Alla Rai serviva un dittatore

Per quanto abbia provato ad agire con modi felpati, sulla base evidentemente di un mandato politico e operativo poco chiaro, in quanto outsider non poteva che finire stritolato dal meccanismo

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Direi a occhio e croce che Antonio Campo Dall’Orto, manager dimissionario della Rai, aveva buone idee e una certa esperienza proiettata sull’immaginazione del futuro. Ma era un outsider. Per quanto abbia provato ad agire con modi felpati, sulla base evidentemente di un mandato politico e operativo poco chiaro, nelle scelte e nei tempi, in quanto outsider non poteva che finire stritolato dal meccanismo-Rai. La Rai che è per un pezzo azienda di servizio pubblico convenzionata con lo stato, per un pezzo operatore privato nel mercato del futile, per un altro pezzo bottega di servizio dei partiti e dei sottopartiti, e specialmente del partito Rai che sopravanza tutti, nella famosa logica del “controllo parlamentare” bene espressa dal Consiglio di amministrazione (con o senza il falso guru Freccero, la faccenda non cambia perché Carlo è un talentuoso isterico che non ha mai contato nulla, un parlottio vivente anche simpatico ma essenziale solo al regime della chiacchiera).

Il mandato era poco chiaro perché dopo oltre settant’anni di dominanza politica dell’esecutivo e del partitico, moltiplicata per tre e poi sfilacciata in sottocorrenti all’indomani della lottizzazione, e complicata dal regime cosiddetto berlusconiano di recente, con una Rai saldamente a sinistra ma sempre unita e sbandierante sotto il tacco del leader censore e in conflitto di interessi, il nuovo potere renziano doveva fare ogni sforzo per non farsi vedere direttamente, se non come egemonia di fatti prodotti dal pulpito del governo, pur non potendo rinunciare a deformarsi nel solito gioco di finto potere su quel che va in onda, come Pd e come ceto dirigente raidipendente. Come risultato un outsider mite e molto bene educato è diventato un ostacolo a tutto, percepito come un incomprensibile e alla fine arrogante propugnatore di soluzioni e futuribili speranze di palinsesto e di organizzazione aziendale, sottoposto a tutte le pressioni dei giornalisti e degli “artisti”, e ai colpi micidiali della leggendaria turbolenta ammiccante travolgente battaglia sottoparlamentare intorno all’osso del potere televisivo, anzi, di quel che ne resta, che è pochissimo.

Mi sembra evidente che un capoazienda Rai con ampi poteri, salvo la verifica dei poteri stessi a cura del sottoparlamento rissoso e di una presidenza al servizio della confusione orchestrata dai palazzi, avrebbe dovuto fare in parte quel che ha cercato di fare Campo Dall’Orto, rinnovare il giornalismo stantio del talkismo de sinistra e dare un’impronta professionale seria alla gestione del colosso culturale e di intrattenimento, ma sulla base di una premessa: tutto questo, cari signori, è possibile, solo se mi lasciate interpretare il mio potere manageriale, e in quanto tale lo risputate, come una introduzione alla privatizzazione della Rai. L’ex direttore generale nominato da Renzi non ha avuto la forza di comportarsi come un elefante nella cristalleria, per carattere e perché sulla sua parabola ovviamente gravava una certa versione nazarenica e post nazarenica del condominio tra Rai e Mediaset. Questa mésalliance nel tempo si è trasformata liberalmente facendo emergere altri soggetti a pieno titolo nel mercato televisivo, come diceva Confalonieri all’epoca del braccio di ferro, e proprio nell’era spacciata come epoca del conflitto di interessi di Berlusconi, ma non ha mai smesso di essere il bollino di garanzia sul fatto che la Rai pubblica non si tocca e non si cambia perché Mediaset privata, in un paese di piratesche intolleranze verso il mercato, ha interesse alla continuità una Repubblica dopo l’altra.

Il progetto mancato
Un direttore e amministratore delegato con ampi poteri di progetto avrebbe dovuto procedere come un dittatore commissario capace di un progetto serio di mutamento del personale ingombrante nel complesso politico-comunicativo Rai, in quantità e qualità da ridursi e da modificarsi. Avrebbe dovuto squillare come un segnale d’allarme e di ritirata per gli interessi in gioco, e fare cose egregie perché grandi e potenzialmente impossibili fino a quel momento, un suo articolo 18 riformato o Jobs Act. Ma Campo Dall’Orto è uno che se ne va senza strepito politico, senza chiedere in cambio della sfiducia bassoparlamentare specialissime prebende, buonuscita o ricollocazioni, è una persona per bene con ampie competenze. Gente così lì non la capiscono. CDO non è stato, come necessario in Rai, un “artista”, un acrobata e clown della politica e un dittatore democratico che cambia le cose, un mago della decisione con la bacchetta magica di un potere che lo sostenga. Ora vedo che un altro che si candida a Renzi, il Calenda, parla di privatizzazione della Rai e ottiene ovazioni in Confindustria. L’editore del Sole 24 Ore. E ho detto tutto.

Foto Ansa

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •