Israele al voto. Il dilemma tra la forza e la pace

Di Giancarlo Giojelli
11 Settembre 2026
Tra sanzioni internazionali, spaccature politiche e il peso del 7 ottobre, lo Stato ebraico va alle urne. Un voto decisivo, ma il cui esito è molto incerto
Benjamin Netanyahu, Gerusalemme, 8 settembre 2026 (Foto Ansa)
Benjamin Netanyahu, Gerusalemme, 8 settembre 2026 (Foto Ansa)

C’è una data importante segnata sul calendario di Israele e di tutto il Medio Oriente: è il 27 ottobre, giorno delle elezioni nazionali. Si avvicina un giorno che potrebbe rivelarsi cruciale e gravido di conseguenze per tutti. La Terra Santa, “il nervo scoperto del mondo”, si infiamma. Israele vuole solo una cosa: la sicurezza. E deve decidere se garantirla con la forza ad ogni costo (e quindi condannandosi o venendo condannato a un permanente stato di guerra) o con il dialogo e una trattativa che sfoci in complicati accordi di pace.

È questo l’eterno dilemma dello Stato ebraico, destinato a perpetuarsi attraverso il mutare della storia e degli interlocutori.

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Il peso delle sanzioni

I pronostici sull’esito del voto sono molto incerti. E a renderli ancora più incerti sono le conseguenze economiche delle sanzioni decise dal Regno Unito a cui si sono uniti altri undici paesi: Francia, Spagna, Canada, Portogallo, Irlanda, Polonia, Finlandia, Danimarca, Svezia, Norvegia e Islanda. Sanzioni contro quella che viene definita “pulizia etnica” in corso in Cisgiordania causata dalla violenza dei coloni e dall’espansione degli insediamenti. Si bloccano così le importazioni di merce prodotta nelle colonie e si colpiscono le imprese che forniscono infrastrutture per l’edilizia nelle aree occupate. L’Italia non si è unita agli altri paesi europei e chiede una soluzione congiunta a livello europeo e non “in ordine sparso”.

A proposito delle sanzioni, è significativo il fatto che gli Stati Uniti, pur informati in anticipo, non si siano opposti e non abbiano chiesto al Regno Unito di ritardare la mossa a dopo le elezioni. Fonti britanniche rivelano ai media israeliani che le sanzioni potrebbero essere riconsiderate se la futura leadership israeliana cambierà la politica di espansione nei territori palestinesi e porrà un freno alle violenze. Si tratta di un chiaro messaggio agli elettori ed è difficile dire come verrà recepito. Darà forza alla reazione degli estremisti o, al contrario, al fronte moderato? Di una cosa siamo sicuri: i settlers (coloni) sostengono l’ultra destra.

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Due israeliani osservano l’insediamento di Ma’ale Adumim in Cisgiordania (foto Ansa)

I coloni non si ritirano

Yaakov Berg, direttore della grande azienda vinicola Psagot Winery nei pressi di Ramallah, ha dichiarato al Times of Israel che il mercato britannico rappresenta il 60 per cento del proprio export. Non accetta di considerare il fatto che le sue vigne siano piantate su terra palestinese occupata: «Le sanzioni sono una conseguenza dell’antisemitismo che dilaga in Europa. Non rinunciamo a quello che siamo, alla nostra identità, alla nostra presenza qui per un po’ di dollari: a volte si guadagna, a volte si perde, ma resistiamo. Siamo soli? Lo siamo sempre stati».

Moses Gaza, amministratore del kibbutz Almog, vicino a Gerico, ha detto: «Le sanzioni colpiscono duro, ma a farne le spese saranno anche i palestinesi che lavorano con noi. Abbiamo molti dipendenti arabi a cui diamo lavoro». Altri coloni sono ancora più minacciosi e i loro messaggi sui social ripetono l’eterno mantra che nega l’occupazione, semplicemente perché «i palestinesi hanno solo da guadagnare dalla nostra presenza, non esiste uno Stato palestinese e non esisterà, non ci ritireremo».

Destra e sinistra

Intanto, il premier Benjamin Netanyahu conta e riconta amici e nemici e consulta i sondaggi. Lo scenario è di forte incertezza. Secondo il quotidiano popolare Maariv il blocco a sostegno del governo potrebbe scendere a 47 seggi in Parlamento, mentre all’opposizione ne andrebbero 57. Per governare, però, ne occorrono 61. Chi potrebbe cercare di formare un governo, trovando voti nelle varie liste minoritarie, è Gadi Eisenkot, ex capo di Stato Maggiore, militare e proprio per questo contrario ad una guerra ad oltranza. Ad oggi è lui a essere considerato il favorito. L’emittente pubblica Kan, vicina al governo, dà, al contrario, come possibile vincente Netanyahu, ma con 52 seggi, un numero sempre lontano dal formare una maggioranza. I partiti arabi, pur divisi, potrebbero insieme contare su 13 seggi decisivi.

In Israele si vota col sistema proporzionale, che favorisce la dispersione. Netanyahu ha tentato fino all’ultimo di unificare i partiti della destra nazionalista e religiosa, ma il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha rifiutato la lista unica con l’amico-rivale Bezalel Smotrich. Anche l’opposizione conta le sue divisioni. E molti piccoli partiti potrebbero non superare la soglia di sbarramento (che è al 3,25 per cento, che vuol dire quattro deputati). Sono questi i voti che si riveleranno determinanti o che potrebbero “sparire” se i partiti non superassero la soglia. Tutto dipenderà dalle alleanze dell’ultimo minuto e dal voto dei centristi.

Il peso di un’altra data

Bibi per ora, ma solo per ora, ha accantonato la resa dei conti in tribunale, che è stata rimandata a dopo le elezioni. Il processo per corruzione e reati fiscali, che dura da più di sei anni, è per ora congelato. La questione aperta, che nessun sondaggio riesce a chiarire, è quale effetto avrà l’esplosivo cocktail di pressioni diplomatiche, militari e giudiziarie sul voto degli indecisi. I partiti estremisti sperano che la paura porti loro i voti necessari ad essere ancora una volta determinanti. I moderati e il fronte anti-Netanyahu puntano a legare il desiderio di sicurezza alla possibilità di una pace che solo un cambio di leadership può favorire.

E sulle elezioni grava il peso di un’altra data: il 7 ottobre. Nessuno ha dimenticato quel giorno, tutti hanno figli o parenti al fronte, che sia quello del Libano, della Siria, della Cisgiordania o di Gaza. Tutti vivono da tre anni con l’incubo delle sirene degli allarmi aerei. Tutti hanno vissuto e vivono ancora il dramma degli ostaggi.

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