L’amica venditrice di balocchi usati che incontrò il piccolo principe

Alla bancarella piena di giocattoli usati di un gruppo di svitatissime mamme quarantenni, ad un certo punto si avvicina un bambino

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Quelli nati come me, un po’ prima del miracolo economico e del baby boom, e che han fatto il ’68 in quinta elementare, per carità, non han fatto la fame. Né la rivoluzione. La famiglia faceva qualche sacrificio. Ti compravano il grembiule nero per la scuola e la mamma ti chiedeva: «Lo prendiamo di una misura in più che ti fa due anni?». E tu, che nello specchio ti vedevi come un mini don Bosco in abito talare, non avevi il coraggio di dirle di no.

L’altra domenica, in un quartiere che una volta era detto il Bronx, ma che oggi è una periferia assai meno sporca e maleducata del centro storico della nostra città, era gran festa di bimbi. Un gruppo di svitatissime mamme quarantenni – non chiedetemi, per piacere, se vanno tutte a Messa – ha da tempo aperto una biblioteca per i bambini e una ludoteca. Da volontarie, nel tempo libero. Per finanziare l’ormai avviata impresa raccolgono e vendono, a prezzi stracciati, una montagna di giocattoli usati.

La bancarella annuale è un appuntamento segnato sul calendario: i maschietti e le femminucce, elettrizzati, vocianti, eccitati, paonazzi e sudati, che frugano in quei cesti pieni di dinosauri, di peluche, di giochi di società, di mattoncini Lego come cornucopie traboccanti, hanno spesso tirato giù dal letto i genitori all’alba. Poco importa se spesso, fra quei balocchi, ci sono gli stessi giochi scartati e conferiti alla bancarella: lo sguardo desiderante di un bimbo tutto trasforma.

Alla bancarella si avvicina un bambino che non è vestito come gli altri. Porta indumenti ordinati e puliti, sì, ma come erano quelli, una volta, degli operai nei giorni di festa. È un po’ più alto, allungato in quell’età dove non si è né carne né pesce. Contempla estasiato e ansioso, se le rigira fra le mani, tre piccole trottole di legno. Chiede timidamente a una delle mamme venditrici quanto costano. E tu, santa mamma, cara amica, nell’imbarazzo, di fronte a quello sguardo che quasi non osa sperare, di fronte a quel bimbo immigrato che potevi umiliare per sempre, regalando, azzardasti un giusto prezzo: cinquanta centesimi. L’ometto ripose allora le tre trottole e si avviò, a spallucce ricurve, a riferire alla mamma che l’attendeva discosta dalla festa. Tu pregavi, torna, torna, torna. Ed ecco si parlano, egli si rigira, ritorna indietro, è una marcia trionfale, i cinquanta centesimi che brillano come oro, un sorriso come mai ne rivedrai più di eguali, cara amica mia. Ora non è più un bimbo immigrato ma un vero piccolo principe del deserto, che va incontro in alta uniforme a Saint Exupéry (senza trattino, rigorosamente), al solito appiedato in un suo ennesimo incidente aviatorio, e gli chiede: «Indovinate, dunque, quanto costano queste tre trottole?».


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