Lo spirito del tempo
Sinistre
A sinistra, i leader maschi sembrano dividersi in tre categorie: i “molto responsabili”, ma anche un po’ anonimi — da Raphaël Glucksmann ad Andy Burnham, da Olaf Scholz a Paolo Gentiloni —; i “furbastri”, da Pedro Sánchez a Giuseppe Conte e Matteo Renzi; e gli “ingrugniti”, da Jeremy Corbyn a Jean-Luc Mélenchon, da Maurizio Landini a Marco Travaglio.
Anche in politici di indubbia qualità, come Glucksmann e Burnham, sembra mancare qualcosa di quel carisma che, nei decenni passati, ha caratterizzato tanti uomini della sinistra europea: da François Mitterrand a Helmut Schmidt, da Olof Palme a Felipe González, per citare alcuni nomi.
Mi pare, invece, che una certa autorevolezza si trovi oggi più frequentemente nelle leader donne, fatta eccezione per quella stordita di Elly Schlein, che nei maschi in circolazione nell’Occidente democratico.
Le “nuove leve ” negli Stati Uniti
Tra le donne di sinistra emerge, però, una divisione netta. Da una parte, ci sono leader capaci di misurarsi con i vincoli della realtà; dall’altra, esponenti di movimenti radicalizzati, per le quali le questioni sociali si intrecciano sempre più con una particolare interpretazione dei rapporti con l’islam e quindi anche con le comunità immigrate, con un’annessa ridefinizione degli equilibri della politica internazionale alla ricerca di un astratto e mal elaborato assetto multilateralista.
Negli Stati Uniti, questa trasformazione è evidente. Il gruppo di esponenti progressiste (lo Squad), oggi in grande ascesa nel partito democratico e che comprende Alexandria Ocasio-Cortez, Ilhan Omar, Rashida Tlaib, Ayanna Pressley, Summer Lee e Delia Ramirez, rappresenta una sinistra assai diversa da quella incarnata da figure come Nancy Pelosi, Hillary Clinton e Madeleine Albright.
Non si tratta soltanto di un ricambio generazionale. È cambiato anche il modo di intendere il rapporto tra politica interna, questioni identitarie e politica estera. La critica all’ordine internazionale esistente, in particolare al ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente, significa per queste “nuove leve” mettere in secondo piano tradizionali priorità della sinistra democratica.
Danimarca e Svezia
Anche in Europa la divisione tra le donne della sinistra ripropone le dinamiche osservabili negli Stati Uniti.
In Danimarca, Mette Frederiksen rappresenta un esempio di leadership fondata sulla concretezza e sulla capacità di combinare fermezza negoziale e ricerca di accordi. La sua condotta nei rapporti internazionali, compreso il duro confronto con Donald Trump, mostra quanto possa essere importante per un leader europeo saper difendere gli interessi nazionali senza rinunciare alla trattativa.
Questa impostazione, tuttavia, non mette al riparo dalle difficoltà elettorali. Così le dinamiche del voto municipale di Copenaghen, dove ha prevalso l’esponente della sinistra verde, Sisse Marie Welling, mostrano quanto sia complesso conciliare il pragmatismo socialdemocratico con le richieste di una sinistra più radicale, capace di intercettare larga parte del voto delle comunità islamiche immigrate.
Simili contraddizioni si manifestano in Svezia. La socialdemocratica Magdalena Andersson ha costruito un’area alternativa alla destra attraverso un’intesa sia con la sinistra radicale sia con le forze moderate contrarie all’avanzata della destra radicale, mobilitando ampiamente il voto di immigrati islamici. Ha prevalso per un margine ristrettissimo. Ma un’alleanza elettorale non è sempre una coalizione di governo: le divergenze tra le sue componenti hanno finito per trasformare una maggioranza numerica in una maggioranza politicamente fragile che non ha ancora portato un governo a Stoccolma.
Nel quadro europeo merita un po’ di attenzione poi anche il ruolo dei partiti di tradizione comunista, per quanto siano di fatto strutturalmente ai margini. In diverse situazioni, proprio le forze provenienti da quella storia sembrano conservare una maggiore disponibilità al compromesso e alla mediazione rispetto a settori della sinistra che sono, di fatto, più moderni.
