Lo spirito del tempo
Morte
Nasce oggi – e appare ogni lunedì, mercoledì e venerdì – il nuovo blog di Lodovico Festa “Lo spirito del tempo”.
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Non c’è niente come un romanzo – e non serve un capolavoro, basta un giallo artigianalmente ben confezionato – per catturare un po’ di Zeitgeist, per assaggiare qualche sapore di quello spirito del tempo da cui uno scrittore appena appena decente non può prescindere. E così, dedicando le mie estati alle novità narrative (lasciando saggi e classici per il resto dell’anno), verso settembre faccio sistematicamente un bilancio dei frammenti di quel che ho compreso – letterariamente – di questa nostra peraltro sempre più disordinata epoca. E poi approfitto di Tempi per mettere in bella copia quel che mi sembra di aver capito. [lf]
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Sin da giugno, tra i diversi libri che ho letto, sono stato colpito dalla centralità che ha il tema del “morire”, soggetto principale in autori pur di diversa nazionalità: così in Convitati di pietra (Einaudi 2026) di Michele Mari, in Il tempo che resta (Neri Pozza 2025) di Bernhard Schlink, in Partenze di Julian Barnes (Einaudi 2026), in Per sempre di Richard Ford (Feltrinelli 2024).
D’altra parte la nostra contemporaneità – che secondo me inizia veramente con la Rivoluzione francese – si apre (letterariamente) con un suicidio e annuncia la sua profonda crisi novecentesca con una morte per colera. I dolori del giovane Werther di Johann Wolfgang von Goethe (1774) raccontano di un giovane che preferisce mettere fine alla propria esistenza piuttosto che rinnegare le proprie passioni (passioni che s’intrecceranno a quelle rivoluzionarie segnando gli ultimi anni del Settecento e tutto l’Ottocento), mentre in Morte a Venezia di Thomas Mann (1912) si descrive l’atmosfera di decadenza morbosa (simbolica ed effettuale) che pervade la città lagunare, e che poi sarà lo scenario che inquadrerà tutta l’Europa dal 1914 al 1945.
Morti una seconda volta
In Convitati di pietra, Mari, descrivendo una classe di liceali (la III A del Berchet di Milano) che nel 1975 mette in palio un tesoro per l’ultimo studente del ’75 rimasto in vita, ci parla del passare del tempo e dell’ossessione per la morte. Così introduce il suo racconto:
«Qualcuno dunque doveva aver buttato là il commento secondo il quale nella mente di Dio o più laicamente nel fato o ancora più laicamente nel caso era già previsto chi di loro sarebbe morto per primo e chi per secondo e per terzo e così via fino all’ultimo superstite».
E così lo conclude:
«Ora era rimasto solo. La III A era lui, quando fosse morto anche lui, sarebbero morti tutti una seconda volta».

Come sarebbero andate le cose
In Il tempo che resta, Schlink racconta gli ultimi mesi di un settantaseienne malato terminale (chiede il protagonista del libro al dottore: «Tre settimane o tre anni?», e il dottore gli risponde: «Non più di sei mesi probabilmente»).
Gli chiede il figlioletto:
«Poi andrai in cielo?».
Gli dice la moglie:
«Te ne andrai presto. E questo è terribile. Ma se adesso cominci a lamentarti tutto diventa ancora più terribile.
Perché mi rendi le cose così difficili, perfino dopo la tua morte?»
Pensa il protagonista:
«Nella morte non sarebbe stato affatto libero, ma morto.
La morte non gli piaceva perché non avrebbe più saputo come sarebbero andate le cose: alla fine sarebbe scoppiata una guerra tra l’America e la Cina, chi l’avrebbe vinta? Che ne sarebbe stato dell’Europa e della Germania?».
Morire a metà di un romanzo
In Partenze, Julian Barnes (peraltro da tempo malato di un cancro di cui l’autore scrive: «“Incurabile ma gestibile” suona un po’ come la vita, no?») ci informa come questo sia il suo ultimo libro. Un libro che non è un romanzo e nemmeno un insieme di memorie, e non è neanche un saggio. Riflessioni filosofiche, letterarie e scientifiche scorrono in Partenze, e in questa forma ibrida Barnes si interroga su ciò che resta della vita.
La chiave è discorsiva, dice l’autore:
«L’era tragica è tramontata da un pezzo: ci manca la solennità necessaria per giustificare parole del genere».
E in questa chiave di diffusa ironia scrive come sia meglio «non morire a metà di un romanzo», cercando di evitare così che «arrivasse un bastardo qualsiasi a finirlo al posto mio».
«Eppure: Cancro, Covid, Brexit… un mucchio di cose da vivere, poco o niente da scrivere».
«La morte impone un cambiamento di tempi verbali, ma io mi rifiuto».
«Carmen Callil morente era comunque più Carmen Callil che morente».
