A volte sbaglia anche chi non fa. Obama, per esempio

Pragmatismo o idealismo che sia, la linea dell’inazione ha indebolito gli Stati Uniti agli occhi del mondo. Dal Medio Oriente alla Cina, ecco cosa non ha funzionato. E cosa cambierà dopo le elezioni di novembre

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

«Rimpiangeremo Obama come abbiamo rimpianto Bush padre: i presidenti americani realisti e multilateralisti hanno usato il minimo di forza indispensabile. Invece una presidente come Hillary Clinton ci regalerà un’altra guerra americana in Medio Oriente nel 2017». A Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni internazionali alla Cattolica di Milano, l’articolo-intervista di Jeffrey Goldberg apparso sull’ultimo numero di The Atlantic, ricco di virgolettati che hanno senz’altro avuto il via libera presidenziale, è piaciuto. Esprime i suoi timori per il cambio della guardia che avrà luogo alla fine dell’anno in corso e si dice d’accordo con la conclusione di Goldberg: mentre George W. Bush è giudicato negativamente per le cose che ha fatto, Obama sarà giudicato positivamente per quello che non ha fatto.

L’articolo-intervista inizia rievocando il mancato ordine presidenziale di bombardare la Siria dopo il presunto oltrepassamento da parte del regime della linea rossa, definita dallo stesso Obama in un intervento precedente: l’uso delle armi chimiche per reprimere l’insurrezione. E il leit-motiv di tutto il testo è la rivendicazione della riluttanza all’uso della forza negli scenari internazionali di crisi come la politica estera giusta per gli Stati Uniti in questa fase storica. «Esce di scena un presidente che è sempre stato cosciente che oggi gli Stati Uniti non sono più in grado di fare le stesse cose che facevano in passato, per motivi politici, economici e morali. Gli Stati Uniti restano la potenza principale nel mondo, quella con cui bisogna sempre fare i conti, ma non l’unica. Obama è un presidente che ha coniugato enunciazioni idealistiche con una politica realista e pragmatica. Non è contraddittorio: lo fanno anche i capi di Stato degli altri paesi».

Non sarà in contraddizione con se stesso, Obama, ma decisamente dà l’impressione di uno che ha cambiato radicalmente idea. Lui è il presidente che nel 2009 pronunciò all’Università del Cairo uno storico discorso che doveva promuovere la riconciliazione fra Stati Uniti e islam (come se fosse la cosa più normale del mondo mettere sullo stesso piano una grande potenza politica e una grande religione mondiale). Salutò con entusiasmo l’avvento delle Primavere arabe che spazzarono via alcuni dei più fedeli alleati dell’America, paragonò i manifestanti della Tunisia e dell’Egitto a Rosa Parks, eroina della lotta per i diritti civili dei neri, e ai patrioti di Boston massacrati nel 1770 dagli inglesi. Adesso pensa, se dobbiamo credere alla sintesi di Goldberg, che «per prima cosa, il Medio Oriente non è più tremendamente importante per gli interessi americani; per seconda cosa, anche se il Medio Oriente fosse ancora importante, ci sarebbe tuttavia poco che il presidente americano potrebbe fare per renderlo un posto migliore; per terza cosa, l’innato desiderio americano di risolvere i problemi che si manifestano in Medio Oriente, porta inevitabilmente alla guerra, all’uccisione di soldati americani e a un’emorragia di credibilità e potenza americane».

Con Pechino «bastone e carota»
«Obama ha ragione su tutti e tre i punti», commenta Parsi. «Ha ragione di vantarsi di aver stretto un accordo sul nucleare con l’Iran senza partire in guerra; ha ragione a polemizzare coi “free riders”, cioè quei paesi come Francia, Regno Unito e Turchia che pretendono sempre che l’America si metta alla guida di operazioni militari di cui loro si avvantaggerebbero senza sostenerne i costi. Non gli si può rinfacciare l’entusiasmo per le Primavere arabe, che contagiò tutti, perché era giusto sperare in un movimento dall’interno del mondo arabo e islamico: la soluzione dei suoi problemi non verrà mai da fuori». Parsi ha qualche lieve critica da fare solo sulla gestione della pesante eredità del coinvolgimento militare americano in Iraq e Afghanistan: «Avrebbe potuto fare meglio. In Afghanistan fortunatamente è tornato sui suoi passi, il ritiro era partito troppo presto. In Iraq, le cose sarebbero andate come sono andate anche se i marines fossero rimasti più a lungo. Poi ha fatto bene a premere su Baghdad per fare uscire di scena al Maliki».

Nell’intervista Obama si vanta di aver spostato il baricentro della politica estera verso l’Asia e il Pacifico, dove emerge la potenza cinese che sfida l’egemonia americana, ma sottolinea che non bisogna essere aggressivi con Pechino: «Con la Cina per l’America è come con la Germania: sono paesi che non devono diventare troppo forti, ma nemmeno troppo deboli. In un caso come nell’altro, diventerebbero pericolosi per i vicini e per gli Stati Uniti. Da qui la politica del bastone e della carota. Senza arrivare ai ferri corti con Pechino, Obama è riuscito a creare il Partenariato Trans-Pacifico e a spostare la maggior parte delle forze navali americane nell’Oceano Indiano. Fa la guardia al Medio Oriente più dall’Asia che dal Mediterraneo».

Di opinione diversa è il generale Carlo Jean, docente di Studi strategici alla Luiss di Roma. «Gli errori di Obama sono sotto gli occhi di tutti: è stato lui a dare il via libera all’intervento americano in Libia che ha portato alla caduta di Gheddafi e al caos attuale, non può scaricare la colpa sulla Clinton che era segretario di Stato; lui ha ritirato i soldati dall’Iraq troppo presto, lui ha fissato la “linea rossa” in Siria, ma una volta superata non ha fatto nulla».

