La “magnifica humanitas” del Meeting di Rimini
A proposito di “magnifica humanitas”: è bastata una settimana al Meeting di Rimini per capire che il trionfo del chatbot è ben di là da venire, e che tra il vertice dell’antropologia e la commedia quotidiana passa appena un soffio di umidità romagnola. Poiché l’uomo – e la donna, e il bambino, ma soprattutto il meetinghiano – resta un prodigio sublime e spassoso: capace di slanci ideali purissimi, ma anche di compiere trasumananze epiche per una bombetta pugliese o di rischiare l’incolumità fisica pur di accaparrarsi un martello gonfiabile. Ecco dunque la guida etologica a questo insostituibile, glorioso miracolo in carne, ossa e ciabatte.
Il meetinghiano ultrà del Papa (Homo Paternus Ultrà). Sabato scorso arriva alla garitta dei parcheggi alle cinque del mattino, sfidando la canicola e il microclima da bagagliaio estivo fomentato da una mezza scatenata dozzina di pargoli a bordo. La sua monovolume non è un mezzo di trasporto, è un presepe semovente di briciole di cracker, ciucci smarriti e calzini spaiati. Parcheggia a circa due miglia nautiche dall’ingresso, ma parte in volata spingendo un passeggino da cross: mancano ancora due ore all’apertura dei cancelli, ma la tattica è tutto. Si posiziona in coda armato di un arsenale di borracce, pannolini di ricambio e omogeneizzati alla prugna che Tata Lucia levati proprio. Intorno a lui la gente sviene, lui pensa: meglio. Al metal detector la sicurezza gli sequestra tre borracce e un thermos d’epoca. Non importa, entra. Vede la prima transenna utile e si fa largo nella calca brandendo a mo’ di ariete il più neonato dei suoi figli. Dalla parte opposta del corridoio avvista un rivale con in braccio un infante visibilmente ancora ricoperto di vernice fresca da sala parto. Pensa: Ahia, questo è un professionista. I due padri si fissano a denti stretti in un momento da Sergio Leone. Poi, l’azione: allungano i rispettivi pargoli oltre la transenna, ostendendoli a mezz’aria come conigili pasquali. Panico improvviso: compare un bambino munito di cartello in rilievo con scritto IO MI CHIAMO LEONE COME TE. Non c’è tempo per abbatterlo, sta arrivando il Papa. Il papà-ultrà lo avverte con il sesto senso dei grandi predatori: è il momento. All’improvviso, spuntano neonati ovunque. Due, dieci, cento. Una muraglia umana, una tendina sventolante di piedini, bavaglini e pannolini allungata oltre la transenna. La sicurezza della Gendarmeria cede: qualcuno inizia a lanciare il bambino al bodyguard, al vescovo, alla Divina Provvidenza. La folla esplode in un boato da finale di Coppa del Mondo. Il Papa, contento, benedice a 360 gradi tutto quello che gli capita a tiro, compresi due addetti all’antincendio e una piadina vuota. È un attimo. Breve, intenso, epico, irripetibile. Il papà-ultrà è in estasi. Dà il cinque alto ai colleghi di transenna. Poi si gira, esausto, madido di sudore e gloria. Controlla il neonato che gli è rientrato alla base. Lo osserva bene: ok, è il mio.
Il meetinghiano in erba (Homo Puer Gadgetarius). Vaga per i padiglioni da solo o in gruppo, ignorando completamente le mostre, i convegni e le lusinghe del mondo. Unico segno distintivo: il numero di telefono dei genitori scritto a pennarello indelebile su entrambi gli avambracci, a prova di smarrimento o lavaggio. Non cerca la mamma, non cerca il bar, cerca un’unica cosa sulla terra: il martello gonfiabile di Tempi. Si piazza davanti allo stand con lo sguardo fisso di chi ha una missione divina, del tutto refrattario a spiegazioni, tentativi di dialogo, compromessi. La trattativa è un monologo serrato: «Mi dai il martello? Dai, un martello. Perché a quello prima gliel’hai dato? Me ne dai due? E al mio amico? Lui ha SEI fratelli». Quando la redazione, stremata, gli oppone l’estrema difesa burocratica – «Bambino, il martello si dà soltanto a chi fa l’abbonamento» -, lui non fa una piega. Si allontana, parlamenta con i compari, torna, assume un’espressione da adulto responsabile e risponde a tono: «Abbiamo tanti amici a Carate Brianza». Che è un po’ come andare a Nazareth e dire che sei amico stretto di Giuseppe e Maria. «Adesso mi dai il martello?».
