La preghiera del mattino
Il fattore comune alle persecuzioni contro i cristiani nel mondo
Alla vigilia della visita di Leone XIV in Algeria (la prima da quando esiste l’Algeria indipendente), il Centro europeo per il diritto e la giustizia (Eclj nell’acronimo inglese) di Strasburgo ha diffuso un rapporto dal titolo L’oppressione dei cristiani d’Algeria. Nel testo di 40 pagine si legge:
«In Algeria, 58 chiese protestanti sono state costrette a cessare le proprie attività e chiuse dalle autorità. Tra queste, 47 appartengono all’Epa (Chiesa Protestante d’Algeria), l’ultima delle quali è stata costretta a chiudere all’inizio del 2025. Solo tre chiese rimangono aperte, una delle quali è internazionale. I protestanti sono ora privati di ogni libertà di culto. Dal decreto del 2006, il governo ha proceduto alla chiusura amministrativa delle chiese dell’Epa in tutto il paese. […] Il Relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto alla libertà di riunione pacifica e di associazione, Clément Nyaletsossi Voule, ha constatato questa diffusa chiusura di luoghi di culto durante la sua visita in Algeria nel settembre 2023. Ne parla nelle sue osservazioni preliminari al termine della sua missione, rilevando che i luoghi di culto protestanti vengono chiusi dalle autorità “per motivi di inadempienza alle normative edilizie e di sicurezza”, nonostante i cristiani interessati abbiano dichiarato di “aver risolto i problemi di sicurezza riscontrati negli edifici e che le loro richieste di registrazione non hanno ricevuto risposta”».
In Algeria, paese di 48 milioni di abitanti per il 98 per cento musulmani, i cristiani sarebbero 156 mila, quasi tutti protestanti (i cattolici sono 8 mila). La loro condizione si è fatta più difficile a partire dal 2006. Si legge ancora nel rapporto:
«A partire dal decreto del 28 febbraio 2006, che ha stabilito le condizioni e le norme per la pratica di religioni diverse dall’islam, è reato “convertire un musulmano a un’altra religione” o “minare la fede di un musulmano”. […] I cristiani che condividono apertamente la propria fede sui social media vengono regolarmente perseguitati. Tali testimonianze sono particolarmente represse dalle autorità perché internet rappresenta un importante veicolo di conversioni. […] I cristiani fanno attenzione a non esibire apertamente simboli cristiani, come indossare una croce al collo, cosa che è vietata. Oggi, portare una Bibbia nella borsa può essere considerato proselitismo e può comportare la reclusione. […] Secondo un rapporto del 2025 dell’associazione Open Doors, negli ultimi anni oltre 50 cristiani, pastori o membri di congregazioni, sono stati portati davanti ai tribunali. Sono in attesa di giudizio o sono stati condannati per motivi legati alla pratica cristiana: “culto non autorizzato”, “organizzazione di un luogo di culto senza permesso”, “distribuzione di materiale religioso” o “proselitismo”».
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Se si scende 2.500 chilometri più a sud la persecuzione dei cristiani assume caratteri sanguinosi. Sull’homepage della filiale britannica di Open Doors si legge una notizia datata 7 aprile:
«Almeno 33 persone sono state uccise e molte altre rapite in nuovi attacchi avvenuti nel nord della Nigeria durante il fine settimana di Pasqua. Questi episodi si verificano una settimana dopo che almeno 27 persone sono state uccise la Domenica delle Palme in un villaggio a maggioranza cristiana nello Stato di Plateau. La domenica di Pasqua, presunti militanti Fulani hanno lanciato attacchi simultanei contro le comunità cristiane di Mbalom e Mbasombo, nello Stato di Benue, uccidendo 26 persone. Un giorno di festa, pace e riflessione si è trasformato in un giorno di lutto e sfollamento. Lo stesso giorno, due chiese nel villaggio di Ariko, nello Stato di Kaduna, sono state attaccate. Sette persone sono state uccise e diverse altre rapite, secondo Caleb Maaji, presidente dell’Associazione Cristiana della Nigeria (Can) per lo Stato di Kaduna».
