Tentar (un giudizio) non nuoce

Cinquant’anni dopo Seveso: la speranza ha avuto ragione

Di Raffaele Cattaneo
11 Luglio 2026
La tragedia di allora dimostra come anche un evento drammatico possa trasformarsi in una lezione capace di migliorare il futuro
Il presidente Sergio Mattarella con i ragazzi del laboratorio
Il presidente Sergio Mattarella con i ragazzi del laboratorio "Teatro Contatto" in occasione del 50° anniversario dell'incidente industriale di Seveso, 10 luglio 2026 (Foto Ansa)

«Quello che Dio vuole non è mai troppo, il Signore c’è e guarda giù». È una frase riportata in questi giorni da Avvenire. A pronunciarla è Adele Asnaghi, una donna di Seveso che nel luglio del 1976, quando si verificò un incidente in un reattore chimico dello stabilimento Icmesa, con la fuoriuscita di una nube di diossina, era incinta e si trovò a subire le pressioni di chi invocava l’aborto per tutte le donne esposte alla contaminazione.

Ieri, nel cinquantesimo anniversario del disastro, Seveso ha ricordato quella tragedia con una cerimonia alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, insieme alle istituzioni nazionali, regionali e locali. È stata l’occasione per riflettere su ciò che quell’evento ha significato e continua a insegnarci. In particolare, come ha ricordato il Presidente della Repubblica e tutti gli interventi e le testimonianze, Seveso ha insegnato che la speranza e la vita sono più forti di qualunque dramma quando una comunità sa rimanere unita e sa assumersi, insieme alle istituzioni, la responsabilità di non arrendersi al male.

Nessun bambino deforma

Eravamo nel luglio del 1976, prima del referendum sull’aborto. L’incidente di Seveso divenne, per una parte della sinistra e del mondo femminista, l’occasione per rivendicare il diritto – e in alcuni casi perfino la necessità – di interrompere la gravidanza. L’aspettativa era che sarebbero nati bambini deformi. È difficile immaginare l’angoscia vissuta da quelle donne.

Il Corriere della Sera ha riproposto in questi giorni la testimonianza raccolta all’epoca di un’altra madre: «Questo bambino che aspetto sarà la mia condanna. Se scelgo di tenerlo e mi nasce senza un braccio? E se invece decido di abortire e poi sarebbe nato sano?». Un medico le disse: «Lei pensi solo a portare avanti la gravidanza. Se suo figlio nascerà con gravi problemi, ci sono già famiglie pronte ad accoglierlo». Ma la sua risposta fu semplicissima: «Anche se lo dessi in adozione, resterebbe mio figlio».

Questo dà la misura del dramma che si consumò in quei giorni.

Per inciso, la previsione secondo cui sarebbero nati bambini deformi si rivelò completamente infondata. Nessun bambino nacque con malformazioni riconducibili alla diossina e neppure nei ventisei aborti ufficialmente registrati furono riscontrate anomalie fetali. Aveva avuto ragione chi aveva conservato la speranza.

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Quei giorni

È facile, oggi, comprendere anche la paura di allora. Da un giorno all’altro una nube tossica provocò la morte immediata di circa tremila animali e rese necessario l’abbattimento di oltre ottantamila capi per evitare ulteriori rischi sanitari. Solo molti anni dopo, grazie a migliaia di analisi e studi scientifici, si comprese che la diossina produceva sull’uomo effetti molto diversi rispetto a quelli osservati negli animali.

Io il 10 luglio 1976 ero in vacanza in campeggio con i miei genitori. Mio padre comprava ogni mattina Il Giorno, il primo quotidiano a dare notizia dell’incidente. Ricordo le fotografie dei bambini colpiti dalla cloracne, quelle gravi eruzioni cutanee provocate dall’esposizione alla diossina, che tanto evocavano il Vietnam. Venne anche intervistato dal Corriere un dottore di Hanoi che aveva studiato le conseguenze degli esfolianti alla diossina usati dall’esercito americano. Noi abitavamo a una decina di chilometri da Seveso e quelle immagini ci colpirono profondamente.

