A colpi di bontà
Marco e Jennifer, ragazzi con la sindrome di Down, si attardano in cucina per aggiungere le scorzette di mandarino su “Dolce agrume”, una delle tante colombe pasquali appena preparate, di cui vanno fierissimi. Nelle proposte della “linea 2026” non sarà facile scegliere la colomba giusta: comprare “Primavera”, con pesca, amaretto e pasta di mandorla, oppure puntare su “Viola antico”, con impasto ai grani antichi, mirtilli e semi? Meglio “Pepita”, con impasto al liquore Strega, cioccolato fondente e croccantino, oppure cercare a tutti costi una “Cocco-la”, al cocco e lampone?
Da alcuni anni nel cuore del Sannio i ragazzi di “DolceMente” – laboratorio di pasticceria sociale di comunità (e attenzione alle parole, perché ognuna porta con sé un significato profondo: “laboratorio”, “sociale”, “di comunità”) – sfidano la concorrenza senza timori reverenziali. A colpi di bontà. Il laboratorio dolciario nasce da un’iniziativa promossa dalla cooperativa iCare in stretta collaborazione con la Caritas della diocesi di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata dei Goti, in provincia di Benevento. A frequentarlo con entusiasmo contagioso sono poco più di una trentina di ragazzi “speciali”, coadiuvati da una rete di pasticceri e volontari con il compito di formarli nella preparazione di dolci di qualità e nella realizzazione di catering. «La nostra sfida è far sì che questi ragazzi possano non solo lavorare ma sentirsi parte di una comunità», spiega a Tempi il direttore della Caritas, don Giuseppe Di Santo, «perché troppo spesso le persone con autismo o disagio psichico vengono relegate ai margini della società. Noi vogliamo dimostrare che possono avere un ruolo attivo, costruirsi una professionalità e contribuire al bene comune».
Laboratorio-scuola
Un progetto concreto, proprio di una “Chiesa in uscita”; un laboratorio-scuola che partendo dal basso ha già portato sollievo a molti. Specie ai genitori dei ragazzi, già provati dallo spettro del “dopo di noi”, che con l’intuito proprio di chi ama hanno immediatamente apprezzato non solo le qualità dell’équipe coinvolta, ma anche l’importanza di un luogo fisico (Casa Santa Rita, a Cerreto) in grado di infondere fiducia ai propri figli e nello stesso tempo farli sentire al sicuro. Tra profumi di crema e cioccolata, nel piccolo borgo del Sannio si rinnova ogni giorno una promessa: nessuno deve essere lasciato indietro. «Ho sposato l’idea sin dal primo momento, cioè da quando abbiamo scavato le fondamenta di questo luogo», aggiunge commosso Marco Federico Lavorgna, responsabile di produzione DolceMente, «e quando penso al domani io immagino i giovani ormai autonomi, magari collocati in un punto vendita o dietro il bancone di un bar a mettere in pratica quello che hanno imparato; è questa volontà che ci spinge a impegnare sempre maggiori energie tra queste mura».
Dell’attenta lettura del territorio, propedeutica al progetto del laboratorio dolciario di Cerreto Sannita, è stata assoluta protagonista la Chiesa diocesana. Da «esperta di umanità», come da appellativo del pontefice bresciano Giovanni Battista Montini, la Chiesa di Benevento si è accorta della necessità di dare risposte di lavoro urgenti e concrete a persone ormai fuori non solo dai circuiti della formazione (i dati dicono che, passati gli anni scolastici, molti disabili più facilmente ricadono nella solitudine e nell’emarginazione) ma anche dagli usuali contesti socio-riabilitativi. All’occhio della Caritas diocesana non è sfuggita neppure la necessità, silenziosa e impellente, di “liberare” tempo e sollevare dalla pressione 32 famiglie, comunque desiderose di costruire con i propri figli un percorso orientato all’autonomia.
Ricchezza gratuita
Ecco allora che DolceMente – laboratorio dolciario che negli ultimi 4 anni ha avuto un trend da record, raggiungendo il +134 per cento di produzione e vendita in Italia e all’estero – nasce proprio grazie a quei fondi 8xmille alla Chiesa cattolica che altro non sono che un efficacissimo moltiplicatore di risorse (come ormai sa o dovrebbe sapere chiunque non abbia uno sguardo inquinato dall’ideologia). Dal 1990 l’8xmille è una firma che si traduce immediatamente in opportunità presente e in speranza futura; per tutti, non solo per i credenti. E quantunque la “rete del bene” a servizio della Chiesa cattolica (con le sue 227 diocesi, 25 mila parrocchie e 31 mila sacerdoti) copra l’intero territorio nazionale, da mettere sul piatto c’è ancora di più. Perché nel cuore della Chiesa pulsa un motore silenzioso eppure straordinariamente potente, quel volontariato che vede più di mezzo milione di persone offrire il loro tempo al servizio di progetti di carità, moltiplicando di fatto l’impatto dei fondi di quell’8xmille senza il quale lo Stato si troverebbe a fronteggiare falle economiche incolmabili.
Gli italiani torneranno ad accorgersi di tutto ciò a fine aprile, quando riapparirà on air la nuova campagna di comunicazione dell’8xmille alla Chiesa cattolica, straordinario strumento di democrazia fiscale capace di produrre ricchezza – stavolta sì – “gratuitamente”. Tra i sei spot scelti per tv e web, spunteranno i cappelli da cuoco e i visi radiosi dei ragazzi del Beneventano, che mai e poi mai per il mondo sarebbero saliti alla ribalta, benché capaci “solo” di dolcezze.
* * *
Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di aprile 2026 di Tempi. Abbonati per scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!