Il meetinghiano delle risorse umane (Homo Inquisitor Omnivagus). Si presenta allo stand di Tempi non solo per abbonarsi, ma perché ha capito che Tempi è una garanzia assoluta di cronaca, giudizio e libera circolazione delle idee. Tradotto: una via di mezzo tra l’Oracolo di Delfi, l’ufficio informazioni del Comune di Rimini e un magazzino all’ingrosso. La sua raffica di domande non concede tregua: «Come ci si abbona a Tracce? E al Timone? Avete una mappa della Fiera? A che ora è l’incontro con Bruno Vespa? Ma dove sta Matzuzzi del Foglio? E la libreria? E il bagno? Mi dai un sacchetto? Perché avete già finito il libro Il nervo scoperto del mondo?». Dopo aver perlustrato ogni centimetro dello stand e prosciugato le riserve del magazzino, scompare tra la folla. Per poi ripresentarsi dieci minuti dopo, sporgersi oltre il bancone con aria cospiratoria: «Ma è qui che si prendono i martelli?».
Il meetinghiano Ziche (Homo Cathedraticus Statarius). Professore di lungo corso, amico storico, con un numero di Meeting sulle spalle sufficiente a garantirgli il diritto divino alla sedentarietà. La sua tecnica di sopravvivenza è pura avanguardia: ha eletto come base operativa un pouf allo stand di Tempi e da lì non si muove. È dotato di una moglie ginnica e instancabile che macina chilometri facendosi il giro completo di tutti gli incontri, tutte le mostre e tutti i padiglioni. Lui, invece, applica la tattica del “mimetismo da lettura”: ogni volta che percepisce il rischio che qualcuno si avvicini per chiedergli «cosa hai visto oggi?», apre con mossa felina Tempi e ci si nasconde dietro. In tre giorni di Fiera ha letto il numero di agosto circa trenta volte, accaparrandosi una funzione sociale insostituibile per la redazione: grazie alla sua presenza immobile e al suo sguardo severo da cattedra, si possono abbandonare borse e PC accesi sul tavolo dello stand con la totale certezza che nessuno oserebbe toccare nulla. O chiedere martelli.
Il meetinghiano di Torino amico di Vietti (Homo Subalpinus Fugitivus). Variante sabauda del meetinghiano tempista, legato da una storica e pericolosissima amicizia a Piero Vietti. La sua presenza in Fiera è una costante esercitazione di tattica militare: vive nell’ossessivo tentativo di scappare dallo stand di Tempi o di circumnavigarlo a distanza di sicurezza. Vietti rappresenta dal 2021 il terrore conclamato dei suoi amici: una macchina bellica che da anni applica la tecnica della persuasione martellante, costringendo chiunque conosca ad abbonarsi al giornale a ciclo continuo. La psicosi è arrivata a livelli tali che per l’amico torinese questo è ormai il quinto Meeting consecutivo vissuto in stato di allerta rossa. La dinamica è consolidata: appena da lontano avvista la sagoma di Vietti che si avvicina con il dito già puntato nella sua direzione per far scattare la trappola promozionale, l’amico di Torino blocca la conversazione, alza le mani al cielo in segno di resa incondizionata e urla preventivamente a gran voce: «Ho rinnovato ieri!».
Il meetinghiano “andiamo al Priscio” (Homo Apuliensis Gulosus). Per lui il Meeting di Rimini potrebbe anche finire ai cancelli d’ingresso, purché sia aperto il ristorante pugliese Il Priscio. Il suo Meeting non è un percorso culturale, è una transumanza enogastronomica guidata dalla visione mistica della cartellonistica barese, una liturgia solenne celebrata a colpi di orecchiette, bombette, percoche e panzerotti fritti. La bellezza di questa cattedrale del carboidrato sta tutta nella storia dei ragazzi del Clu di Bari: volontari partiti da zero che nei mesi scorsi hanno lavorato, sudato e imparato a cucinare con la tenacia di un gesuita in una reducción paraguayana. Hanno imparato così bene la lezione che il risultato è una trappola mortale per la forza di volontà: una volta seduto al tavolo la forza di gravità triplica, il meetinghiano “andiamo al Priscio” manda giù il rosé, vive la compagnia, ascolta la storia di come Dino e sua moglie li hanno addestrati al mestiere, accuditi e supportati da mattina a sera tra i fornelli dello stand, e si rende conto che è nel posto giusto nel momento giusto. Non gli manca niente. L’amor move il sole e l’altre stelle, certo, ma anche quello che frigge i panzerotti non scherza.
