La borsa e la vita
Rider per non piangere
Mentre imperversa la campagna referendaria sulla riforma Nordio, la giustizia milanese ha deciso che era l’ora di mettere nel mirino un nuovo nemico: le piattaforme di delivery, quelle che gestiscono le consegne a domicilio di cibo attraverso i cosiddetti rider. In particolare, è il pm Paolo Storari a essersi mosso, imponendo il controllo giudiziario in Italia al colosso Foodinho-Glovo per il presunto sfruttamento di circa 40 mila fattorini.
Un magistrato, Storari, che non più tardi di qualche settimana fa ha candidamente affermato nel corso di un convegno della corrente progressista Magistratura democratica (quelli che i detrattori chiamano “toghe rosse”): «Supplisco, confesso. Però supplisco oggettivamente forse a fin di bene». Tradotto: Storari crede al ruolo di supplenza dei giudici e ha in più di un’occasione svolto indagini contro grandi operatori della logistica o marchi della moda accusandoli non soltanto di sfruttare i lavoratori, ma addebitando loro obblighi di controllo sui fornitori non previsti dalla legge.
La fissazione del salario minimo
L’accusa mossa a Foodinho-Glovo, in particolare, è quella di caporalato: secondo gli inquirenti, la piattaforma spagnola riconoscerebbe ai propri rider retribuzioni inferiori anche dell’80 per cento rispetto alla contrattazione collettiva “di riferimento”, con un compenso – sottolineano i pm – che varierebbe dai 2,50 ai 3,70 euro a consegna. Cifre considerate “sotto la soglia di povertà”: a sostegno dell’accusa, moltissime testimonianze di operatori, che hanno raccontato ai carabinieri di essere monitorati tramite Gps, di penali in caso di ritardo e di turni protratti anche oltre le 12 ore. La conseguenza immediata, prima ancora di approdare a un processo, sarà la nomina di un amministratore giudiziario che verosimilmente imporrà l’assunzione dei fattorini come lavoratori subordinati.
Fin qui l’azione della magistratura. Sullo sfondo c’è l’eco di un tentativo, più volte rispedito al mittente in sede legislativa e avversato anche da parte del sindacato (Cisl e Ugl, in particolare, che sottolineano come la fissazione per legge di paghe base depotenzierebbe il ruolo negoziale del sindacato e spingerebbe al ribasso le retribuzioni), di imporre un salario minimo in Italia. Non a caso, poco dopo la pubblicazione delle prime risultanze d’inchiesta, si sono levate voci politiche in questa direzione. Come quella di Arturo Scotto, capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera: «Anche di fronte al riferimento della magistratura al mancato rispetto dell’articolo 36 della Costituzione sull’equa retribuzione», si legge in una sua nota, «riteniamo urgente che si metta all’ordine del giorno di nuovo il Salario Minimo [sic]. La politica non può arrivare dopo i giudici». Dello stesso tenore il commento di Franco Mari, a sua volta capogruppo nella stessa commissione di Montecitorio, ma per Avs: «Senza l’introduzione di un salario minimo per legge», ha affermato, «abbiamo di fronte solo la giungla dei salari e il dominio dell’algoritmo. Ma questo governo e la ministra Calderone non ne vogliono sentir parlare».
Un contratto c’è…
In realtà, l’accordo siglato a fine 2020 da Assodelivery (un cartello di diverse società che gestiscono piattaforme, compresa Glovo) e Ugl Rider è stato il primo a cercare di mettere ordine in quello che fino a quel momento era un vero far west normativo: i tentativi precedenti di Cgil, Cisl e Uil di applicare ai fattorini le regole della logistica si erano infatti scontrati contro il muro dei principali operatori del settore, e nel migliore dei casi era stato strappato il compromesso di applicare a questi lavoratori la disciplina del contratto collettivo multiservizi, con previsione di una retribuzione lorda pari a 7,50 euro l’ora, contro i 12 stabiliti da quello della logistica.
L’intesa Assodelivery-Ugl Rider disciplina invece l’attività di consegna di beni per conto altrui con la formula del contratto di lavoro autonomo, caratterizzato dalla flessibilità e dalla volontarietà. Pone anche obblighi relativi alla sicurezza sul lavoro, incluso il dovere in capo alle società di delivery di fornire ai propri rider caschi per chi effettua le consegne con la propria bici e almeno un indumento “ad alta visibilità” per scongiurare il più possibile il pericolo di incidenti, oltre alla copertura assicurativa per infortuni e malattia.
