L’impresa che impara. Dentro l’Academy4Future di Intesa Sanpaolo
C’è una novità che porta con sé il suono antico della parola educazione. Non riguarda la scuola, ma la banca. Il 6 ottobre, alla Fondazione Cariplo di Milano, Intesa Sanpaolo ha presentato Academy4Future, un nome che sembra uscito da un campus americano e invece nasce nel cuore dell’industria finanziaria italiana. È la nuova corporate academy del gruppo guidato da Carlo Messina: dieci programmi, otto “facoltà”, ventimila persone coinvolte ogni anno, con la prospettiva di un’estensione progressiva anche al personale delle sedi internazionali, e l’ambizione di trasformare la più grande banca del Paese in una comunità di apprendimento permanente.
Non si tratta di un aggiornamento HR, ma di una torsione culturale. «Con Academy4Future, la formazione diventa parte del nostro modo di operare», ha spiegato Nicola Fioravanti, chief governance, operating and transformation officer di Intesa Sanpaolo. «L’obiettivo è che tutte le novantamila persone di Intesa Sanpaolo abbiano competenze sempre aggiornate rispetto alle evoluzioni delle tecnologie, possano rinnovare le professionalità e anticipare le esigenze della clientela. In questo modo la tecnologia non sostituirà l’elemento umano, ma lo potenzierà, permettendoci di continuare a crescere e restare competitivi a livello europeo, guardando con fiducia alle sfide del futuro». Il messaggio è chiaro: la competenza non è più un prerequisito, ma un processo. La formazione non è un’appendice, ma il midollo della banca.
Un’Academy4Future per una educazione continua
L’evento – “Le persone al centro. Competenze, lavoro, crescita per la banca del futuro” – ha riunito economisti, accademici e manager, mettendo in evidenza un punto cruciale: oggi l’educazione non è più una competenza esclusiva del sistema scolastico, ma un tema industriale a pieno titolo. Academy4Future nasce come un vero e proprio politecnico interno, articolato in otto faculty dedicate all’intelligenza artificiale, alla gestione e analisi dei dati, al risk management, all’internazionalizzazione, alle reti commerciali, alla cultura ESG e alla leadership. Non un semplice catalogo di corsi, ma un ecosistema di apprendimento con una governance articolata su tre livelli: un comitato accademico, uno scientifico e uno tecnico, incaricati rispettivamente di definire le strategie, verificare i contenuti e misurarne l’impatto operativo. Partner del progetto sono DigitEd, diverse università italiane e internazionali e le organizzazioni sindacali, riconosciute come stakeholder fondamentali.
«È un modello ispirato al mondo universitario, che mira a far diventare la formazione parte integrante del dna della banca, come leva decisiva per la crescita presente e futura», ha osservato Roberto Cascella, chief people & culture officer di Intesa Sanpaolo. «Viviamo un’epoca di profondo mutamento, la cui accelerazione rappresenta un elemento del tutto nuovo rispetto al passato. Per questo vogliamo che la formazione sia strutturalmente incorporata nel nostro modo di operare, per crescere oggi e porre le basi della crescita di domani».
Profumo: «Bisogna imparare a imparare, per tutta la vita»
Tema centrale dell’incontro è stato l’apprendimento continuo, illustrato da Francesco Profumo, presidente di Isybank, già rettore del Politecnico di Torino e ministro dell’Istruzione. «Nelle prime tre rivoluzioni industriali si studiava una volta sola e bastava per tutta la vita. Queste si sono dispiegate nell’arco di 80-90 anni, tempo sufficiente perché le conoscenze acquisite a scuola e all’università rimanessero valide per tutta una vita lavorativa. Oggi siamo all’interno della quarta rivoluzione – digitale e cognitiva. L’intelligenza umana coabita con quella artificiale e le competenze diventeranno obsolete in tempi rapidissimi». In altre parole, ciò che si è imparato a vent’anni rischia di essere superato a quaranta: «È necessario dunque imparare a imparare».
Pensare a un mondo con regole diverse è da tempo un cavallo di battaglia di Profumo, che richiama la necessità di un nuovo patto educativo in grado di rivoluzionare il rapporto tra università e studenti: non più contratti triennali o quinquennali, non più un’esperienza unica e conclusa ma «un’assicurazione per l’educazione per la vita», simile alle assicurazioni sanitarie (sistema sanitario nazionale incluso, nato sulla scorta dell’articolo 32 della Costituzione): tornare a scuola più volte, aggiornarsi, acquisire nuove competenze per non restare esclusi.
