«Anch’io, come Simone, ho trovato umanità dietro le sbarre. E così è nata l’associazione Papillon»

Dopo un’esperienza personale di carcerazione preventiva, Claudio Marcantoni si è messo ad aiutare i detenuti. Che non devono essere dimenticati

«Come sempre succede, l’idea di fondare Associazione Papillon Rimini mi è venuta dopo un’esperienza. Quella di 40 giorni di custodia cautelare fatti al carcere di Rimini, alla quale poi sono seguiti due mesi e mezzo di domiciliari. Quei 40 giorni lontani dalla mia famiglia, dai miei due figli, sono stati meno soli e disperati grazie proprio all’umanità trovata in cella. Esattamente come ha detto Antonio Simone, appena scarcerato». Così racconta la sua missione Claudio Marcantoni, presidente di una onlus che si occupa di carcerati, tra progetti e amicizie che nascono nel quotidiano.

Lunedì scorso è andato a trovare Piero Daccò, poco dopo che questo era stato condannato a dieci anni perla vicenda del San Raffaele.
Sì, io e l’onorevole Alfonso Papa siamo andati da lui al carcere di Opera in cui è rinchiuso. Daccò è in una cella da solo, e credo che questo incida molto sul suo benessere psicofisico; se già essere privati della liberà è difficile, lo è ancora di più farlo in solitudine. Sono sicuro che la sua fede lo stia sostenendo nei momenti più bui.

Quello stesso giorno aveva anche incontrato Antonio Simone, ora uomo libero.
Il suo carattere forte mi ha colpito, e sono convinto della sua innocenza, senza la sua grande fede, e la sua tenacia non sarebbe arrivato al fatidico 12 ottobre, giorno della sua uscita dal carcere di San Vittore. La carcerazione preventiva rimane sempre e comunque una tortura, in qualsiasi modo la si affronti. È un’immane sofferenza in cui non resta che aspettare, un limbo in attesa del giudizio. Queste sono le premesse che non si possono dimenticare, mai, una volta usciti. Non è che una volta fuori ci si può dimenticare degli altri rimasti dentro, ed è per questo che io e le altre persone che fanno parte dell’Associazione Papillon Rimini continuano a prestare assistenza nella casa circondariale della città.

Com’è nata l’attività?
Dopo la mia dura esperienza, mi sono messo in contatto con l’onorevole Papa e i radicali, perché sapevo del loro interesse sull’emergenza carceri, gli unici oltre a voi di Tempi ad occuparsene. Noi quindi abbiamo deciso di portare assistenza non solo ai detenuti, con incontri, conferenze e attività varie, ma anche ai familiari, improvvisamente privati della presenza di un loro caro. Poi aiutiamo chi ha finito di scontare la pena a trovare un lavoro, c’è sempre qualche imprenditore che offre lavoro o si presta in questo senso a fare colloqui.

Quanti siete impegnati?
Siamo 25 a Rimini. Spesso pensando alle nostre attività mi viene anche da contare la polizia penitenziaria, che trovo veramente collaborativa. Qualche agente ha anche partecipato allo sciopero della fame fatto in carcere, qualche mese fa. Il prossimo venerdì, siccome è il mese della famiglia, qui a Rimini, terremo l’incontro “Genitorialità tra figli e persone in carcere”, e siamo orgogliosi di questo. Lo scorso mese abbiamo tenuto invece un incontro con Lele Mora, sempre per parlare di quella tortura che è la carcerazione preventiva. Al di là degli incontri, sono tanti i progetti che ci stanno a cuore e che vorremmo portare avanti. Si va dalla collaborazione con un canile, di modo da tenere l’eventuale animale del detenuto in contatto con lui, e allo stesso tempo aiutare la struttura con lavori, a un laboratorio teatrale, fino a cercare di proporre alla grande distribuzione i prodotti fatti dai carcerati nella casa circondariale. E naturalmente la lotta per l’amnistia, che non si ferma mai.