Lo spirito del tempo
Grecia
All’inizio del secondo millennio d.C. con il film di Ridley Scott Il gladiatore e subito dopo con i magnifici romanzi di Robert Harris sul passaggio di Roma dalla Repubblica all’Impero (Imperium, Lustrum e Dictator), una certa riflessione su Augusto e i suoi successori apparve quasi un riflesso del processo di globalizzazione in atto su scala planetaria.
Era forte la suggestione che, tra la fine del Novecento e l’inizio del Duemila, si fosse realizzato di fatto un ordine globale liberale ormai invincibile. E di questo “ordine” talvolta si definiva la leadership come cino-americana: la cosiddetta leadership di ChiMerica (“China” più “America”). Insomma una sorta di “pax augustea”.
Anche due studiosi di politica molto radicali come Toni Negri (che dalla sua aveva pasticciato pure con molte esperienze estremistiche più o meno deliranti) e il più rigorosamente accademico Michael Hardt descrivevano con il loro libro Empire (Harvard University Press 2001) come la marxista lotta di classe (mischiata alla spinoziana rivolta delle moltitudini) potesse essere rilanciata da una crisi degli Stati nazionali.
Si stava così delineando una realtà imperiale del governo del Pianeta che, pur senza risolvere naturalmente la questione del dominio del Capitale, comunque offriva molto interessanti chance alle già citate moltitudini, con non poche somiglianze rispetto a quel che era avvenuto nella storia dell’umanità grazie all’unificazione di parte essenziale dell’Ecumene determinata dal dominio romano.
L’Ulisse di Nolan davanti alle barbarie di ieri e di oggi
Sono passati un paio di decenni e la rotta dello sviluppo dello Zeitgeist, dello spirito del Tempo, pare aver cambiato direzione, avendo come meta non più un impero globale ma una sorta di multilateralismo, più o meno disgregatore della scena internazionale. E da qui un’attenzione concentrata non più sulla pax augustea, bensì su una Grecia classica nella quale valori più o meno attuali, e che fonderanno l’Occidente, si formarono appunto nella disgregazione delle cento polis elleniche e di un Mediterraneo senza leadership.
Non ho ancora visto Odissea di Christopher Nolan e, pur essendo diventato sempre più pigro, andrò a vederlo perché me lo ordina la mia critica di riferimento Mariarosa Mancuso, che lo descrive come un capolavoro dal punto di vista spettacolare. Però, come molti, ho seguito l’amplissima discussione sul senso del film ospitata da media e social, una discussione che mi pare concordi su come Nolan legga l’Odissea non solo – non tanto? – come pietra centrale di una nuova civiltà, ma anche come fondamento di un lascito di barbarie che per diversi tratti arriva ai nostri giorni: il culto della guerra, l’esaltazione della menzogna, l’offesa all’ospitalità. Tutti elementi di cui il nuovo Ulisse cinematografico prende man mano coscienza, fino a scappare insieme a Penelope da Itaca come un cittadino civilmente democratico che fugge dall’America di Donald Trump.
Naturalmente ogni artista ha il diritto di usare il materiale che le grandi opere del passato gli offrono e di plasmarlo come gli pare, per trasmettere la sua visione della realtà: Euripide, ben prima del 2026, con la sua tragedia Elena aveva già stravolto il racconto omerico, descrivendo una moglie di Menelao rapita da Hera, spedita in Egitto e sostituita da un fantasma con il quale un inconsapevole Paride era fuggito da Sparta. E così un regista che vuole testimoniare il suo orrore per la guerra, il suo disgusto per la menzogna, la sua paura che l’ospitalità verso lo straniero sia emarginata dalla nostra civiltà, è libero di usare il materiale omerico come vuole.
La ricomparsa delle divinità elleniche
Altro, naturalmente, è il compito dello storico, anche di quello più specifico della cultura, al quale non può sfuggire come la scena – come ci insegna Harold Bloom – in cui Priamo va da Achille per riavere il cadavere del figlio costituisca una sorta di rivoluzione per un’umanità che intorno al Mille avanti Cristo considerava, nelle varie testimonianze scritte, il nemico un “oggetto diabolico” e non una “persona umana”.
Ma i conti dello Zeitgeist con l’attualità della grecità nei nostri tempi non riguardano solo l’opera nolaniana e il suo uso politico di Ulisse. Nelle mie letture estive, per esempio, ho notato in Il custode di Niccolò Ammaniti (Einaudi 2026) e nel giallo di Alex Michaelides La Furia (Einaudi 2025) una sorta di citazione di quelle divinità elleniche che dominano la cultura greca e che Nolan tende a interpretare come proiezioni psicologiche degli uomini, mentre un paio di migliaia di anni fa rappresentavano un Fato dominatore degli uomini e non da questi governabile.
