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La borsa e la vita

Il cambio di Lagarde

Di Alan Patarga
11 Luglio 2026
La probabile uscita di scena anticipata della presidente della Bce, forse candidata all’Eliseo, apre le danze della successione per la guida dell’Eurotower. Torna l’eterna sfida tra “falchi” e “colombe” e l’Italia, a sorpresa, potrebbe sostenere un frugale pentito
La presidente della Bce Christine Lagarde (Foto Ansa)
La presidente della Bce Christine Lagarde (Foto Ansa)

Due interviste nell’arco di pochi giorni. Una al quotidiano economico Les Echos, l’altra alla tv Euronews: entrambe per annunciare un cambio di passo nella gestione della politica monetaria europea, ma anche e soprattutto per smentire sé stessa. Christine Lagarde, presidente della Bce, non ha negato di poter lasciare anticipatamente il proprio incarico (il suo mandato scade nell’ottobre 2027): «È possibile», ha ammesso, contraddicendo quanto dichiarato lo scorso marzo, quando era intervenuta per rassicurare circa la sua permanenza all’Eurotower, messa in dubbio in un lungo e informato articolo del giornale britannico Financial Times. E allora, sarà che la condanna per appropriazione indebita di fondi Ue non ha tolto a Marine Le Pen la voglia di ricandidarsi all’Eliseo, fatto sta che Lagarde sembra ormai decisa a tornare nell’agone politico del suo Paese:

«Credo che una voce europea debba farsi sentire nel dibattito presidenziale francese».

ha dichiarato nell’intervista al giornale finanziario, lasciando intendere che quella voce possa essere soltanto la sua. Molti hanno letto in queste sue parole i prodromi di una vera e propria discesa in campo, con l’ambizione di rappresentare l’opzione centrista e istituzionale (definirla “macroniana” sarebbe riduttivo) virtualmente capace di marginalizzare le spinte radicali della destra del Rassemblement National e della sinistra impersonata da Jean-Luc Mélenchon, leader de La France Insoumise (la Francia Indomita). Al di là delle valutazioni sulla correttezza di questa analisi (raramente la categoria dei banchieri, ancorché centrali, riscuote ampi consensi di popolo), di sicuro un’entrata in scena di Lagarde nella competizione per la presidenza di Francia rappresenterebbe il vero fatto nuovo della tornata elettorale, fissata per la primavera del prossimo anno.

Un passo alla volta

Nelle due interviste, Lagarde ha voluto anche rivendicare le proprie scelte recenti alla guida della Bce, come la decisione di alzare i tassi d’interesse a giugno con l’obiettivo di raffreddare l’economia dell’Eurozona e mantenere il controllo dei prezzi, dal momento che lo scoppio della guerra in Iran aveva avviato una spirale di rincari dovuti principalmente all’impennata delle quotazioni di gas e petrolio e al blocco sostanziale delle catene di approvvigionamento causato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.

Pochi giorni prima, intervenendo al forum che si tiene annualmente a Sintra, in Portogallo, Lagarde aveva anche chiarito che la mossa di giugno non andasse però letta come il primo passo di una strategia già decisa a tavolino: anzi, dopo oltre un decennio trascorso a elaborare piani emergenziali e strumenti d’intervento non convenzionali (programmi di acquisto di titoli di Stato, prestiti d’emergenza, ecc.) la numero uno della Banca centrale europea ha auspicato un ritorno alla normalità, «alle basi» ha detto, cioè alla sola leva del costo del denaro come strumento di condizionamento dei cicli economici. È successo all’indomani dello scoppio della guerra russo-ucraina, con la serie di rialzi dei tassi più rapida della storia dell’Unione europea, e succederà ancora sebbene Lagarde abbia chiarito che d’ora in avanti la Bce dovrebbe procedere in maniera meno ideologica, valutando le mosse da adottare di volta in volta. Insomma, senza una strategia preconfezionata e con il rischio di perseguire la stabilità dei prezzi a ogni costo, anche quello di mortificare la crescita economica.

Il pragmatico Panetta

Questo nuovo approccio pragmatico, specie alla vigilia di un addio, appare il tentativo di condizionare il dibattito in vista della propria successione. Perché il confronto tra “falchi” e “colombe”, tra “frugali” e non, mostra già di non essere mai stato archiviato. Nei giorni scorsi, il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha per esempio messo in chiaro come ripetere l’esperienza dei dieci rialzi consecutivi del costo del denaro registrati dopo l’invasione dell’Ucraina e lo choc energetico che ne seguì sarebbe un errore fatale per l’Europa:

«Oggi non ci troviamo nella stessa situazione del 2022, la domanda è più debole e i tassi di interesse reali sono più elevati (…) Le prospettive rimangono fragili: i rischi di rialzo per l’inflazione continuano a coesistere con rischi al ribasso per la crescita. Ciò richiede un monitoraggio costante degli sviluppi geopolitici, dei mercati dell’energia, delle catene di approvvigionamento, dei salari e delle aspettative di inflazione. Richiede inoltre che la politica monetaria eviti di vincolarsi a un percorso prestabilito».

