Accordi prematrimoniali. Il governo lavora per dissolvere la famiglia

Gli accordi prematrimoniali riducono il matrimonio a un contratto come tanti altri che disciplina le modalità di conclusione prima ancora di iniziare, in un’ottica di privatizzazione mercantile che penalizza la parte più debole

Il 28 febbraio 2019 il Consiglio dei Ministri ha approvato dieci disegni di legge di delega al Governo per le semplificazioni e le codificazioni di settore. I testi approvati fanno seguito al d.d.l. in materia di semplificazione varato dal Consiglio dei ministri il 12 dicembre 2018. Uno dei d.d.l. reca la delega “per la revisione del codice civile”; all’art. 1 comma 1 lett. b) esso indica come oggetto di delega “consentire la stipulazione tra i nubendi, tra i coniugi, tra le parti di una programmata o attuata unione civile, di accordi intesi a regolare tra loro (…) i rapporti personali e quelli patrimoniali, anche in previsione dell’eventuale crisi del rapporto, nonché a stabilire i criteri per l’indirizzo della vita familiare e l’educazione dei figli”.

Si tratta dei c.d. accordi prematrimoniali, già oggetto della p.d.l. n. 2669 depositata nella passata Legislatura dagli on. Alessia Morani (PD) e Luca D’Alessandro (FI). Le differenze sono che: a) quella, nella sua inaccettabilità, per lo meno si sottoponeva al confronto parlamentare, tant’è che poi non è stata approvata, mentre l’iniziativa dell’attuale Governo sintetizza in poche battute una materia delicata e dirompente, espropriando Camera e Senato di ogni approfondimento; b) in quella gli “accordi prematrimoniali” erano volti unicamente “a disciplinare i rapporti dipendenti dall’eventuale separazione personale e dall’eventuale scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio”, mentre la delega attuale riguarda, oltre ai rapporti personali e patrimoniali in previsione della crisi del rapporto, anche “i criteri per l’indirizzo della vita familiare e l’educazione dei figli”.

Il Centro studi Livatino manifesta sconcerto per la scelta del Governo, in linea con l’intento dissolutorio dell’istituto familiare, perseguito nella precedente Legislatura con le leggi sul divorzio breve, sul divorzio facile, e sulle unioni civili: gli accordi prematrimoniali riducono il matrimonio a un contratto come tanti altri che, come per la somministrazione di un servizio, disciplina le modalità di conclusione prima ancora di iniziare, in un’ottica di privatizzazione mercantile che penalizza la parte più debole.

Ci si chiede poi: a) se si sia riflettuto sulla sorte del matrimonio religioso con effetti civili: sottoscrivere al momento delle nozze un patto prematrimoniale che disciplina la loro rescissione significa codificare una causa di nullità del vincolo canonico, con conseguenze gravi in termini di incertezza del tipo di matrimonio e di incremento del contenzioso; b) quale considerazione abbiano i minori, se i patti includono la disciplina dell’educazione dei figli prima ancora che nascano: l’educazione di un minore presuppone conoscerlo (non si concorda previamente a tavolino); c) se ci si sia resi conto, estendendo i patti alle unioni civili (che riguardano pure persone dello stesso sesso) che in tal modo si dà per scontato che nell’unione civile same sex ci siano figli.

Poiché oggi l’esigenza vera è di incentivare il matrimonio e di sostenere la formazione di una famiglia, il Centro studi Livatino auspica un serio ripensamento dell’Esecutivo sul citato passaggio del d.d.l., che va nella direzione opposta.

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