L’interventismo della Clinton
Ma l’attentato più grosso alla credibilità americana, per il generale, Obama l’ha compiuto con le Primavere arabe: «Col discorso del Cairo ha eccitato le folle arabe alla rivolta contro i governi alleati degli Stati Uniti, rendendosi responsabile della loro caduta. Si è dimostrato un alleato inaffidabile, mentre la Russia ha rafforzato la sua credibilità intervenendo a sostegno dell’alleato siriano». Sulle scelte di Obama in Asia Jean è comprensivo: «Non ha potuto spostare il baricentro della politica estera verso Asia e Pacifico tanto quanto avrebbe voluto perché si è trovato davanti altre emergenze: il risveglio della Russia, l’ascesa dell’Isis, l’impossibilità di disimpegnarsi in Afghanistan. Ma l’idea che la Cina non si rafforzi troppo a spese dei vicini e nemmeno si indebolisca a causa di una recessione economica è giusta». Anche Jean è convinto che una Clinton presidente condurrebbe una politica estera più bellicosa, ma per motivi diversi da quelli di Parsi: «La Clinton è sensibile alle lobby arabe e a quella israeliana di Netanyahu più di quanto lo sia Obama, ma non è per questo che si mostrerebbe più interventista. Né per una rivincita del cosiddetto complesso militar-industriale americano. Si tratta semplicemente del fatto che negli States è diffuso un sentimento di mortificazione per l’irresolutezza di Obama, il prossimo presidente vorrà galvanizzare gli animi».

Su Limes Lucio Caracciolo, quasi un anno fa, scrisse parole impietose sulla politica estera americana: «Se un tempo il presidente parlava per l’intera nazione, adesso Obama parla per l’ufficio di presidenza. (…) L’uomo che molti considerano il capo del mondo, a casa sua conta poco. Di sicuro meno di quanto avvertito in altri paesi. (…) La sua politica estera è l’esito di scontri all’interno dell’amministrazione, poi incipriati da una retorica che veste da strategia gli atti (in)compiuti». Caracciolo resta della stessa idea dopo l’articolo di The Atlantic. «Chi esercita l’influenza più determinante sulla politica estera americana è il Congresso. Non a caso quando Obama ebbe bisogno di un sostegno al suo orientamento di non punire il regime siriano per aver violato la “linea rossa”, si rivolse al Congresso. Sapeva che la maggioranza era contraria a un intervento, era ciò che gli serviva per non perdere la faccia».

Caracciolo non è d’accordo che Obama debba essere giudicato positivamente più per quello che non ha fatto che per quello che ha fatto. «I presidenti sono ricordati per quello che hanno fatto. Lui sarà ricordato per l’accordo sul nucleare iraniano e forse per il trattato di Parigi sul clima. Il primo è stato un segnale di svolta, ha messo in questione l’orientamento pro-sunnita e pro-saudita della politica estera americana. Il trattato sul clima sarà ricordato se i governi dei principali paesi manterranno le promesse. Non ha fatto molto altro, ma è vero che ha saputo affrontare delle crisi nelle quali, utilizzando un minimo di forza, ha evitato risultati disastrosi. L’alfa e omega della sua presidenza è stato fare il contrario di quello che avrebbe fatto George W. Bush, e cercare invece di fare quello che avrebbe fatto Bush padre».

Proprio questo è il paradosso di cui Goldberg si compiace: un Obama che in politica estera è più vicino a Bush padre e al consigliere Brent Scowcroft che alla coppia dei Clinton. Dopodiché, Caracciolo è d’accordo con Parsi nel dire che in Iraq e Afghanistan Obama non poteva fare meglio, che il Medio Oriente non è più un’area strategica per gli americani e che un presidente deve mescolare il realismo delle politiche con la retorica idealista delle dichiarazioni. Sulla Cina invece si smarca: «Non credo che con Pechino si possa fare la politica di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. A me sembra che Obama abbia deciso di contenere l’ascesa cinese creando un cordone che è sia militare sia commerciale. Se voleva creare una partnership con Pechino, direi che la sua politica deve essere valutata insufficiente, certamente meno incisiva di quella di George W. Bush, che resta il presidente americano più popolare in Cina. Bush figlio ha incrementato gli scambi commerciali con Pechino, e i cinesi avrebbero avuto bisogno di un altro come lui per sperare di raggiungere il loro obiettivo: una diarchia con gli Stati Uniti per riscrivere insieme le regole del gioco mondiali. Invece Obama ha agito come chi pensa che le regole devono continuare a deciderle gli Stati Uniti, e poi portare gli altri sulle loro posizioni».

Un rimorso di coscienza?
Di sicuro la politica estera di chiunque vinca le prossime elezioni presidenziali americane sarà marcatamente diversa da quella di Obama. «Donald Trump sarebbe un presidente isolazionista, indisponibile a spendere denaro e prestigio americano nel mondo. La Clinton sarebbe interventista: l’America non può sempre stare a guardare, deve rischiare l’uso della forza quando ci sono in gioco grandi interessi nazionali o quando la linea rossa del genocidio contro popolazioni indifese viene oltrepassata. Hillary mostra di tenere molto in considerazione il dovere di protezione umanitaria verso popolazioni minacciate di genocidio. Se fosse eletta presidente, sarebbe misurata sulla coerenza fra parole e azioni». Protezione umanitaria che suo marito Bill Clinton non fornì affatto nel 1994 ai tutsi e agli altri oppositori che venivano massacrati in Ruanda. Forse Hillary è afflitta da un senso di colpa. O forse si vuole dotare di un argomento ideale che le verrà utile per i soliti, selettivi interventi di ispirazione realista.

Foto Pete Souza/White House


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