Una Furia scatenata, la Medusa in Sicilia
Il gialletto di Michaelides sinceramente non mi ha conquistato: alquanto snobistico, con trucchetti un po’ esagerati nella trama, e anche tutta l’idea dell’isoletta greca “per ricchi” nell’Egeo (isolette nell’Egeo: ecco un genere che conosco bene) appare artificiosa. Però a un certo punto entra in scena la furia (in realtà è la Furia con la “F” maiuscola):
«Era una furia scatenata che ci schiaffeggiava, ci buttava la sabbia addosso, ci faceva perdere l’equilibrio ogni volta che poteva».
Un fenomeno non solo credibile nella sua materialità concreta, ma che evoca bene le Erinni, le divinità ctonie centrali nella cultura greca antica.
Non mi ha entusiasmato neanche il nuovo libro di Ammaniti, un autore che sinora mi aveva sempre convinto per la sua prosa brillante e per la sua straordinaria fantasia creativa. L’idea centrale del romanzo è che – cito dal testo:
«Teodosio aveva messo una taglia sulla testa di Medusa, ma la mia famiglia la nascose in una botte e la portò con una trireme nella Trinacria, l’attuale Sicilia. Sbarcarono vicino Agrigento e da allora sono passati millecinquecento anni. L’abbiamo curata e protetta, lavata e aiutata a fare la muta come i serpenti».
Con tutto il rispetto per i fuochi d’artificio di un autore così scoppiettante, l’idea che una divinità greca sia custodita in un paesino siciliano e venga utilizzata tra l’altro per “pietrificare” chiunque disturbi i mafiosi locali, più che bizzarra mi è sembrata un po’ bislacca.
Il dominio degli dèi neopagani
Però il nostro Geist, il nostro spirito del Tempo di cui scrutiamo con cura le apparizioni, non si esprime tanto con la qualità delle opere quanto con i significati rilevanti che anche libri non perfettamente riusciti fanno intravedere.
E in questo senso la Furia, la Medusa (ripresa peraltro nel 2024 anche in una serie pur non riuscita di Neftlix, Kaos, e come simbolo dei serpenti diffusi in una potente famiglia, in un’altra serie Netflix colombiana con una prima stagione nel 2024, e una seconda nel 2026, serie che appunto s’intitola Medusa) mi pare che aiutino a comprendere che cosa circola nell’immaginario degli anni Venti del Duemila.
Se Nolan analizza con un certo stile wokista le tare di lungo periodo della cultura occidentale che derivano anche dall’antica Grecia, Furia e Medusa mi pare ci raccontino il ritorno di attenzione per quel paganesimo ellenico che sottometteva gli uomini al potere del Fato. Una tendenza che – come ha spiegato mirabilmente Giulio Meotti nel suo Il dio verde (Liberilibri 2021) – sostituisce alla sacrosanta lotta per la difesa della bellezza del creato il culto di “dèi” appunto “verdi” che devono dominare senza alcuna “resistenza razionale” (atto che per i neopagani verdi sarebbe blasfemo) l’azione umana.
Platone e l’eros
C’è infine un altro libro che ho letto questa estate sull’antica Grecia che nella nostra ricerca del Geist merita interesse: Platone. Una storia d’amore di Matteo Nucci (Feltrinelli 2025). Chi ha letto Creazione (Creation) di Gore Vidal (1981), dove si racconta di un persiano di madre greca, Ciro Spitama, che viaggia nell’Ecumene tra il VI e il V secolo avanti Cristo e incontra Gautama Buddha, Lao Tze e Confucio, Democrito e il giovane Socrate, forse può non apprezzare fino in fondo la prosa nucciana, un po’ affannosa.
Comunque è straordinario il lavoro di ricerca che prepara questo romanzo e che non solo descrive in modo assolutamente esauriente la vita del grande filosofo ateniese, ma anche come questa s’intreccia al suo pensiero.
«Fu proprio l’eros tiranno a mostrargli definitivamente la potenza dell’eros filosofico».
Così si descrive il nucleo di questo intreccio tra biografia e ricerca intellettuale.
Platone, il desiderio e la ragione
Il meritato successo di questo libro ci parla di un altro elemento che collega lo Zeitgeist della nostra epoca alla Grecia antica: il rapporto tra “desiderio” (“eros”, “amore”) e “ricerca intellettuale” come base per una Ragione che non si appiattisca sul frammento ma cerchi la Verità, il Giusto, la Bellezza.
Questo tema è particolarmente attuale perché sant’Agostino, trasformando il desiderio carnale in desiderio di rapporto con Dio (come si direbbe dantescamente in un Meeting: “L’amor che move il sole e l’altre stelle”), recupera parte rilevante della fondamentale lezione filosofica platonica, con una profondità che la rende ancora particolarmente attuale, come testimonia la ricerca di due grandi papi (Benedetto XVI e Leone XIV), particolarmente legati al filosofo cristiano d’Ippona che su queste fondamenta costruiscono un dialogo tra credenti ed eredi dell’Illuminismo, sulla relazione tra ragione e morale naturale.
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