Inizia in Grecia il maxiprocesso all’utero in affitto
Nel luglio 2023 sulle prime pagine di tutti i giornali campeggiavano le terribili immagini delle isole di Rodi e Corfù avvolte dalle fiamme. Gli articoli erano pieni di storie di turisti stranieri costretti a scappare dalla furia degli incendi. Un mese dopo un’altra notizia infiammava la Grecia, gettando nel panico un’altra tipologia di turisti: decine di donne incinte, quasi tutte straniere, venivano trovate dalla polizia in diversi appartamenti a La Canea, sull’isola di Creta, in attesa di partorire i figli di coppie straniere (soprattutto australiane) che avevano pagato fino a 115 mila euro per avere quei bambini.
La retata è stata l’atto più eclatante di un’indagine della polizia iniziata alla fine dell’anno precedente, volta a sventare quello che per i pm greci era uno spaventoso «traffico di esseri umani». La terminologia non è nuova nell’area del Mediterraneo, ma di solito è associata al dramma dei migranti, non al business della maternità surrogata. Oggi quell’indagine iniziata tre anni fa entra in un’aula di tribunale in Grecia e inizia quello che si può definire il “maxiprocesso” all’utero in affitto.
Bambini venduti, donne sfruttate
Il presunto traffico era organizzato dal Mediterranean Fertility Institute (Mfi), che gestiva forse la clinica specializzata in procreazione assistita più famosa di tutta la Grecia. Nel 2023 fu disposta la custodia cautelare per il fondatore e direttore della clinica, Ioannis Giakoumakis, l’embriologo della clinica e altri sei dipendenti. Pesantissime le accuse a loro carico: tratta di esseri umani, violazione della legge sulla procreazione medicalmente assistita, compravendita di materiale genetico, falsificazione di dati medici allo scopo di vendere materiale genetico, contraffazione, certificati medici falsificati, matrimoni simulati, adozione illegale e frode.
L’inchiesta avrebbe scoperto che 98 donne – quasi tutte straniere, indigenti e provenienti da Paesi dell’Europa dell’Est – sono state vittime di tratta di esseri umani e sfruttate per dare alla luce i figli di ricchi committenti; altre 71 donne sono state sfruttate come donatrici di ovociti e tenute, insieme alle altre, in 14 appartamenti controllati da Mfi.
I dipendenti di Mfi che contattavano illegalmente donne disposte a partorire figli altrui ricevevano un premio che variava dai 2.800 fino ai 4.700 euro per ogni donna reclutata. Le madri surrogate ricevevano un compenso compreso tra i 290 e i 570 euro al mese durante i novi mesi di gravidanza, mentre i clienti spendevano per un “pacchetto nascita completo” dai 67 mila fino ai 115 mila euro.
L’inchiesta ha anche portato alla luce un sistema di documenti giuridici falsificati, trasferimenti di embrioni fittizi e matrimoni fasulli per cui il professore Nikolaos Vrachnis, presidente dell’Autorità nazionale greca per la procreazione medicalmente assistita, è stato sollevato dal suo incarico e indagato per corruzione e omesso controllo.
L’utero in affitto in Grecia
In Grecia la pratica dell’utero in affitto è legale nella sua forma cosiddetta “altruistica” dal 2002 per le coppie eterosessuali residenti in Grecia e dal 2014 per le coppie straniere, previa autorizzazione di un giudice. Nel 2022, 81 bambini sono nati ufficialmente tramite utero in affitto, nel 2023 il numero è calato a 51. Sull’onda dello scandalo internazionale scoppiato nel 2023, la Grecia ha ristretto i criteri per l’accesso alla maternità surrogata nel 2025, reintroducendo l’obbligo di residenza permanente nel Paese ellenico sia per la madre committente sia per la gestante.
In teoria, la madre surrogata non può usare i propri ovociti per concepire il bambino e non può ricevere per il suo gesto “altruistico” più di 10 mila euro, limite poi aumentato a 20 mila euro o 25 mila per un parto gemellare. Allo stesso modo la clinica non può fare da tramite né arruolare madri surrogate, che dovrebbero essere conosciute e presentate dai committenti e dovrebbero prestare “liberamente” il proprio servizio. Gli intermediari non sono ammessi. La partoriente non compare sul certificato di nascita del figlio, che acquisisce automaticamente la cittadinanza dei committenti.
La legge greca, per quanto redatta con tutti i crismi e più volte emendata per essere più efficace, è sempre stata facilmente aggirata. Uno studio del 2017 pubblicato su Bioethica ha analizzato 281 autorizzazioni giudiziarie alla maternità surrogata, scoprendo che solo nel 25% dei casi le madri surrogate erano di nazionalità greca. Nel restante 65% dei casi provenivano da Polonia, Bulgaria, Georgia, Albania e Romania. Nel 24% dei casi, le madri surrogate avevano già un rapporto professionale con i committenti, soprattutto come lavoratrici domestiche.
«Tratta di esseri umani su scala industriale»
Come sottolineato dalla Coalizione internazionale per l’abolizione della maternità surrogata (Ciams), lo scandalo greco non è il risultato di regole insufficienti o leggi poco chiare. «L’infrastruttura normativa esisteva. Ciò, tuttavia, non ha impedito che la tratta avvenisse su scala industriale, sotto la supervisione dell’autorità di regolamentazione il cui presidente è oggi egli stesso oggetto di un procedimento penale».
Un quadro giuridico regolamentato, insiste il gruppo internazionale di femministe che si oppone all’utero in affitto, «non elimina lo sfruttamento, ma fornisce l’infrastruttura grazie alla quale esso viene organizzato e occultato. La sequenza di fallimenti dimostra che ogni modello normativo crea le condizioni favorevoli agli abusi che pretende di prevenire. La legalità conferisce legittimità alla transazione, mentre la pressione del mercato, volta a ridurre il compenso delle madri surrogate e ad aumentare le tariffe addebitate ai clienti, crea incentivi strutturali alla tratta di esseri umani».
L’utero in affitto è un incubo
Il caso Mfi, conclude il Ciams, «non costituisce un argomento a favore di una migliore regolamentazione. Esso dimostra che la regolamentazione, in quanto tale, non può risolvere la contraddizione intrinseca alla maternità surrogata: l’uso del corpo di una donna come strumento per un terzo è incompatibile con il principio di non mercificazione del corpo umano e con il divieto di tratta di esseri umani, qualunque sia la forma contrattuale assunta». Il maxiprocesso che inizierà oggi in Grecia potrebbe certificarlo.
Il caso di Marie-Anne, madre surrogata “altruista” per un familiare in Gran Bretagna, raccontato da Tempi l’anno scorso, è la conferma del giudizio : «Io volevo davvero fare qualcosa di buono, ma sono stata sfruttata. La legge, però, non avrebbe mai dovuto permettere niente del genere. La surrogata è un inganno, non è sicura per nessuno. Si dicono tante belle cose, ma è tutto falso. La realtà è semplicemente diversa dalle favole che si raccontano e la gente deve capirlo».
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