Wembley qua, Wembley là: esticazzi Wembley. Abbattere San Siro non è futuro, è Alzheimer

Di Caterina Giojelli
13 Ottobre 2025
Opinione dissidente contro i ciapadori del nuovo: difendere il Meazza non è nostalgia, è sfidare i cecchini del ceto medio milanese
Un uomo visto di spalle, con maglietta blu scura e pantaloncini di jeans, si trova su una vasta spianata di cemento e guarda lo Stadio San Siro (Giuseppe Meazza) a Milano. L'iconica struttura dello stadio è visibile in primo piano con i suoi tre anelli distintivi e le torri esterne a spirale. L'immagine ha un tono retro o leggermente desaturato
(Foto di Bechir Kaddech su Unsplash)

Nota dell’autrice: qui parla chi vuole avere ragione, con o senza permesso del resto della redazione – piuttosto gasata dall’eutanasia del Meazza (con qualche eccezione)

Wembley, Old Trafford, Yankee Stadium: solo menate da salotto buono. Liquidare la difesa di San Siro come “operazione nostalgia”, “dibattito passatista”, “conservatorismo da bar” è un trucco da quattro soldi. È l’opposto: un colpo di reni contro la matematica spietata della rendita – costruisco per chi sgancia il malloppo, chiudo fuori i pezzenti. Brutalmente elementare. La “città del cambiamento” marcia su scelte sociali e lo diciamo senza un briciolo di scandalo (mica siamo Scurati): ingozzare San Siro ai fondi è solo l’ultimo banchetto. Fermarlo? Sarebbe stato un lampo di lucidità, o almeno di originalità contro la banalità di chi bela: «E allora Wembley?». «Lo stadio iconico del pianeta, la culla del calcio», tuba il docu-Netflix su Euro 2020. Esticazzi Wembley.

Il sesto stadio più caro al mondo, clone del prezzemolo Wembley

Milano non è Londra, e il nuovo San Siro schizzerà di prezzo oltre Wembley e il Tottenham Hotspur Stadium: sarà l’impianto più caro d’Europa, sesto al mondo, dietro solo agli stadi yankee, dallo SoFi di Los Angeles all’Allegiant di Las Vegas, templi del dollaro scintillante. C’è chi, con i conti in mano tra capitale fresco, debiti bancari e ricavi gonfiati, profetizza il baratro per le società. C’è chi si gasa come un provinciale guardando solo Juventus Stadium o l’Allianz di Monaco. Arene per la “prawn sandwich brigade”, come sbeffeggiava Roy Keane, capitano del Manchester United, quei “tifosi” da tramezzino ai gamberi, clienti di mall con il pallone di contorno.

Tutto già visto. E i progressisti del Nord ora lamentano la grappolata Wembley: facciamo un Wembley delle Midlands, uno dei Cotswolds, uno dei Broads. «Wembley ama vantarsi dei 70 milioni di sterline di miglioramenti ai trasporti che “avvantaggiano i residenti locali tutto l’anno”. Ma ovviamente questi residenti non sono più quelli di una volta», scrive il Guardian. «Nell’ultimo decennio, il cielo intorno a Wembley è stato oscurato da una foresta di eleganti condomini, complessi residenziali di lusso, nuovi hotel e negozi di lusso». Dei vecchi locals non resta nulla. Succede ovunque: i grandi eventi snobbano i poveracci come cani randagi e Milano è già un “district” patinato, ogni piazza un “hub” per “short-term citizen” (turisti, studenti, lavoratori, cittadini “a tempo”). «E allora? È il mercato», ghignano i benpensanti del pallone dicendo che i fondi mica edificheranno case, ma servizi. Salvo poi stracciarsi le vesti sul tutto il resto, “signoramia, la città per ricchi, gli studenti in tenda, il profitto cannibale, i radical chic e la gentrificazione”.

Il nuovo San Siro? Chiamatelo Onlyfans Stadium

Con costoro, pensa un po’, condividiamo l’aridume biblico: in generale uno stadio nudo non vale niente, zero valore culturale intrinseco. Solo le persone lo infondono di vita, di anima. Ma quando quelle persone si riducono a traffico veicolare, quota di mercato, pasto per revenue? Non chiamatelo stadio, chiamatelo, boh, elitismo con erba sintetica.

