Lo spirito del tempo
Covid
Naturalmente non è comparabile la peste nera del Trecento, che provocò in Europa la morte di oltre il trenta per cento della popolazione, con il Covid che, pur con tutto il suo impatto drammatico, ha finito per determinare nel nostro Vecchio Continente una diminuzione dell’aspettativa di vita da 81,4 a 80,1 anni.
Comunque la pervasiva epidemia vissuta tra il 2020 e il 2023 ha sconvolto profondamente, sia pure per un periodo limitato, le nostre vite. Ed è lecito quindi chiedersi che cosa il Zeitgeist abbia registrato di questa vicenda.
Boccaccio, Manzoni, Camus. Dove siete?
Non mi pare, innanzi tutto, che l’arte ne sia stata influenzata come invece era avvenuto con le pestilenze dei secoli passati: si consideri solo l’influenza della peste sui pittori lombardi del Seicento.
Non si vede proprio, poi, un Giovanni Boccaccio che risponde alle stragi di fiorentini con quel beffardo inno alla vita che è il Decameron. Né circola la finezza di un Alessandro Manzoni che anticipa le nostre dispute su morbi e vaccini — e quelle sugli untori di quattro e cinque anni fa — con i vaniloqui di Don Ferrante e con il drammatico racconto della Storia della colonna infame. Né intravedo un’analisi del rapporto tra peste e città all’altezza di Daniel Defoe, che nel suo Diario dell’anno della peste descrisse Londra nei giorni dell’epidemia. Né ho letto o visto al cinema o in tv racconti capaci di leggere, come ne La peste (1947) di Albert Camus, nel morbo un simbolo del “male”, rappresentato — nel caso dell’autore francese — dalla Seconda guerra mondiale appena conclusa con l’annessa barbarie nazista.
Commedie mediocri
Si è vista qualche commediola tipo Locked Down (2021) — con Anne Hathaway e Chiwetel Ejiofor: una coppia in crisi, chiusa in casa durante il lockdown di Londra, che per riconquistare l’amore e protestare contro il mondo ruba dei gioielli. Mah!
C’è poi il cinema della pandemia, più che sulla pandemia, quasi un genere a sé. Costretto dalle regole restrittive dettate dal morbo a sbirciare la ristretta realtà esterna dalla finestra, mentre quella interiore è messa in crisi dal mondo di fronte al quale ci si protegge. Forse l’unica opera un po’ originale realizzata durante l’infierire dell’epidemia è Host (2020) di Rob Savage: un gruppo di amici organizza una seduta spiritica su Zoom durante il lockdown, e all’incontro online partecipa anche uno spirito maligno. In effetti l’idea di un film horror per raccontare il 2020 ha un suo senso.
Mediocri le commedie (niente a che vedere con Boccaccio e Manzoni). Come la commedia francese del 2021 8 Rue de l’Humanité, diretta e interpretata da Dany Boon: durante il primo lockdown per il Covid, sette famiglie rimangono confinate nello stesso condominio di Parigi e sono costrette a convivere e conoscersi. Anche la comicità può aiutare a leggere un periodo drammatico, però deve avere qualcosa da dire. E non è questo il caso. Lo stesso vale per Lockdown all’italiana di Enrico Vanzina (2020). Magari il cine-panettone racconta anche qualcosa di noi, ma il cine-vaccinone invece è solo — come direbbe Fantozzi — «una bojata pazzesca».

Un po’ come una grande nevicata
Neanche uno scrittore capace di leggere in profondità la realtà come Don DeLillo, nel suo Il silenzio (Einaudi 2021), riesce a rendere la tensione dell’inizio dell’epidemia. Sembra piuttosto limitarsi a manifestare qualche stato d’animo: «Questo è l’inizio della fine»; «Vivo nel presente ma il mio futuro esisterà solo in forma passata»; «Non è finita, nemmeno lontanamente. Covid-19, questa espressione così forte», così commentava «il giorno in cui sull’intera nazione calava il lockdown per il Covid».
Dolores Redondo in Loro che non dormono (2026) fa i conti con la situazione con un tono da cronista:
«Le notizie sembravano quelle del giorno precedente, il virus cinese, i casi in Italia, una breve intervista a un medico esperto di Milano».
«Ho visto in tv che un maledetto ministro olandese dà la colpa dei contagi alla Spagna e all’Italia per lo stile di vita, e perché non stanno gestendo bene la crisi economica».
«Il martedì, l’attenzione dei programmi mattutini, sia alla radio che in tv, si divideva fra le notizie dall’Italia — una serie di immagini già note, le opinioni di presunti esperti che ammettevano di non saperne nulla».
«In particolare ci serve sapere se è stata in Italia di recente o se sua madre ha avuto contatti con qualcuno che c’è stato».
Tra le sue osservazioni trovo interessante il peso che si dà all’Italia nella vicenda, però un evento così profondamente umano come la pandemia viene trattato essencialmente come una grande nevicata.
Nebbioso lockdown
Catherine Ryan Howard in 56 giorni (Fazi 2025) fonda invece gran parte della trama nebbiosa sulla nebbia generata dal lockdown, che diventa un vero e proprio protagonista del giallo:
«Normalmente si fanno da una scrivania in un ufficio e adesso si possono – anzi, si devono – fare da casa».
«Adesso, come tutto il resto, la ristrutturazione è in pausa».
«Stanno prendendo provvedimenti in base alla minaccia potenziale, non alla realtà».
«Il virus è in tutto il mondo. Non si è mai vista una pandemia di questa natura a memoria d’uomo. Ma ne usciremo».
«È un medico, oltre che il leader del paese. Deve comprendere più degli altri».
«Secondo lei stanno esagerando tutti».
«Su un lampione sì e uno no sono affissi cartelli che sollecitano il contributo di tutti per fermare la diffusione del Covid-19, e ogni volta che Clara e Olivier incrociano un’altra persona o una coppia che cammina nella direzione opposta, uno dei due o entrambi si spostano di lato, sul ciglio del prato o addirittura giù dal marciapiede e sulla strada, lanciando un sorriso cordiale mentre cercano educatamente di allontanarsi il più possibile».
Insomma l’atmosfera è particolarmente interessante, però a forza di spargere nebbia la Ryan Howard rende la tensione “gialla” del suo racconto particolarmente confusa.
La preferenza è una cosa seria.
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Il Covid non esiste
Michele Mari invece nel suo Convitati di pietra (Einaudi 2025), un racconto che riguarda anche gli anni dal 2020 al 2022, non nomina mai il Covid. Ad alcuni lettori che gli hanno fatto notare che diverse cene descritte nel suo romanzo cadevano proprio negli anni del lockdown, quando nella realtà sarebbe stato impossibile riunirsi in tanti al ristorante, Mari ha spiegato esplicitamente che «in questo libro il Covid non esiste», perché ha scelto deliberatamente di far vivere i personaggi come dentro una sorta di bolla temporale.
Forse ha ragione lui, e con lui Julian Barnes quando nel suo Partenze (Einaudi 2026) spiega come ai nostri tempi non si abbia più il linguaggio per descrivere una tragedia: ci tocca viverla, ma non sappiamo più raccontarla.
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