Stare nella realtà con gli occhi rivolti al cielo

Di Emanuele Boffi
29 Gennaio 2026
Cronaca della presentazione del libro di monsignor Michele Pennisi, arcivescovo emerito di Monreale. Dalla guerra al suicidio assistito, un dialogo a tutto campo
Al centro, monsignor Michele Pennisi, arcivescovo emerito di Monreale

Un dialogo a tutto campo a partire dalla sua raccolta di articoli per il sito In Terris contenuta nel libro Dalla terra al cielo. Monsignor Michele Pennisi, arcivescovo emerito di Monreale, non si è sottratta a nessuna delle domande che il giornalista Francesco Inguanti, direttore di Giornotto, e chi scrive gli hanno sottoposto durante un incontro tenutosi sabato 24 gennaio presso il Palazzo Arcivescovile di Monreale.

Introdotto da monsignor Gualtiero Isacchi, arcivescovo di Monreale, e don Antonio Chimenti, direttore dell’Ufficio diocesano per le Comunicazioni sociali, che hanno ricordato come l’evento si svolgesse nel giorno della memoria liturgica di san Francesco di Sales e in occasione della LX Giornata mondiale per le Comunicazioni sociali, Pennisi ha insistito soprattutto sulla necessità, di fronte alle brutture della storia e della cronaca, di ripartire dall’educazione, coinvolgendo in un “patto” positivo la comunità ecclesiale, le famiglie e i giovani.

«Il Vangelo non è una teoria astratta»

Di fronte ai sempre più frequenti episodi di violenza giovanile, l’arcivescovo ha auspicato un coinvolgimento delle famiglie e delle scuole (e anche dei mass media, responsabili di “come” dare certe notizie) affinché si comunichino «non dei valori astratti, ma testimonianze di vita». Perché il Vangelo «non è una teoria astratta, ma una risposta concreta alle domande che ci pone la vita». Un’indicazione che vale per la vita quotidiana delle persone semplici, ma anche per i grandi della terra. Se l’esistenza non è illuminata da un Bene, a regolare i rapporti tra nazioni può essere solo «la violenza e la legge del più forte».

«È importante – ha proseguito Pennisi riferendosi a una domanda sul suicidio assistito – diffondere una cultura della centralità della persona umana e del rispetto della vita». Alcuni casi specifici ed estremi, enfatizzati da alcuni gruppi di pressione radicali e da molti media, vogliono farci credere che è libero solo «l’uomo che fa ciò che vuole. Ma questa è un’idea di libertà anarchica che non fa i conti con l’esperienza del limite insita nella realtà». Ed è un’operazione ideologica che tende ad oscurare sia i benefici delle cure palliative sia quelle tante e commoventi esperienze di dedizione ai malati che sono presenti nella nostra società. Esperienze, è tornato ad insistere Pennisi, «che meritano di essere raccontate» perché esempio di «carità cristiana» e di una concezione «positiva della libertà».

Al centro, monsignor Michele Pennisi, arcivescovo emerito di Monreale

Gli esempi di Sturzo e Puglisi

Come nel libro sono riportati diversi articoli su don Luigi Sturzo, anche durante l’incontro a Monreale, monsignor Pennisi ha ricordato le parole del sacerdote di Caltagirone. Parole profetiche e di grande attualità sulla guerra e sull’educazione giovanile: «Se ci fosse una fede viva, quella che trasporta le montagne, noi avremmo la pace di Dio sia nelle nostre anime, sia nella società, sia fra i popoli».

E come Sturzo non separava mai l’annuncio cristiano dall’affronto delle problematiche poste della vita, anche don Pino Puglisi, ha proseguito Pennisi, affrontava la mafia a partire dal suo essere un semplice sacerdote, opponendo alla violenza una grande «concretezza evangelica». Puglisi «ha fatto il parroco, incontrava la gente, educava i giovani. Sapeva che non bastavano i proclami e le marce, ma che ciò che davvero poteva cambiare i cuori era l’annuncio cristiano. Ecco, è proprio questo che ha dato fastidio alla mafia. Perché lui insegnava che c’è un Padre Nostro che ci ama, non un padrino cui dover ubbidire».

Terra e cielo

Parlando del difficile problema dell’immigrazione, Pennisi ha predicato intelligenza e carità: accoglienza per gli stranieri senza nascondere sotto il tappeto i problemi che pure esistono. Trovare, anche in questo caso, soluzioni praticabili come, ad esempio, favorire l’integrazione attraverso «strutture piccole che possano favorire una reale conoscenza di queste persone. I migranti non sono di per sé un pericolo, ma possono diventare una risorsa nella misura in cui sono accolti e integrati».

Infine una battuta sul titolo del volume che prende spunto da una lettera inviata dal carcere il 12 agosto 1943 da Dietrich Bonhoeffer alla fidanzata: «I cristiani che stanno sulla terra con un piede solo, staranno con un piede solo anche in paradiso». Così, ha concluso l’arcivescovo, noi dobbiamo cercare di incarnarci nella realtà come ha fatto Cristo e, al contempo, non dimenticare di elevarci verso il cielo».

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