E lo diciamo in generale, perché San Siro non è uno stadio qualunque: San Siro è unico perché ha una storia unica, possiede caratteristiche uniche, irripetibili a differenza dei cloni Wembely. Citofonare agli urbanisti veri, non a quelli delle pippette indie su Milano, la “Scala del calcio”, le citazioni di Vecchioni o peggiore cantautorume. San Siro è manufatto vivo, macchina antropologica, memento di una Milano popolare, laica, industriale, con le palle d’acciaio che non svendeva imprese e patrimoni ai fondi come sciurette da marciapiede. Ma siccome Pirelli e Olivetti son morti, e con loro un’idea di bellezza, funzione, spina dorsale di impresa e città, e siccome le sciurette milanesi ci precederanno in paradiso, e col loro obolo s’è eretto pure il Duomo, chiariamo subito: zero risentimento per questo Onlyfans immobiliare che si pavoneggia da “capitale europea”. Ma radere al suolo l’ultimo moncherino di memoria pubblica per far posto a mercati senza un briciolo di responsabilità civica, questo almeno non fatelo in nome del “nuovo San Siro”. In attesa dell’orrendo bando sul naming chiamatelo Onlyfans Stadium.

Abbattere San Siro non è slancio nel futuro: è Alzheimer conclamato

Ogni volta che qualcuno intona il «San Siro è nostalgia», ti sale la voglia di lanciare un motorino dal secondo anello. Nostalgia è il pupazzetto di Ronaldo al cruscotto, è il ricatto morale di chi confonde tutela patrimoniale con piagnisteo – e malinconia di nebbie lattiginose, operai in tuta, borghesi e padroncini cresciuti a pane e calcio, lo stadio che non erigeva muri trumpiani sul Rio Grande, ma spalancava Milano oltre un villaggetto agricolo sull’Olona. Son loro, i “passatisti”. Quelli per cui San Siro è già un fossile, non un’idea da custodire come il Graal, che aizzano il derby tra pragmatisti e amarcordisti. Gente che scambia coscienza storica per lagna, nebbia per astuzia, memoria, cioè lama critica, per muffa ammuffita. Abbattere San Siro non è slancio nel futuro: è Alzheimer conclamato.

Quelli con l’Apple Watch al polso, che esaltano lo Sky Lounge, le boutique da fighetti, il food court metaverso per Inter e Milano. Che si lagnano del parcheggio e per i quali Foster-Manica è l’antitesi di un catino scalcagnato zeppo d’incolti, seggiolini sfondati e retorica da calcio pre-drone, pre-highlight. Non capiscono che amore per il vecchio Meazza non è odio per il tetto retrattile e il lato b riscaldato: difendere San Siro non è un “no” rabbioso al nuovo, è un “sì” feroce all’inestimabile, al non-sostituibile. Al pari del Pirellone o della Torre Velasca che ancora bucano lo skyline accanto ai totem di CityLife e Porta Nuova (che sono bellissimi).

Le lezioni di chi l’ha ciapà la vaca per i ball

Qui nessuno ha i soldi per tenere in piedi San Siro, solo la voce per ribadire cosa succede quando una infrastruttura collettiva diventa un asset da spremere. Anche l’ultima zona franca di Milano verrà gonfiata a suono di hospitality, piante e spazi commerciali come budella di maiale. Non per la bolgia popolare. La sostituzione non è mai neutra: si è prevista una quota “povery” ma il destino è inevitabile: sarà lo stadio degli spettatori. Tifosi precari e famiglie si accontenteranno di Sky e Dazn. L’esperienza passerà da rito collettivo a consumo solitario, preconfezionato all’ingresso. Come già accade con i ragazzini per cui il calcio è solo highlights. Come se a Milano ce ne fosse bisogno.

Qui non si difende un’emozione contro la modernità, ma si denuncia l’amnesia su ordinazione: se i quindici anni di Milano post-crisi non insegnano niente, e si viene squadrati con condiscendenza per “troppi ricordi”, allora chi ci appiccica l’etichetta di nostalgici è, parafrasando la brigata del gamberetto wembleyana, uno che l’ha ciapà la vaca per i ball da cui non piglieremo lezioni di urbanistica. Lo stadio nuovo sorgerà, irreversibile come un lucentissimo hangover post-apocalittico. Ma noi lo grideremo lo stesso: San Siro era Milano. Il nuovo? Solo un altro capitolo del grande oblio. Esticazzi.

