A Repubblica basta un Formigoni rinviato a giudizio per dipingere la Lombardia come la Libia di Gheddafi

“Una casbah”, un “federalismo delle truffe”, un posto di “corrotti” e “gangster”. Così Statera descrive la Regione guidata dall’ex governatore. Questa è ignoranza, livore e prosopopea naziskin

Memore delle sue dolci interviste a Renato Soru, quando Mister Tiscali era Governatore della Sardegna e Repubblica il giornale di Carlo De Benedetti che possedeva una corposa quota in Tiscali, il giorno dopo la richiesta di rinvio a giudizio di Roberto Formigoni, l’editorialista di Repubblica Alberto Statera si cimenta con la Lombardia. Tinteggiandone un quadro che neanche la Libia di Gheddafi.

Dunque, secondo Statera, la regione dei diciassette anni a guida Formigoni non è stata quella Lombardia di cui si può leggere sui commentari, analisi e ricerche pubblicate dagli organismi indipendenti internazionali. Non è stata, secondo i dati Istat, Ocse, Commissioni europee eccetera, il posto italiano meno mal messo e, anzi, di eccellenza internazionale sotto tutti i profili, strutturali e istituzionali.

No, per il laziale Statera che alla Sardegna di Mr Tiscali ha lasciato il cuore, la Lombardia dei diciassette anni di Formigoni è stata “una casbah”, un “federalismo delle truffe”, un posto di “corrotti” e “gangster di Chicago” tipo don Verzé. Ospedali come il San Raffaele dove centinaia di migliaia di pazienti sono accorsi da tutta Italia perché credevano (come in effetti ci invidiavano nel mondo) fossero ospedali di prim’ordine? Ma va là, gangsterismo a Chicago.

Benissimo, un giorno ci racconteranno i laziali alla Statera e Repubblica, come sia stato possibile che la Lombardia abbia pareggiato i conti per 17 anni, mentre le meraviglie della sanità sotto il Cupolone raccontano di diciassette anni viaggiati alla media di 1 miliardo di euro di buchi contabili l’anno. Ma leggendo l’articolo di Statera già si capisce la spiegazione: in Lombardia un quasi ventennio di pareggi di bilancio e di efficienza sono stati ottenuti con il gangsterismo ladro e mafioso. Da Roma in giù, invece, dove sanità e amministrazioni pubbliche sono fallite nonostante il Policlinico di Roma sia stato salvato per decreto (cioè con i nostri soldi) dal governo D’Alema e nonostante non siano bastati i 12 miliardi di euro (di nostri soldi) stanziati dal governo Prodi per coprire i buchi della sanità da Roma in giù, tutto il disastro che adesso paghiamo con la macelleria sociale è avvenuto nella massima moralità, legalità e antimafiosità. Da Roma in giù, per quasi vent’anni (e forse anche un po’ adesso) si poteva morire anche solo di appendicite. E nel contempo le amministrazioni si mangiavano i soldi delle tasse degli italiani. Però i gangster stavano in  Lombardia.

Benissimo. E nella Sardegna di Soru? Non fu forse mirabile l’epoca in cui Statera e Repubblica erano alla Corte di un Re di Svezia? Vero. Chi non ricorda, in quella seconda metà di anni 2000, la fila di lombardi che andavano a Cagliari per farsi curare e a imparare l’arte del buon governo! Già. E allora perché poi il popolo sardo cacciò col forcone elettorale gli illuminati, e con Soru cadde da cavallo perfino l’inventore e segretario del Pd Walter Veltroni?

Colpa dei massoni e della Chiesa scrissero allora Statera e Repubblica. Già. E allora perché in Lombardia il popolo, nonostante la campagna assatanata di Repubblica contro Formigoni, giusto due mesi fa ha di nuovo rieletto il centrodestra formigoniano, ora guidato da Maroni? Perché dopo diciassette anni di gangsterismo, casbah, scasso della sanità, banditismo, inciviltà, i lombardi rieleggono per altri cinque anni il centrodestra? Perché? Ce lo spieghi Repubblica. Ce lo spieghino i vari Statera, Lerner, Colaprico e tutta la buona setta di antiformigoniani assatanati. I lombardi hanno voluto di nuovo premiare il centrodestra perché i lombardi sono cretini? Perché sono gangster? Perché sono mafiosi? O perché se ne fottono degli assatanati e sanno che il loro furore nasconde motivazioni indicibili?

E veniamo al punto: come può essere stato concepito un articolo di Repubblica tanto fazioso e che si espone a una class action del movimento religioso (CL) che Statera assale con una ignoranza, livore e prosopopea che neanche un naziskin? Nasce, supponiamo, come zelo e urgenza di massacro di “Firmighino” alla sola ed esclusiva notizia di richiesta, da parte della Procura di Milano, di un suo rinvio a giudizio per corruzione e associazione a delinquere. Occorre ricordare che una richiesta di giudizio non equivale al giudizio? Occorre ricordare che anche un eventuale giudizio non è assolutamente detto si risolva in una condanna? Bisogna spiegare a Repubblica – che della Costituzione italiana si picca di rappresentare alto baluardo – che un cittadino-imputato è innocente fino a sentenza contraria?

Ovviamente sono tutte domande retoriche, da che certo giornalismo nostrano, come sapeva il corrispondente a Roma del berlinese e antagonista di sinistra Tageszeitung, Werner Raith, ha come obiettivo non l’informazione, ma il massacro degli avversari attraverso le carte e le ricostruzioni giudiziarie a senso unico (quelle dell’accusa) fatte in pappa e ciccia con i magistrati contigui alla propria parte politica.

«Qui in Italia – diceva Raith fin dalla prima Tangentopoli -gli scandali scoppiano con le rivelazioni che trapelano dagli uffici della magistratura e dalle veline della polizia. Io vengo dalla Germania. Ho imparato il mestiere di giornalista in un’altra maniera. Non ci si fida mai dei magistrati e dei poliziotti. Si fanno ricerche autonome. In Italia succede esattamente il contrario. Sono i magistrati, gli uffici giudiziari, i poliziotti che imbeccano i giornalisti». Sono passati vent’anni. Becchime e imbeccati restano gli stessi.

Dopo di che, forse Formigoni sarà rinviato a giudizio e forse sarà anche condannato. O forse no. Né a giudizio, né condannato. Comunque sia, qualunque sia il destino di Formigoni, resta quel che i 17 anni di giunte Formigoni hanno fatto per la Lombardia. Che in una scala da 1 a 10 di di quanto è stato fatto in Italia in questi ultimi 17 anni, non sono uguali a zero, ma a 10.

Purtroppo, il giornalismo alla Statera non può distinguere i fatti di un’amministrazione da record (almeno in Italia) dalle eventuali ruberie individuali. Non può distinguere il servizio reso a una collettività dalle accuse, tutte da provare, mosse ad alcune persone. Il giornalismo alla Statera è sempre quello lì. Quello di tutta un’erba un fascio. Come capita in ogni ventennio. Nero o rosso che sia. Giornalismo al guinzaglio di chi detta legge, bava alla bocca e via.