Non sono mancati riferimenti concreti a sistemi educativi innovativi: «In Danimarca, alla nascita di un figlio, lo Stato consegna uno “zainetto della vita”, un insieme di voucher educativi per tutta la carriera formativa. Noi, invece, consegniamo 60 mila euro di debito pubblico». Una battuta amara, ma anche la fotografia di un Paese che non ha ancora compreso che l’educazione è una forma urgente e strategica di infrastruttura civile, non una spesa.
Le imprese come protagoniste educative
L’intervento di Daniela Viglione, direttrice scientifica di Italiadecide, ha richiamato la dimensione della crisi complessiva che definisce il contesto storico: crisi della conoscenza (digitale), dei modelli culturali (post-fossili, post-patriarcali), e del sistema globale (clima, guerre, complessità). Un contesto in cui le imprese sono chiamate a un protagonismo non solo economico, ma educativo e culturale, «perché chiamate a interpretare e tradurre la complessità in azione e non solo».
«Presto non conterà più solo cosa produci, ma come lo produci», è la sintesi. Produrre non solo beni e servizi, ma “cultura” nei modi e nei valori del fare significa non lasciare indietro nulla: «Chi sta innovando sta già recuperando, accanto a impulsi nuovi, saperi antichi che nel tempo sono stati dimenticati o cancellati». Radici e ali: per Viglione le conoscenze tradizionali (linguaggio, cultura, storia) sono fondamentali quanto l’innovazione; i valori radicati servono come fondamento per affrontare la novità. In questo senso radici e territori tornano centrali per i futuri hub delle conoscenze da condividere e rigenerare, «perché senza memoria non c’è prospettiva».
Dai curricula mostruosi ai mestieri del futuro
A proposito di formazione continua, Giorgio De Rita, segretario generale del Censis, ha ricordato che negli ultimi trent’anni l’Italia ha “accatastato” competenze – lauree, master, specializzazioni – come fossero mattoni, ma quel modello oggi mostra i suoi limiti: competenze che invecchiano, curricula troppo vasti e poco leggibili, «dicono più quello che non sei che quello che sai fare». Ciò che ha retto per trent’anni, in altre parole, non funziona più: «Abbiamo davanti una generazione straordinaria: il 24 per cento dei lavoratori under 35 dichiara di dare il massimo nel proprio impiego. Ma costruire i mestieri del futuro significa ricreare il tempo per la formazione, ridare “gusto e ambizione” all’apprendimento, recuperare lo spirito critico in un mondo dominato dagli algoritmi e dai dati, educare alla comprensione e all’interpretazione, alla distinzione e al giudizio di ciò che è vero da ciò che non lo è».
Non dimentichiamo che «gli algoritmi imparano sbagliando, ma l’uomo crea». De Rita insiste sul recupero del senso, del valore e della comunità: l’Academy non può essere solo un contenitore tecnico, ma un luogo in cui si costruiscono identità, appartenenza e significato.
La formazione come leva strategica
Nel contesto di Intesa Sanpaolo, l’Academy si inserisce in un percorso già consolidato. Dal 2021 la banca ha assunto 5.000 giovani, di cui 2.350 in ambito tecnologico, e prevede altri 3.500 ingressi nei prossimi anni, soprattutto nei settori della consulenza e del wealth management. Dopo smart working, settimana corta, flessibilità oraria e un welfare tra i più completi d’Europa, arriva il tassello culturale: negli ultimi cinque anni la banca ha dedicato oltre 30 milioni di ore alla formazione e riqualificato 8.000 persone. Ora la formazione diventa una leva strategica per la competitività europea.
La sfida, ha ricordato in conclusione Fioravanti, è rendere le persone e i capi “responsabili” del cambiamento, far sì che dimostrino attitudine, capacità di reinventarsi, certificazione delle competenze. «La formazione è anche un fattore di fiducia: ci permette di navigare in scenari complessi, mettendo le persone al centro della trasformazione».
C’è in Academy4Future un’ambizione che va oltre la banca: quella di restituire senso al lavoro nell’epoca dell’algoritmo. La formazione non come orpello, ma come politica industriale. L’educazione come investimento di capitale umano e culturale. In fondo, tra l’AI che “impara sbagliando” e l’uomo che “crea”, c’è tutto il destino di questa fase storica.
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