Aborto, chiuse in America 59 cliniche in tre anni. La strategia politica e legale del movimento pro life paga

Sostenendo i candidati contrari all’eliminazione dei non-nati, gli “avvocati della vita” hanno favorito nei diversi stati l’approvazione di 200 norme che rovinano gli affari di questo mercato miliardario

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Mentre il presidente Barack Obama agisce “dall’alto” utilizzando i fondi federali per finanziare le cliniche abortive, il movimento pro life americano ha deciso di adottare la strategia opposta. Pur non rinunciando alla battaglia sul piano culturale e dell’aiuto alle donne, con preghiere davanti alle cliniche e petizioni per fermare l’eliminazione degli “unborn babies”, i prolifers, organizzandosi dal basso, Stato per Stato, hanno sponsorizzato l’ingresso in politica di persone pronte a tutelare la vita attraverso le leggi. Leggi che ora iniziano a colpire la colossale industria abortiva a stelle strisce intaccando proprio la suo principale ragion d’essere: il business.

BUSINESS IN PERDITA. Secondo l’agenzia Bloomberg, in circa tre anni, negli Stati Uniti hanno chiuso i battenti 59 cliniche (una su dieci), e il Guttmacher Institute ha calcolato che nel primo decennio del 2000 i centri sono passati da 705 a 591. Un processo che dal 2011 ha indubbiamente subìto un’accelerazione, in virtù delle 200 restrizioni all’aborto passate attraverso i diversi parlamenti statali. In soli due anni, si è registrato un numero di chiusure superiore alla metà di quello del decennio precedente. Non solo: il mese prossimo in Ohio e in Texas altri provider abbasseranno le saracinesche.

LA SVOLTA DEL TEXAS. A luglio, infatti, il parlamento del Texas, lo Stato americano con la più alta densità di abitanti, ha varato una legge che oltre a vietare l’aborto dopo la ventesima settimana di gestazione impone alle cliniche di adeguarsi agli standard richiesti a ogni struttura ospedaliera in cui si pratichino interventi chirurgici. Il conseguente innalzamento dei costi ha reso l’industria abortiva meno appetibile sia ai medici e sia ai proprietari.

NUOVE LEGGI. Anche in Virginia due cliniche sono state chiuse dopo che il sistema sanitario si è dotato di regole più restrittive simili a quelle approvate in Texas. In Arizona, dove l’aborto prima delle nuove norme era praticato anche da personale sanitario non medico, diverse cliniche hanno smesso di operare per mancanza di personale: secondo l’Huffington Post in tre anni sono stati chiusi ben 12 centri. In Michigan sono 14 le cliniche che hanno cessato le attività  dal 2010 a oggi. Mentre in North Carolina all’inizio di agosto una clinica che non rispettava alcun limite di sicurezza si è ritirata dal mercato subito dopo che il parlamento statale ha imposto il rispetto di standard sanitari minimi. Non tutti i centri per l’aborto che si sono fermati lo hanno fatto a causa delle nuove norme: nel Maine una struttura ha giustificato lo stop facendo genericamente riferimento a problemi interni e in Oregon un’altra avrebbe chiuso per via del pensionamento del direttore.

PROCESSI E DENUNCE. Anche dai tribunali sono arrivati duri colpi all’industria dell’Ivg, in particolare con le condanne comminate a medici abortisti colpevoli di aver trasgredito le pur permissive leggi esistenti. È il caso, ad esempio, di Steven Brigham che guidava due centri in Pennsylvania, di Kermit Gosnell che dirigeva un altro centro sempre in Pennsylvania e di Douglas Karpen, processato in Texas. Anche le denunce del movimento pro life, aumentate dopo gli ultimi casi giudiziari, sono servite a far chiudere altre cliniche. Al giro di affari dell’aborto ha fatto molto male anche l’obbligo, introdotto in alcune legislazioni statali, di fare l’ecografia prima di ogni intervento: secondo un sondaggio di Focus on the Family, il 78 per cento delle donne che si sono sottoposte agli ultrasuoni ha deciso di proseguire la gravidanza.

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