Sul piano economico, il contratto prevede un compenso di 10 euro lordi l’ora e solo nel caso di un impiego inferiore all’ora lavorativa in base al tempo stimato per effettuare le consegne tale compenso può essere riparametrato. Al valore minimo stabilito dal contratto, infine, si aggiunge l’obbligo di prevedere maggiorazioni legate alle condizioni di lavoro; quindi, per consegne effettuate in fascia oraria notturna, in giornate festive e in condizioni meteorologiche avverse.
… ma ai pm non piace
Tutto questo, però, ai magistrati milanesi non basta. Come ha ben spiegato in un’intervista concessa al Quotidiano Nazionale Emmanuele Massagli, docente alla Lumsa di Roma, presidente della Fondazione Tarantelli e per oltre un decennio a capo di Adapt, il centro studi nato dall’esperienza degli allievi di Marco Biagi: «Fermo restando che per un giudizio sul caso specifico sarà necessario leggere i documenti della procura, ancora non noti, pare comunque comprendersi lo schema generale di ragionamento del pubblico ministero: il lavoro organizzato tramite app deve essere considerato eterodiretto e quindi è da ricondursi nell’alveo della dipendenza e non dell’autonomia». Così, d’imperio.
Massagli non pesa più di tanto le parole: «Il tribunale di Milano», incalza, «è piuttosto indifferente alla volontà dei rider e alle peculiarità della loro organizzazione del lavoro: le decisioni sono conseguenti alla ricostruzione del rapporto in termini formali, non sostanziali […]. Non è possibile non osservare che si tratta di una intrusione (giusta o sbagliata) nel cuore delle materie oggetto della contrattazione collettiva: regolazione dei rapporti di lavoro e salario. Ciò che il legislatore e le parti sociali non escludono a priori, ossia la natura anche indipendente o parasubordinata dell’attività di consegna di cibo (si vedano il Jobs Act, ma anche l’accordo per gli shopper, sottoscritto non dall’Ugl, ma da Cgil, Cisl e Uil), pare negato dal pubblico ministero».
Al di là dell’esito dell’inchiesta, è quasi certo che fin da subito l’amministratore giudiziario procederà con l’adozione di un diverso contratto collettivo: «In quel caso», conclude il presidente della Fondazione Tarantelli nell’intervista, «è possibile che Glovo si trovi nella medesima situazione di chi già nel settore ha scelto il modello della dipendenza, scoprendo però velocemente che è poco sostenibile economicamente (JustEat) o di chi ha scelto di uscire dal mercato italiano perché non disponibile all’adozione di un modello diverso da quello dell’autonomia (UberEats)».
Più tutele, ma per pochi?
Il caso JustEat presenta un dato interessante sul quale è possibile soffermarsi: la piattaforma, prima dell’adozione del contratto di lavoro subordinato, poteva contare su circa 6 mila rider mentre oggi dà lavoro a circa 1.700 fattorini. Una dinamica osservata sul sito lavoce.info dal giuslavorista Pietro Ichino, uno che ha militato sì in Scelta civica con Mario Monti, ma che prima e dopo è stato parlamentare del Pci e più di recente del Pd.
Un editoriale non firmato pubblicato sul quotidiano Il Foglio qualche giorno fa ha reso esplicito il problema che il giornalista collettivo tiene invece attentamente sotto il tappeto: «Si continua a ragionare come se il diritto del lavoro fosse una leva morale e non uno strumento economico. Imporre una “camicia di forza” contrattuale non crea automaticamente diritti, spesso distrugge opportunità. Il risultato non è lavoro migliore, ma meno lavoro».
Il punto è cercare formule innovative che consentano al diritto del lavoro di evolversi, trovando il giusto bilanciamento tra i diritti dei lavoratori e la sostenibilità dei nuovi modi di fare impresa. Un compito che spetta alla politica, al legislatore: quello europeo, che nel 2024 ha adottato una direttiva sul lavoro tramite piattaforme digitali che impone agli Stati membri di legiferare entro la fine del 2026 proprio sull’inquadramento dei rider; e quello italiano che è chiamato a rispondere a questa sollecitazione senza che il richiamo della foresta mediatico-giudiziaria detti un’altra volta l’agenda del paese.
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