Ancora coprifuoco: la discontinuità Conte-Draghi è solo narrativa

Sull’emergenza Covid-19, l’attuale governo è in perfetta continuità con il precedente: scarica le proprie incapacità sui cittadini “irresponsabili”

Mario Draghi

Il governo Draghi gestisce in perfetta continuità con il precedente governo Conte la pandemia Covid-19. Questo è il desolante dato di fatto. Che induce diversi pensieri.

Se di Conte ero profondamente critico per il “tradimento” rispetto a ogni regola di crisis management, non posso che essere altrettanto critico con Draghi e il suo contorno. O meglio: la gestione conferma il vecchio assunto per cui una emergenza offre tutte quelle opportunità conseguenti un mutamento rapido non richiesto. Il che significa, nello specifico, che l’opportunità è stata colta se non per gestire la crisi con efficacia nei confronti delle vittime, certamente per orientare le conseguenze per l’interesse di chi si è alternato alla responsabilità di governo. Dunque, il risultato operativo è negativo e colpevole per entrambi.

Una discontinuità solo narrativa

Infatti, la discontinuità Conte-Draghi si è manifestata sul piano della narrativa: sia quella mediale, con un mainstream che si è rapidamente riallocato a servire il “turnista”, sia quella istituzionale, che ha mimetizzato la continuità con il cambio di rappresentazione del primo ministro (nei gesti, nella postura, nell’atteggiamento…). Il Parlamento, d’altra parte, ha continuato a fare il nulla, scambiando alcune poltrone o seggiole o divani tra gli habitués.

In sostanza, la discontinuità di persone e sigle è stata un’apparenza, non determinante alcun cambio di passo operativo, dimostrando come la politica (quella seria del dialogo e del confronto) sia ormai sparita alla luce degli interessi condivisi tra tutti i banchettanti.

Il cittadino? Un irresponsabile

Ma soprattutto, non è cambiata la visione di governo che vede nel cittadino un irresponsabile non affidabile, e che non riconosce nella istituzione l’incapacità che la contraddistingue e che, dunque, la porta a scaricare sul cittadino stesso le sue incompetenze.

Perché questo è il coprifuoco: l’imposizione di un orario alle attività quotidiane. Perché questo è ogni limitazione di movimento personale. Perché questo è la chiusura degli esercizi pubblici.

Il vero significato dei divieti

Ciascuno dei divieti di cui sopra, ammettendo che impedisca pratiche significative per il contenimento del virus (questione che non affronto), implica contemporaneamente due ragioni.

La prima è che il cittadino non è in grado di autoregolarsi, assumendo quegli atteggiamenti responsabili che promuovono la sicurezza individuale e, di conseguenza, quella collettiva.

La seconda è che, considerata la prima ragione, le istituzioni non sono in grado di esercitare la conseguente necessità di controllo e repressione dei comportamenti devianti.

Più facile vietare che controllare

Le mie considerazioni non discutono la giustezza di quanto sopra né la legittimità dell’esercizio del potere – ammettiamo di essere tutti d’accordo sulle deleghe date in tal senso – ma tirano solo evidenti conseguenze operative.

Ai governi è stato semplicemente più facile vietare (ogni apertura, ogni spostamento) per mancanza di capacità a esercitare il controllo legittimo sul rispetto delle norme e per sfiducia nei propri cittadini.

Non credo si possa scappare da queste valutazioni.

Fine della cosa pubblica

È desolante, perché ancor più di ogni ruberia si (auto)sancisce una casta divina, di eletti narcisisti, che abbandona ogni responsabilità coscienziosamente assunta nei confronti dei propri cittadini: ben altro da loro!

E ancor più desolante perché la mala gestione della pandemia ha definitivamente ammazzato, insieme a tanti italiani, quel poco di governo della cosa pubblica che restava. È vero: il dopo non potrà essere più come prima. Il come sarà non è ancora stato deciso.

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Marco Lombardi, autore di questo articolo, è direttore del dipartimento di Sociologia e del centro di ricerca Itstime dell’Università cattolica del Sacro Cuore

Foto Ansa