La borsa e la vita
Se Macron si gioca Lagarde
A lanciare il sasso è stato il Financial Times che mercoledì scorso, nella sua edizione online, ha fatto trapelare l’indiscrezione – avvalorata da non meglio precisate «fonti a conoscenza dell’argomento» – di probabili imminenti dimissioni di Christine Lagarde dalla presidenza della Banca centrale europea. Secondo la ricostruzione del quotidiano finanziario britannico, la donna a capo dell’ex Eurotower dal novembre 2019 potrebbe lasciare anzitempo l’incarico nell’ambito di un accordo più ampio tra Emmanuel Macron e Friedrich Merz per togliere dal tavolo delle nomine future proprio la casella della Bce.
In particolare, il presidente francese vorrebbe scongiurare – in caso di vittoria alle presidenziali della primavera 2027 di Marine Le Pen o del suo delfino, Jordan Bardella – che la destra euroscettica possa avere un peso determinante nel processo decisionale che porterà alla successione di Lagarde, il cui mandato scade infatti nell’autunno dello stesso anno.
L’interesse del cancelliere di Berlino sarebbe, se possibile, ancora più diretto: portare al vertice dell’istituto centrale, dopo vari tentativi andati a vuoto, finalmente un tedesco. Il tabù di un banchiere centrale proveniente dalla Germania resiste infatti fin dalla fondazione dell’istituto: a Francoforte, negli anni, si sono succeduti l’olandese Win Duisenberg (dal 1998 al 2003), quindi il francese Jean-Claude Trichet (dal 2003 al 2011), l’italiano Mario Draghi (dal 2011 al 2019) e infine la francese Lagarde, già a capo del Fondo monetario internazionale e in precedenza esponente di governi nazionali di centrodestra.
Lagarde sempre un passo indietro
Una presidenza, la sua, che molti giudicano non destinata a lasciare il segno. Iniziata malissimo, quando a fronte della nuova minaccia pandemica Lagarde – di professione avvocato e non economista, peccato originale che molti le hanno a più riprese rinfacciato – se ne uscì con la sciagurata frase «non siamo qui a chiudere gli spread». Il risultato immediato fu un crollo verticale dei listini azionari europei, quello di medio periodo una perdita di autorevolezza della Bce: quell’approccio rinunciatario era infatti l’esatto contrario della dottrina Draghi del “whatever it takes”, per la quale l’euro non sarebbe mai stato privo di difese adeguate in caso di attacchi speculativi.
Negli anni, l’atteggiamento della banchiera centrale francese è parzialmente mutato, ma sempre quando gli eventi l’hanno costretta a ricredersi: nel 2022 giudicò il maxi rialzo dell’inflazione legato allo scoppio della guerra in Ucraina e alle tensioni sulle forniture di gas a livello globale «una fiammata temporanea» e i fatti la smentirono clamorosamente, obbligandola a una forsennata rincorsa della Federal Reserve che già aveva alzato il costo del denaro. Anche sui dazi e i loro effetti la posa della sua presidenza è stata tutto sommato attendista, più orientata a una valutazione ex post delle condizioni economiche generali che a elaborare una strategia per fare dell’euro uno strumento credibile a livello globale, e dunque dell’Europa un interlocutore sufficientemente forte sul piano politico.
Candidata anti Le Pen all’Eliseo?
Alla rivelazione del Financial Times ha fatto seguito una smentita a metà («la presidente Lagarde non ha preso decisioni» sulla conclusione anticipata del suo mandato) e fonti della Bce hanno rivelato al Sole 24 Ore che una mossa di questo tipo da parte della presidenza francese sarebbe «plausibile». Se il primo obiettivo delle presunte dimissioni di Lagarde consisterebbe nello spuntare le armi negoziali e interdittive del lepenismo in Europa e in patria (come confermerebbe anche l’improvviso passo indietro, per non meglio precisati motivi personali, del numero uno della Banca nazionale francese, François Villeroy de Galhau), non meno importanti sarebbero le altre conseguenze per quanto riguarda la politica francese: per l’attuale numero uno della Bce potrebbe aprirsi la prospettiva di una candidatura presidenziale “repubblicana”, ennesimo tentativo di chiamata bipartisan alle armi per fermare l’onda lepenista. Una prospettiva ambiziosa e assai più rischiosa del posto che Lagarde avrebbe già da tempo “prenotato” per il post Francoforte: quello di presidente del World Economic Forum, l’organizzazione che annualmente convoca a Davos, sulle Alpi svizzere, il gotha dell’economia e della politica a livello globale.