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3 commenti

  1. ENRICO VENTURA

    Credo abbia ragione Caterina Giojelli; si sono conservati edifici storici di altre epoche per il loro valore architettonico e culturale e così dovrebbe essere per S.Siro, che è sempre più moderno della vecchia Arena. Benvenga il nuovo stadio, ma S.Siro dovrebbe avere nuova vita per nuovi scopi lasciandolo così come ce lo ha consegnato la sua e nostra storia.

  2. Carlo Meroni

    Caterina Giojelli UNA DI NOI. Cosa vuoi commentare? Non c’è riga non c’è parola non c’è virgola che non possa, non debba essere sottoscritta al 100%. Questa è l’unica, vera, insindacabile verità sullo stadio “Giuseppe Meazza” in San Siro, Milano. Si è fiutato il business, e le oche si sono ingozzate. Neanche la decenza di fare uno stadio per squadra, visto che il “mito” è Londra…dove ci sono 13 squadre con 13 stadi. Ma vabbè, transeat. Si, perché come in tutte le cose non esiste più la “realtà”, ma la “narrazione”, lo “storytelling”. Ed il bello è che l’89% della gente ci cade con ambo le scarpe, bella serena e sorridente. La storia sarà anche un processo irreversibile, la locomotiva del progresso fila “lanciata sopra i continenti” e con “la stessa forza della dinamite”. Ma noi, ancorati alla terra come un Thibon, e “minga pirla” come un Mourinho, restiamo qui, fermi, a chiamare le cose col loro nome e ad evitare di “ciapà la vaca per i ball”. Questo progetto si chiama SPECULAZIONE: spendo poco, guadagno molto, accontento il pubblico che è nel mio target. Le due squadre? “El fòlber” del Brera? Un orpello di contorno. Finito. Sono nato in “Brianza Alcolica” conscio di un destino amaro come il Campari, che infatti dopo trent’anni mi si è presentato puntuale alla porta. I soldi degli sponsor, lo showbusiness, le tv via satellite, le tessere digitali col QR code…tutto lo faceva presagire: la gente normale rompe i coglioni, che stia a casa a vedere la tv (pagando anche quella, ovvio). Il tempo dello stadio come movimento ed espressione popolare di aggregazione comunitaria è finito. A Inter Cremonese avevo dietro due bagaj di Jeddah. Ho capito che era veramente finita. Ma io non morirò mai nella “prawn sandwich brigade”. Hasta la pinta siempre!

  3. GERARDO BALLABIO

    C’è del vero in questo ragionamento, ma se si vuole che allo stadio continui ad andare “la Milano popolare”, bisogna che i biglietti abbiano prezzi popolari, e questo è improponibile nel calcio di oggi, dove se non fai i soldi non fai neanche i risultati. Il calcio del tifoso che andava a vedere la partita mangiando il panino con la porchetta non esiste più. Può non piacere (e anche a me non piace) ma è un dato di fatto. E non è tenendo in piedi un vecchio monumento che si può sconfiggere la gentrificazione.

    A margine, che il calcio sia diventato così è un altro “regalo” che ci ha fatto l’Unione Europea. E’ stata la sentenza del tribunale comunitario che ha imposto la libera circolazione dei calciatori ad accelerare un processo che magari sarebbe andato avanti comunque, ma non così in fretta e non in modo così totale. Finché c’era il limite al numero degli stranieri, le squadre restavano fondate sul movimento calcistico della propria nazione e questo manteneva un equilibrio oltre che un’identità. Tolto il limite nessuno più ha potuto impedire agli sceicchi, agli oligarchi russi e via dicendo di costruirsi la supersquadra semplicemente aprendo il portafoglio e comprando da tutto il mondo le figurine più luccicanti dell’album, senza più alcun legame col territorio e con la storia, mettendo fuori mercato i vecchi proprietari che erano espressione della realtà locale (perfino Berlusconi ha dovuto mollare il Milan perché a quel livello non ce la faceva più a competere!). Ed è ancora “grazie” all’Europa che oggi ci sarebbe pure la Superlega, se non fosse che ci si è messo di traverso il governo britannico, che ha potuto farlo proprio perché c’era stata la Brexit e non era più vincolato dalle regole europee.

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