Insomma, pensare che un aumento dei prezzi dovuto al rincaro dell’energia si risolva rendendo più cari mutui e prestiti come se l’inflazione fosse dovuta all’euforia di un periodo economicamente prospero sarebbe un suicidio. Un conto è intervenire chirurgicamente, un conto somministrare una cura da cavallo a un fisico già debilitato.

L’ossessione dei frugali

Nelle stesse ore è tornata a farsi sentire anche la voce dei cosiddetti “frugali”, di chi cioè teme che i cordoni troppo laschi della politica monetaria rischino di far perdere il controllo dei prezzi (l’obiettivo ideale della Bce è un’inflazione al 2 per cento, attualmente viaggiamo intorno al 2,8). Isabel Schnabel, tedesca, membro dal 2020 del comitato esecutivo della Bce, ha chiesto «un approccio più rigoroso», ricordando come di fronte a choc di portata globale sarebbe «opportuno proseguire con gli aumenti dei tassi» e indicando la necessità di farlo già dalla prossima riunione di politica monetaria della Banca centrale, fissata per il prossimo 23 luglio. L’economista di Dortmund rientra nella rosa dei possibili successori di Christine Lagarde alla guida dell’istituto centrale, sebbene non tra i più accreditati, e conserva come tanti suoi connazionali il sacro terrore dell’inflazione, un fenomeno che ai tedeschi rievoca la dissoluzione della Repubblica di Weimar, l’ascesa del nazismo e in definitiva il seme della rovina del paese.

Ci vorrebbe un tedesco (o forse Knot)

Quel che è certo è che, a rigore di logica, la prossima presidenza della Bce dovrebbe essere tedesca: finora alla guida si sono avvicendati l’olandese Wim Duisenberg, i francesi Jean-Claude Trichet e Christine Lagarde e l’italiano Mario Draghi. La Germania, oltre a Schnabel, potrebbe esprimere le candidature del governatore della Bundesbank, Joachim Nagel, o dell’economista Markus Brunnermeier. Nagel in particolare avrebbe da tempo avviato una campagna per ottenere il pieno appoggio dal governo di Berlino in vista di una sua possibile indicazione al vertice dell’Eurotower. Qualora riuscisse nel suo intento, è prevedibile che tenterebbe di imporre la sua visione rigorista. Ma ha davanti a sé un ostacolo difficile da sormontare: nello scacchiere dei top jobs europei, Berlino già occupa la casella politica più importante, quella della Commissione guidata da Ursula von der Leyen.

E qui per qualcuno entra in scena la fantapolitica: a gennaio scadrà il mandato del presidente federale, Frank-Walter Steinmeier, e Von der Leyen potrebbe succedergli, lasciando dunque la guida del governo comunitario. Il risiko porterebbe facilmente (?) un tedesco alla Bce e un esponente di altra nazionalità alla Commissione.

Le variabili, in questo scenario, sono però tante e al momento nei corridoi di Bruxelles si ragiona con maggior linearità: Germania a parte, il paese che potrebbe a ragion veduta aspirare alla presidenza della Banca centrale è la Spagna. Il nome è quello di Pablo Hernandez de Cos, attuale presidente della Banca dei regolamenti internazionali (Bri). Per ora, è considerato il frontrunner. In alternativa, gode di favori trasversali la candidatura di Klaas Knot, ex governatore della banca centrale olandese, che i bene informati sostengono abbia già incassato perfino il benestare della premier italiana, Giorgia Meloni. Il senso di questa approvazione lo ha spiegato, in un’intervista all’AdnKronos, il prorettore della Sda Bocconi, Carlo Altomonte:

«L’ho incontrato due mesi fa a Milano – ha raccontato – è un candidato molto competente, è un tecnico olandese che è passato, nel tempo, da posizioni molto nordiche, austere e anti-debito comune a posizioni molto più europeiste e più aperte a ipotesi di debito comune».

La stessa Lagarde, nei mesi scorsi, ha speso parole importanti sul suo conto:

«Ha l’intelligenza, la resistenza e la capacità di coinvolgere le persone, un’abilità rara e molto necessaria».

pur sottolineando che il banchiere olandese non sia l’unico ad avere le giuste qualità per succederle. È però, quello che meglio potrebbe fare sintesi e incarnare quel pragmatismo che tanto Lagarde quanto Panetta sostengono debba essere la linea di condotta della Bce del futuro. Pronta a tutto (do you remember “whatever it takes”?), ma anche capace di non fare nulla, se necessario a non compromettere un ciclo economico cronicamente fragile.

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