La voglia matta di Merz
Ancora più scoperte le carte che Berlino pare intenzionata a giocare. Fonti del governo Merz, commentando l’ipotesi di un passo indietro di Lagarde, hanno definito «concepibile» la prospettiva di una candidatura da parte tedesca per il vertice della Banca centrale europea. I nomi che circolano sono quello del presidente in carica della Bundesbank, Joachim Nagel, o della economista Isabel Schnabel che già dal 2020 fa parte del consiglio della Bce, considerata ancor più vicina al cancelliere della Cdu. Entrambi pagano però il loro essere tedeschi, esattamente come la presidente della Commissione europea, la popolare Ursula von der Leyen.
Che l’Europa dei veti e dei pesi e contrappesi sopporti una Germania al comando contemporaneamente dell’esecutivo continentale e della Banca centrale è fuori discussione. Per quello, l’idea delle dimissioni di Lagarde ha innescato l’ennesimo totonomi che mette in fila il governatore della Banca olandese Klaas Knot (ma sarebbe un bis per L’Aja), lo spagnolo Pablo Hernández de Cos, ex governatore della Banca centrale di Madrid e attualmente direttore generale della Banca dei Regolamenti internazionali (Bri), e perfino l’italiano Fabio Panetta.
Ma c’è un elemento che potrebbe rimettere tutto in discussione e aprire la strada a un tedesco a Francoforte: un cambio alla guida della Commissione europea. Che Friedrich Merz ami poco Ursula von der Leyen non è un mistero, le tensioni tra i due risalgono a vecchie ruggini interne alla Cdu che il tempo non ha risolto. Ecco che a Berlino, da un po’ di tempo, ha cominciato a circolare l’ipotesi di una promozione tattica per la numero uno dell’esecutivo Ue: quella alla presidenza della Repubblica federale tedesca. A quel punto nulla osterebbe a una ascesa di Schnabel (o Nagel) alla Bce.
Super Mario in campo
Il domino delle cariche lascerebbe così scoperta la casella della presidenza della Commissione. La necessità di individuare nuovi equilibri – e soprattutto di dare all’Europa una leadership salda da opporre alle pose aggressive di Stati Uniti, Russia e Cina – restringerebbe parecchio il campo delle scelte. Una presidenza francese, che pure avrebbe una coerenza nella logica dello scambio alla pari tra Berlino e Parigi, difetta del nome giusto. Macron esce troppo logoro dal suo doppio mandato per pensare di potersi accasare a Bruxelles. La Spagna socialista non è nella posizione politica per poter imporre un proprio candidato e in teoria nemmeno l’Italia conservatrice di Giorgia Meloni, che peraltro si avvia al suo ultimo anno di mandato a Palazzo Chigi.
Ci sarebbe però, a dire il vero, un nome che – per autorevolezza e trasversalità – potrebbe mettere d’accordo molti: Mario Draghi potrebbe garantire non soltanto un profilo riconoscibile e autorevole a questa nuova Europa, ma un “vaste programme” di cui (sarà un caso?) l’ex premier ed ex presidente della Bce negli ultimi tempi ha fornito significative anticipazioni.
«Tra tutti coloro che oggi si collocano tra Stati Uniti e Cina», ha detto Draghi nel suo discorso di inizio febbraio all’Università di Lovanio, «solo gli europei hanno l’opzione di diventare una vera potenza autonoma. Dobbiamo quindi decidere se restare semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui, oppure compiere i passi necessari per diventare una potenza. Ma sia chiaro: mettere insieme piccoli paesi non produce automaticamente un blocco potente. Questa è la logica della confederazione – la logica con cui l’Europa opera ancora in difesa, politica estera e finanza pubblica. Questo modello non genera potere. Un gruppo di Stati che coordina resta un gruppo di Stati: ciascuno con un veto, ciascuno con un proprio calcolo, ciascuno vulnerabile a essere isolato. Il potere richiede che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione».
Insomma, gli Stati Uniti d’Europa. Se non è una discesa in campo, poco ci manca.
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