Ambrogini di latta
Sapete qual è l’indicatore più certo della decadenza di Milano? I prezzi delle case? La telenovela della vendita di San Siro? L’affaire urbanistica? Macché. Puntate sull’Ambrogino d’oro e non sbaglierete.
Da quasi un secolo ormai, il povero sant’Ambrogio il 7 dicembre, e sì che dovrebbe essere la sua festa, viene preso e portato a campeggiare sul fondo di sala Alessi a Palazzo Marino, per la consegna delle onorificenze che celebrano il suo nome.
Che io sappia, è forse l’unico santo condannato allo strabismo, obbligato com’è ogni anno a girare vorticosamente gli occhi a destra e sinistra quasi si trovasse a Wimbledon davanti a un match di Sinner. Già, perché, se lo schieramento meneghino di centrosinistra propone una candidatura per l’onorificenza, ecco che il centrodestra sbatte sul piatto una contro-candidatura di centrodestra. È stata la cronaca di questi mesi: “Ah sì, tu mi provochi con una proposta di onorificenza alla Flotilla? E beccati ’sto Trump!”. “Tu cannoneggi con Jasmine, la lavoratrice della Scala che aveva gridato Palestina libera in occasione della visita della Meloni? Eccoti un siluro marca Sgaraglia, il prefetto che ha sgomberato il Leoncavallo ad agosto”.
Insomma, è tutto un fuoco d’artificio di destra-sinistra, sinistra-destra. E pazienza se, come recita lo statuto, dovrebbe essere candidato chi abbia giovato a Milano «sia rendendone più alto il prestigio attraverso la sua personale virtù, sia servendone con disinteressata dedizione le istituzioni». Trump e la Flotilla, appunto.
Una comunità civica
Non è sempre stato così. Ci sono stati anni in cui il senso del decoro prevaleva e, diciamo grossomodo a tutti gli anni Ottanta, più che la contrapposizione delle candidature contava il peso e il prestigio con cui si era onorato e servito la città di Milano.
La china del degrado si è fatta vertiginosa dalla metà degli anni Novanta in avanti. Fino ad allora l’assegnazione dei riconoscimenti veniva approvata dalla giunta, su proposta del sindaco, accogliendo e vagliando le candidature avanzate da partiti politici, associazioni, istituzioni e semplici cittadini.
Fosse che il vertice istituzionale sentisse il peso del proprio ruolo, fosse che erano altri tempi e che tutti sentissero di appartenere a una comunità civica più grande delle proprie scelte di parte, fatto sta che la cerimonia degli Ambrogini era il momento in cui tutta la città si riconosceva.

Quando è cominciata la guerra
Da quegli anni, il disastro. La competenza passa in mano al Consiglio comunale ed è subito terreno di caccia delle orde partitiche. Ogni benemerenza uno scalpo, scaramucce, agguati, feriti, dispersi, attacchi e ripiegamenti. Mentre fuori la città viveva tranquillamente la propria vita, lì, dentro le aule del palazzo, insigni signori, fior di professionisti, politici di risulta, consumavano la più inutile della guerra dei bottoni.
Artefice di quel bel capolavoro, duole dirlo, fu un avvocato della destra democristiana, Massimo De Carolis, ex enfant prodige della maggioranza silenziosa. Di silenzioso in lui c’era solo il lavorio continuo e indefesso con cui scavava per aumentare il proprio di prestigio. E, da presidente del Consiglio comunale, pensò bene di apparecchiarsi nel piatto la designazione degli Ambrogini. Vedere arrivare in Consiglio gli Ambrogini e vedere scatenarsi una guerra quale poi si vedrà solo in questi nostri anni disgraziati è stato tutt’uno.
I duellanti
L’anno horribilis della guerra degli Ambrogini fu il 2002. Quell’anno non si fecero prigionieri, solo morti. Destra contro sinistra. La candidatura di Francesco Saverio Borrelli diede il via a una serie di veti e controveti incrociati. La furia dei colpi e delle sciabolate fu tale che si decise di rifiatare e di non assegnare alcuna medaglia d’oro.
Ma tranquilli, come ne I duellanti, il film di Ridley Scott, con i due ufficiali napoleonici che si sfidano a singolar tenzone per tutta la vita, il 2002 fu solo una pausa, una tregua. Bastò aspettare un anno e già nel 2003 tornarono a incrociarsi le lame. Tu vai di fioretto con Ivan Ghitti? E io rispondo di sciabola con Gianfranco Miglio.
Beppe coniglio
E così, anno dopo anno, si è arrivati alla stanca sceneggiata di quest’anno con le comparsate di Trump e della Flotilla. Vedremo mai la fine della china? Preso nota del coraggio e del piglio con cui il sindaco Sala conduce le vicende milanesi (do you remember “Salva Milano” con contorno di urbanistica?) temiamo proprio di no.
A Bernardini de Pace che, scandalizzata per la candidatura marca Flotilla, aveva minacciato il sindaco di riconsegnare l’Ambrogino consegnatole nel 2015, Sala (che ha diritto di veto sulle candidature) non ha trovato di meglio che rispolverare l’antico vulnus e, vergognoso, spoilerare che non era stata colpa sua ma del Consiglio comunale.
Che è un po’ come quando alle elementari si diceva alla maestra che non eravamo stati noi a tirare i capelli alla bambina davanti, ma il nostro compagno di banco. Sala insomma, un po’ sindaco, un po’ coniglio, un po’ spia.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!