La preoccupazione crebbe rapidamente. Si diffusero previsioni catastrofiche. Si sosteneva che in quei territori non sarebbe più cresciuto nulla e che il loro destino fosse definitivamente segnato. Più di settecento persone furono evacuate e l’area più contaminata venne completamente isolata. Questa storia, però, ha ancora molto da insegnarci.

Direttiva Seveso

Innanzitutto, da quell’incidente nacque una diversa sensibilità ambientale. Il 10 luglio 1976 rappresentò uno spartiacque. C’è un prima e un dopo Seveso nella disciplina della sicurezza industriale. Da quella tragedia prese infatti il nome la Direttiva Seveso, la normativa europea che ancora oggi disciplina la prevenzione degli incidenti rilevanti negli stabilimenti industriali a rischio e la tutela delle popolazioni esposte.

Oggi controlli rigorosi, piani di emergenza e procedure dettagliate hanno ridotto enormemente il rischio che eventi simili possano ripetersi. Ma soprattutto è cambiata la cultura. L’idea che un’attività produttiva potesse operare senza preoccuparsi delle conseguenze ambientali non è stata più la stessa.

Se, talvolta, alcune normative hanno conosciuto anche derive ideologiche, è altrettanto vero che hanno contribuito a ridurre drasticamente l’impatto ambientale delle attività produttive e a costruire un rapporto più equilibrato tra sviluppo e tutela dell’ambiente.

Il Bosco delle Querce

Il simbolo di questa rinascita è il Bosco delle Querce. Là dove sorgeva l’area più contaminata oggi esiste un parco pubblico. Sopra le grandi vasche che custodiscono in sicurezza i materiali delle bonifiche sono cresciuti alberi, prati e sentieri. Ancora oggi quelle strutture sono costantemente monitorate e i controlli dimostrano che non producono alcun impatto ambientale. I dati delle acque sotterranee mostrano addirittura livelli di contaminazione maggiori a monte delle vasche che a valle. Evidentemente ciò che venne realizzato allora ha funzionato.

Non è un caso che proprio il Bosco delle Querce sia stato scelto come luogo della commemorazione del cinquantesimo anniversario: un luogo nato da una tragedia e diventato il simbolo della capacità dell’uomo di ricostruire e rigenerare. Ma forse l’eredità più importante di Seveso è un’altra.

Da quell’incidente è nato un patrimonio di competenze che prima non esisteva. Allora nessuno sapeva davvero come affrontare un’emergenza di quel tipo. Mancavano procedure, conoscenze scientifiche, criteri condivisi. Oggi disponiamo di dati, protocolli ed esperienze che garantiscono una sicurezza infinitamente maggiore.

Chi non ha perso la speranza

Seveso dimostra come anche un evento drammatico possa trasformarsi in una lezione capace di migliorare il futuro. E ci ricorda anche un’altra cosa.

Alla fine, ha avuto ragione chi ha continuato a sperare. I profeti delle catastrofi, che ancora oggi popolano il nostro tempo, raramente hanno l’ultima parola. Non solo perché, come diceva Adele Asnaghi, «il Signore c’è e guarda giù». Dio “guarda giù” anche suscitando il coraggio di uomini, come Paolo Mocarelli o Ambrogio Bertoglio che, da cattolici, anziché arrendersi fecero migliaia di analisi mediche per scoprire con rigore scientifico i veri effetti della diossina sul corpo umano e contribuirono a ricostruire fiducia nel tessuto sociale. O come i politici e i dirigenti di allora, dal sindaco alla Regione, che si assunsero la responsabilità di fare scelte e prendere decisioni difficili anziché coprirsi le spalle. Sono questi uomini che, con intelligenza, responsabilità e perseveranza, sanno trasformare i problemi più difficili in una occasione per costruire le soluzioni necessarie e un bene per tutti.

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