La tendenza “alla Emde” in Germania
Dinamiche analoghe a quelle descritte si manifestano in Germania, dove la sinistra ha retto, dopo il disastro del voto nel land Sassonia-Anhalt, sia nel voto per il land Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove la socialdemocratica Manuela Schwesig ha portato il suo partito a una forte affermazione (ha ottenuto il 35,5 per cento dei voti, poco dietro alla destra radicale dell’Afd, 38,2 per cento, ma con ben maggiori chance di coalizzarsi con altri partiti). Nelle municipali di Berlino la sinistra radicale post comunista (Die Linke) ha ottenuto il 25,7 per cento dei voti, seguita dalla Cdu (18,8), dall’Afd (16,3), dai Verdi (14,3) e dalla Spd (12,1).
La candidata del partito che ha preso più voti, Elif Elarp, figlia di immigrati turchi “democratici” fuggiti dalle persecuzioni di Recep Erdoğan, però ha difficoltà a diventare sindaco anche perché nel suo partito l’esponente con più legami con i fondamentalisti islamici, Vanessa Emde, chiede non una eventuale condanna della politica di Benjamin Netanyahu, ma del “sionismo”, un modo eufemistico per invocare la scomparsa di Israele.
Contro le tendenze “alla Emde” si batte sia la socialdemocratica Manuela Schwesig, presidente appena eletta del Land Meclemburgo-Pomerania Anteriore, che non accetta compromessi con qualsiasi cosa puzzi di antisemitismo. Nel novembre 2023 propose persino di rendere il riconoscimento dell’esistenza di Israele un requisito formale per ottenere la cittadinanza tedesca, sottolineando che chiunque viva in Germania deve accettare che la popolazione ebraica faccia parte della società tedesca. E, durante il conflitto e le azioni militari a Gaza, le sue prese di posizione si sono allineate alla solidarietà dello Stato tedesco verso Israele, insistendo sulla priorità della protezione del diritto d’esistenza di Israele, senza formulare critiche radicali alle operazioni militari. Analoga è la tradizione dei Verdi tedeschi che, da Joschka Fischer ad Annalena Baerbock, hanno sviluppato una cultura di governo nella quale le convinzioni pacifiste e ambientaliste si sono confrontate con le responsabilità della politica estera.
Antisionismo alla francese
Una contraddizione simile si può osservare nel dibattito interno alla sinistra britannica, dove le posizioni sul sionismo e sul conflitto mediorientale hanno aperto nuove fratture.
Anche per un radicale come Zack Polanski, ebreo e leader dei Verdi britannici, è diventato difficile conciliare una critica severa a Netanyahu con la necessità di contrastare le forme di antisemitismo che sempre più prendono piede tra i suoi riottosi seguaci: su questo punto è stato messo in minoranza nel suo partito che ha votato una mozione che equipara il sionismo al razzismo.
In Francia, le possibili convergenze tra i Verdi di Marine Tondelier e La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon potrebbero avere conseguenze rilevanti per gli equilibri della sinistra in vista delle elezioni presidenziali del 2027 e aprire spazi a forze legate alla Fratellanza musulmana in qualche rapporto con l’eurodeputata della LFI Rima Hassan, oggi sotto processo per aver (eventualmente, come si dice prima di una condanna) in qualche modo lodato atti di terrorismo contro Israele.
È interessante come anche in Francia un qualche argine alla deriva estremistica filojihadista di Mélenchon venga dagli “ultimi comunisti” tra i quali Sophie Binet, segretaria di una Cgt che lavora per integrare gli islamici nel movimento sindacale e nella sinistra, senza lasciare alcun spazio alle derive fondamentaliste. Magari, qualche volta, in definitiva, il problema non è se una cultura politica sia antica o moderna, ma se sia ancora capace di produrre strumenti di integrazione, mediazione e convivenza.
La questione israeliana in Spagna e Irlanda
La Spagna presenta un’altra variante delle stesse contraddizioni. Alla sinistra del Partito socialista di Pedro Sánchez, le divisioni tra Podemos e Sumar hanno mostrato quanto sia difficile costruire una proposta politica comune quando convivono culture differenti: da una parte, una tradizione comunista più attenta alla mediazione e alle politiche concrete; dall’altra, un radicalismo maggiormente orientato alla mobilitazione e alla contestazione.
