medico legale Robbi Manghi e del tenente del Ris Adolfo Gregori, consulenti della Commissione parlamentare d’inchiesta, le ferite sul volto del manager sono “compatibili con una pressione del viso e della testa esercitata da terze persone contro la sbarra di sicurezza o il telaio in legno della finestra”. Si tratterebbe di un omicidio, dunque, e non di un suicidio come a lungo si è sostenuto».
Ecco un ennesimo caso in cui non avendo diviso la magistratura tra giudicanti e inquirenti, si configura un ruolo strapotente del pm che non si cura dei particolari delle proprie indagini anche perché grazie all’attuale autogoverno correntizio della magistratura (autogoverno che peraltro quando saranno separati i giudicanti dagli inquirenti dovrà comunque essere indipendente dalla politica), si confonde l’indipendenza con l’irresponsabilità. Addavenì la riforma Nordio!
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