Come Schlink anche Barnes commenta:
«Mi mancherà sapere che cosa sta succedendo».
E cita poi, senza molta convinzione, suoi lettori che sull’onda della famosa poesia di Dylan Thomas («Do not go gentle into that good night», «Non andartene docile in quella buona notte»), lo invitano a ribellarsi alla morte:
«Allora, mr Barnes, sta infuriando contro il morire della luce, o no?».

Il sipario grigio
In Per sempre, Ford ripropone il famoso protagonista di altri suoi romanzi, Frank Bascombe (scrittore mancato, giornalista sportivo, agente immobiliare, due volte divorziato, padre), che, invecchiato, conduce una vita solitaria, lavoricchiando part-time e a cui tocca assistere sino alla fine il figlio Paul, al quale viene diagnosticata una forma particolarmente aggressiva di Sla. Non resta molto tempo e, dopo un periodo di permanenza in una clinica, dove si tenta l’ultima carta sperimentale, Frank organizza un viaggio in camper per suo figlio in luoghi mitici degli Stati Uniti. Paul e Frank hanno due nature agli antipodi e, trovandosi a vivere a stretto contatto, cercano di rimediare al loro storico difficile rapporto, con Bascombe impegnato nel compito più difficile: accompagnare un figlio alla morte.
Per comprendere la chiave dolorosa ma ironica del racconto di Ford, ecco qualche citazione:
«Sono qui, vivo, per cercare di stare sempre un passo avanti alla morte, resto in vita perché mio figlio non si senta solo quando lascerà la vita. È l’unico modo in cui riesco a dare un senso a tutto quanto».
«Essere felici, prima che cali il sipario grigio».
Un rimedio alla noia
Tre degli autori citati (Mari è più giovane) sono nati tra il 1944 e il 1946, avevano poco più di venti anni quando nella loro generazione tanti pensavano che non bisognasse fidarsi di nessuno che avesse più di trenta anni (Schlink, poi magistrato, probabilmente era meno ribelle).
Ora sono sugli ottanta, Ford fa dire al suo Bascombe:
«Sono nato nel 1945 e mi avvicino all’età massima prevista dalla Bibbia».
Barnes scrive:
«Quant’è noioso avere ottant’anni e stare lì a lamentarsi? Quant’è noioso avere ottant’anni e pensare questo è sbagliato, quello non mi piace, vaffanculo a quell’altro?».
Pare quasi di cogliere l’idea che vivere è essere giovani, e morire è innanzi tutto un rimedio alla noia.
Naturalmente la politica è centrale in questa generazione di scrittori: meno in Mari che descrive un certo nichilismo milanese che ben riconosco. Rilevante il rammarico espresso più o meno negli stessi termini da Barnes e Schlink, quello di non poter sapere come andrà a finire quel mondo disordinato in cui si vive oggi.
Cosa c’è di peggio per un padre?
Lo scrittore tedesco poi è un magnifico biografo della Germania contemporanea: nel suo A voce alta (1995) descrive come una nazione vive il suo passato nazista, ne Le nipote (2022) ci spiega come stia crescendo l’Afd a partire dall’ex Germania dell’Est.
Ed è dunque evidente, in questo contesto, come Il tempo che resta sia anche una metafora di come stia consumandosi un’epoca della vita tedesca e come il testamento di valori che il protagonista morente lascia al giovanissimo figlio sia quasi un appello di Schlink alle nuove generazioni che cresceranno nella Germania dopo la scomparsa dei babyboomer.
È anche il pensiero della figlia di Bascombe riferito in Per sempre indica la ricerca di un senso politico nella morte del fratello:
«La morte di Paul, già preannunciata, era un sintomo significativo che rispecchiava il declino morale dell’America e la fine della sua influenza a livello mondiale».
Una ricerca affrontata da una repubblicana di destra che politicamente Bascombe (e ancor più Ford) detesta, e non lo nasconde commentandone le idee con questa considerazione:
«Mi dà molto fastidio. Perché era come derubarlo della sua morte».
E ancora sulla figlia:
«È una gay di destra (che c’è di peggio per un padre?)».
Lei è una persona spirituale?
Colpisce l’assenza di una dimensione religiosa nella riflessione sulla morte dei vari scrittori citati, il che rivela la profondità del processo di secolarizzazione della nostra civiltà occidentale. Forse, per capire come si considera la vita spirituale in tanti ambienti europei e americani, è utile ascoltare le parole di Yasmina Reza in uno scritto del 1959, pubblicato da Adelphi nel 2026 (e letto da me questa estate) con il titolo Da nessuna parte:
«“Lei è una persona spirituale?”. “Non credo – dio – e lei?”. “Sì” dice, stringendo la boccuccia rosa. Come se le sue parole esigessero estrema attenzione. “Non nel senso che sono religiosa. Più tipo chiromante”».
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