Il meetinghiano autoctono e la Generazione Z-Alfa (Homo Ciellinus Veteranus e Homo Zalpha Novus). L’autoctono viene a Rimini da 47 anni, conosce tutti, parcheggiava quando ancora c’era Andreotti e una specie di ponte sullo stretto che collegava i due poli fieristici e si faceva colazione all’ex galoppatoio. Oggi si presta con malcelato disgusto alla scansione del QR code: esibisce lo smartphone con l’aria sdegnata di chi la sa lunghissima e ai tempi di Maximov e Bukovskij si faceva vento sulle gradinate leggendo direttamente La pensée Russe aspettando Giovanni Paolo II. In casa possiede l’opera omnia incisa su vinile del Gruppo Zafra e pure la cassetta rara della Signora Stracciona. Lui non va al Meeting, lui è il Meeting. La non troppo esatta antitesi del Veteranus è il Meetinghiano Generazione Z-Alfa, una creatura che per ragioni anagrafiche pensa che Bukovskij sia un attaccante della Dinamo Kiev e la “Signora Stracciona” una fashion blogger di moda vintage. Eppure vaga tra i padiglioni con la serietà del cercatore di perle in un mare in tempesta, perché un mondo sbranato dalle guerre lo ha visto anche lui. Mentre il veterano ricompone le adunate epiche degli anni Ottanta, lo Z-Alfa si fa largo tra la folla tenendo lo smartphone come un bastone da rabdomante: non ha mai letto von Balthasar o visto un film di Tarkovskij, ma si piazza al centro del padiglione A7 a decifrare il destino del cosmo e l’espansione dell’universo, intervallando la contemplazione dell’infinito e l’attesa di Leone XIV con l’invio di trecento vocali da quattro secondi l’uno ai compagni di classe per spiegargli che «raga, l’anno prossimo dovete assolutamente venire qui».
Il meetinghiano “Pioniere Coraggioso” (Homo Praecursor Custos). Mentre i sociologi discutono di futuri distopici, lui è già lì dal primo giorno, da sempre, sia che sia il suo primo o quarantasettesimo Meeting, assaggio incarnato nel titolo dell’anno prossimo: Pionieri coraggiosi per custodire l’umano. Lui non cammina tra i padiglioni, compie una vera e propria spedizione esplorativa: sandalo francescano d’ordinanza per macinare decine di chilometri tra mostre, incontri e padiglioni, bottiglietta d’acqua e zainetto da gran cacciatore di cultura. La vera forza della sua spedizione, però, è la tribù di pionieri che lo circonda. Ci sono i Volontari Multitasking: creature mitologiche che di giorno transennano sale, guidano carrozzine con la precisione di piloti di Formula 1 e svuotano le aree food con la forza di un uragano, e la sera ballano e intonano canti fino a notte fonda senza mostrare alcun segno di cedimento biologico. Ci sono gli Inseguitori dei Social: segugi digitali che rincorrono il popolo per i corridoi armati di smartphone e microfono, fermando chiunque per farlo parlare di qualsiasi cosa, da Dante Alighieri al tiro da tre punti nel basket. E infine i Relatori Cosmici: un’invasione barbara e meravigliosa di gente che arriva da tutto il globo. Professori da Harvard, educatori eroici che arrivano dalle periferie più dimenticate, testimoni che scappano dalle guerre o dal cuore dell’Africa, fino ad arrivare ai bambini del Villaggio Ragazzi e ai Vescovi in abito talare. Il Pioniere li osserva tutti, si sporge sul bancone di Tempi, sfoglia la rivista con aria da cospiratore della steppa, sonda il terreno per l’anno prossimo e, prima di scomparire verso l’Auditorium alla ricerca di nuove terre da colonizzare, lancia l’ultimo grido di battaglia: «La prossima volta stampate più libri!».
La preferenza è una cosa seria.
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