Yolanda Díaz, di formazione comunista, rappresenta il tentativo di mantenere un rapporto tra ambizione riformatrice e responsabilità di governo. Mentre altre leader della sinistra radicale come il sindaco di Barcellona Ada Colau e la madrilena Mónica García, oggi prevalenti, spingono posizioni estremistiche innanzitutto nell’attacco a Israele.
Per comprendere quanto il dibattito sul Medio Oriente sia diventato centrale in una parte della sinistra europea, è anche utile considerare il caso irlandese.
Catherine Connolly, eletta presidente dell’Irlanda dopo aver rotto con il suo partito (il Labour) e aver guidato una coalizione radicale, ha caratterizzato la sua posizione politica innanzitutto in riferimento a Israele, “protettorato e avamposto del potere statunitense”, affermando anche che «il genocidio è stato consentito e finanziato dal denaro americano».
I giovani radicali del Pd
In Italia, al di là di alcune figure femminili che sembrano rispondere più alle esigenze della comunicazione e dell’immagine che a qualche solida visione politica, non sono molte le donne della sinistra che mostrano un autentico coraggio.
Tra queste spicca Pina Picierno, che però ha lasciato il Pd trovando spazio in Azione, la formazione di Carlo Calenda.
Per il resto, sembrano emergere soprattutto giovani esponenti molto radicali, capaci di esprimere una forte determinazione, ma orientate più alla contestazione che alla costruzione di alternative. Così Angela Verdecchia, portavoce del movimento degli studenti medi, e Virginia Libero, segretaria nazionale dei Giovani democratici.
Verdecchia, ventunenne, studentessa di Lettere classiche all’Università di Macerata e coordinatrice nazionale della Rete degli studenti medi, ha detto: «Noi in guerra non ci andremo. Le diserteremo quelle guerre che vogliono imporci».
Virginia Libero ha espresso una posizione analoga: «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi. Perché noi organizzeremo i disertori».
La preferenza è una cosa seria.
Aggiungi Tempi alle tue “fonti preferite” di Google:
Pacifismo imbelle
Sono parole che richiamano una tradizione pacifista radicata nella sinistra italiana. Ma pongono anche una domanda: è possibile difendere la pace senza interrogarsi sulle condizioni politiche e militari necessarie a garantirla? E si può rifiutare la guerra senza distinguere tra aggressori e aggrediti, tra la pretesa di imporre la propria volontà con la forza e il diritto di un popolo a difendere la propria libertà?
Certo, la volontà di pace è sempre una scelta nobile, ma nelle dichiarazioni delle giovani radicalizzate citate rimane in ombra l’impegno per la libertà dei popoli e il diritto di resistere a chi vuole privarli della propria indipendenza.
La lezione della Resistenza italiana, invece, è quella di una lotta armata contro la dittatura e l’occupazione nazista, per la libertà politica e la possibilità di ricostruire un ordinamento democratico. La sua eredità non può essere separata dal principio che la libertà non è soltanto assenza di guerra: è anche possibilità di non vivere sotto il dominio altrui.
La ricerca di un nemico
Tornando al tema centrale della nostra riflessione, che cosa rivelano queste vicende sullo Spirito del Tempo?
La tendenza di fondo è l’emergere di una leadership femminile sempre più importante nella sinistra occidentale. È un fenomeno che può essere interpretato anche come conseguenza della crisi del modello patriarcale che, storicamente, determinava anche gli esponenti più aperti e intelligenti della sinistra e in generale della politica tradizionale.
Il superamento di questo “condizionamento”, per certi aspetti antropologico, pur necessario, non produce automaticamente una politica migliore: certe resistenze al mutamento tendono a generare, per esempio, tendenze aggressive e demagogiche tra politici “maschi”. D’altro canto, anche quando emergono eccellenze politiche femminili, accanto a figure capaci di assumersi responsabilità di governo, si affermano leadership che privilegiano la mobilitazione identitaria, la contrapposizione permanente e la ricerca di un nemico simbolico, e che intercettano la crisi di aree delle nuove generazioni che, prive di chiare prospettive verso il futuro, si orientano su posizioni antioccidentali e convergono con settori dell’immigrazione islamica coordinata dalla Fratellanza musulmana.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!