Alle colonne d’Ercole

Illusi e già delusi da Trump e Le Pen, scampati al trappolone della legge elettorale, Berlusconi, Salvini e Meloni hanno l’ultimo tempo supplementare per tentare l’impresa

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Che ci sia ancora una destra è evidente. Se fino a poche settimane fa tutti giuravano che il cleavage secolare che contrappone destra a sinistra – o, nella recente formula da “mezzeali”, centrodestra a centrosinistra – fosse svanito per lasciare il campo a nuove coppie di opposti (sovranisti/europeisti; populisti/istituzionalisti) o molto semplicemente dal nulla della notte in cui tutte le vacche sono grigie, oggi torna a parlare di bipolarismo come se nulla fosse mai successo. Siamo nell’Italia della comunicazione politica dei social: dove tutti hanno ragione anche se ogni giorno dicono una cosa diversa dalla precedente. Scripta non manent più. Eppure – anche se insistono a dirci che “la Storia” va sempre in un’unica direzione – le “storie” non si rassegnano a morire. E proprio nel momento in cui sembrava scontato che passasse la legge elettorale truffaldina di “yaltizzazione” del Parlamento, che condannava alla non rappresentanza le forze che non raggiungessero il 5 per cento (e che è finita contro un palo con il pasticcio del voto segreto dell’8 giugno), qualcuno si è reso conto che sarebbe anche sparita la radicata memoria della destra, quella “vera”.

Non è che non ci siano più “destri” in giro (a parte i “destri per caso” saltati su questo o quel carro in vari momenti recenti della nostra storia), ma una parte di loro si è abituata a fare l’ospite non sempre gradito in casa altrui, tirando a campare in attesa dell’inevitabile sfratto. Altri hanno cercato di costruire intorno a sé una nuova casetta – piccola, piccolissima o media – ma anch’essa all’ombra di case più ingombranti che la fagocitano nella loro ombra.

C’è chi si è entusiasmato per l’elezione di Donald Trump e chi per l’apparentemente inarrestabile ascesa di Marine Le Pen, convinto che per non si sa quale meccanismo virale se vincevano loro avrebbe magicamente avuto successo anche lui. Salvo assistere oggi alla prevedibile inversione di rotta del tycoon e all’altrettanto rapida discesa del consenso del Front National.

A un passode-angelis dalla rovina
L’assenza di lungimiranza politica e la perdita di prospettive aveva già fatto rassegnare i più, alla vigilia del patatrac del “Fianum”, all’irrilevanza politica o alla ricerca di uno strapuntino che garantisse sopravvivenze individuali. Oppure a restare in attesa che i giochi li facessero altri, nella speranza di essere chiamati a sedersi a qualche tavolo di accordo, di coalizione, di programma o di cooptazione. L’unica forza che poteva avere la velleità di fare una riflessione quasi autonoma era Fratelli d’Italia, che però i più conoscono solo come “il partito della Meloni”. Un partito nato all’improvviso – e quindi giocoforza “improvvisato” – animato più da una grande “volontà di non sparire” che da un progetto a medio-lungo termine. Una formazione che in pochissimo tempo sembrava aver salvato l’eredità politica della destra dall’estinzione, riportandola faticosamente oltre la soglia del quattro per cento. E quando l’impresa sembrava realizzata, ecco che Berlusconi e Salvini si mettono a tavola con Grillo e Renzi, fanno un accordo elettorale che garantisce solo loro e alzano la soglia di un piccolo punto percentuale, che però significa più di quattrocentomila voti in più, che a trovarli non è impresa da poco.

La sorpresa delle amministrative
A quel punto ci si troverebbe dinanzi ad una scelta obbligata: o chinare la testa e farsi fagocitare nella lista di uno dei grandi per restare in Parlamento, o tentare la quasi impossibile nuova impresa. Ma in politica volere non basta, perché l’aritmetica non si inchina alla volitività degli uomini (e nemmeno delle donne). Quindi ci vuole anche un piano.

Le amministrative hanno sicuramente dato segnali di modifica dello scenario politico che si dava per scontato a inizio giugno, ma sarà sufficiente a provocare un’inversione di rotta sui termini della riforma elettorale? Ha ragione chi ricomincia a scommettere su un Mattarellum redivivo che premierebbe le coalizioni e riporterebbe sull’altare il maggioritario? Ha diritto di illudersi chi sogna un proporzionale vero, che rispetti al dettaglio l’intenzione di voto riconoscendo a tutti il diritto di essere rappresentati senza trucchetti? Il fallimento dell’accordo a quattro ha regalato, a chi ancora coltiva identità forti, dei tempi supplementari. La fortuna, come sempre, aiuta gli audaci. Sempre che si aiutino anche da soli.

Foto Ansa

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