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Problemi per i cristiani anche nella Siria di Al-Sharaa, alias Al-Jolani. Così Asia News ricostruisce una recente vicenda:
«Dagli alawiti ai curdi, passando per i cristiani e i drusi, i fronti di scontro sono molteplici, e irrisolti, mentre bande legate alle milizie al potere commettono abusi e crimini spesso nella completa impunità. L’ultimo episodio è avvenuto la scorsa settimana a Suqaylabiyah, centro nella valle dell’Oronte nel governatorato di Hama in cui vivono circa 250 mila persone a maggioranza musulmana sunnita, ad eccezione della cittadina teatro delle violenze abitata in prevalenza da cristiani greco-ortodossi. Ad innescare lo scontro una disputa in un negozio di alcolici gestito da cristiani, in una nazione in cui di recente ne è stata vietata la vendita nella capitale (ad eccezione di aree ristrette). […] Il diverbio nel negozio di alcolici ha attirato gruppi di giovani radicalizzati da altri villaggi della zona che, al loro passaggio, hanno compiuto devastazioni arrivando anche ad abbattere una statua della Madonna in una piazza. Una parte degli assalitori, provenienti dalla vicina località di Qalaat al-Madiq, ha anche tentato di aggredire un gruppo di ragazze cristiane, minacciando gli abitanti di nuovi – e ancor più gravi – raid. La mattina seguente, il 28 marzo, giovani cristiani sono scesi in piazza protestando contro i raid e invocando giustizia.
Questo episodio conferma quanto hanno più volte denunciato attivisti cristiani ed esperti, secondo i quali la Siria sia ancora lontana dal garantire parità e giustizia a tutte le sue componenti e di come il presidente ad interim Al-Sharaa non abbia (quantomeno) il pieno controllo delle milizie. Il sistema legato alla giustizia, spiega monsignor Mourad [l’arcivescovo siro-cattolico di Homs, ndr] “non funziona per niente” perché non vi è una chiara divisione dei poteri e quanti commettono crimini difficilmente vengono giudicati secondo diritto. […] “Non è la prima volta”, ricorda il prelato, “che giovani musulmani a Suqaylabiyah attaccano o usano parole offensive nei confronti delle ragazze che camminano liberamente per la strada, innescando la reazione dei loro coetanei cristiani, a volte anche violenta”. Questa volta, prosegue il vescovo, gli assalitori “si sono presentati in gran numero, a bordo di motociclette e armati, iniziando a distruggere macchine e negozi, sparando colpi in aria e generando un clima di paura e terrore”. “I responsabili della sicurezza”, racconta, “non sono arrivati subito. Oltretutto, fra gli stessi assalitori vi erano membri della sicurezza e poliziotti […], che hanno partecipato attivamente a questa persecuzione. Adesso la situazione è calma, ma non è ancora risolta”».
Mentre in Europa si discute accanitamente sui pro e i contro della società multiculturale, sulla sua sostenibilità politica e sociale, per esempio sull’accettabilità di una sharia limitata al diritto di famiglia (come già avviene nel Regno Unito), in altre parti del mondo – tutte a forte o fortissima presenza islamica – il dibattito sembra già chiuso: una sola legge e una sola religione. Perché il pluralismo di fedi e di forme di vita esporrebbe alla disgregazione sociale e all’infiltrazione di interessi stranieri. Così già nel 2010 il ministro algerino per gli Affari religiosi Bouabdellah Ghlamallah giustificava il giro di vite nei riguardi dei cristiani protestanti: «Nessuno vuole minoranze religiose in Algeria, perché rischiano di diventare un pretesto per le potenze straniere per interferire negli affari interni del paese con il pretesto di proteggere i diritti delle minoranze». L’omogeneità deve regnare, altrimenti la repubblica muore.
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