Gli alunni inglesi di 11 anni verranno raddrizzati con i “corsi contro la misoginia”
C’è un’età in cui si dovrebbe imparare a leggere, scrivere, fare di conto. In Inghilterra, a partire dagli undici anni, si imparerà anche a distinguere la pornografia dalle relazioni reali, almeno secondo il governo laburista di Keir Starmer. I bambini che mostrano “comportamenti misogini” verranno intercettati, schedati, indirizzati a percorsi correttivi. Gli insegnanti saranno addestrati a riconoscere le inclinazioni sbagliate, gli alunni “ad alto rischio” inviati a «ricevere cure e supporto» per affrontare i pregiudizi contro donne e ragazze.
È l’ultima declinazione dell’ottimismo educativo di Stato, finanziata con un “investimento multimilionario” che promette di sradicare la misoginia dalle scuole inglesi.
La repressione come pedagogia
Alla vigilia della presentazione della strategia governativa per dimezzare “in dieci anni” la violenza contro donne e ragazze, il vicepremier David Lammy affida al Guardian il suo manifesto morale. Parla da ministro e da padre di una figlia e di due maschi. Promette «di mettere in campo tutto il potere dello Stato nella più grande repressione della violenza contro donne e ragazze nella storia britannica». I numeri sono agghiaccianti: una donna su otto vittima di violenza, quasi duecento stupri al giorno, tre donne uccise ogni settimana.
Lammy invita a “fermarsi a riflettere” e indica il punto d’origine di ogni male: «Il modo in cui cresciamo i nostri figli maschi». Mascolinità tossica e sicurezza femminile sarebbero indissolubilmente legate. Colpevoli designati: pornografia da smartphone e influencer come Andrew Tate, guardato con simpatia dal 41 per cento dei giovani.
Una copione da Adolescence. Senza grooming gangs
Nessun riferimento allo scandalo delle grooming gangs, migliaia di ragazzine abusate per anni da gruppi organizzati di uomini asiatici-musulmani, mentre istituzioni e progressisti tacevano per non “alimentare il razzismo”. Senza sminuirne la gravità, la misoginia che disturba è sempre quella astratta, digitale, disincarnata. Quella reale, etnica, organizzata, viene archiviata come tema scomodo.
A dirlo senza giri di parole è Kemi Badenoch, leader conservatrice, che liquida il piano come una sequenza di «stupidi espedienti». Alla Bbc accusa il governo di aver passato l’estate davanti ad Adolescence piuttosto che tra la gente. E invoca più polizia, più espulsioni, più coraggio politico: «Allontanare dal Paese chi proviene da culture in cui le donne sono trattate come cittadine di terza classe sarebbe un punto di partenza più intelligente».
A lezione di “relazioni sane”
Il progetto pilota partirà il prossimo anno. Entro la fine della legislatura tutte le scuole secondarie dovranno insegnare “relazioni sane”. Ci saranno lezioni su deepfake, molestie online, stalking, coercizione, pressione dei pari. E naturalmente alfabetizzazione pornografica: distinguere fantasia e realtà, desiderio e dominio. Tutto confluirà nel nuovo curriculum Rshe, obbligatorio dal settembre 2026. Costo: 16 milioni di sterline. Quattro arriveranno da un fondo alimentato da filantropi, il resto dai contribuenti.
Secondo le linee guida già in vigore, queste cose dovrebbero essere insegnate da anni: consenso, effetti negativi del porno, illegalità delle immagini indecenti. Le nuove direttive alzano l’asticella: gli studenti «dovrebbero essere in grado di riconoscere la misoginia» e comprenderne i legami con la violenza.
Estirpare la misoginia in un paese che teme Harry Potter
Ambizioso, in un paese dove servono trigger warning per avvisare gli universitari che Harry Potter contiene linguaggio “obsoleto” e Alice nel Paese delle Meraviglie potrebbe risultare “offensivo”. Un paese in cui, come documenta il libro-inchiesta Pornocracy di Jo Bartosch e Robert Jess, sono stati proprio i corsi di educazione affettiva e sessuale, mal regolati e ideologicamente orientati, a introdurre pornografia esplicita e attivismo sessuale nelle scuole britanniche. Un cavallo di Troia pedagogico.
I risultati sono terrificanti. Secondo una ricerca del Commissario per l’Infanzia, quasi metà dei giovani ritiene che le ragazze si aspettino aggressioni fisiche durante il sesso. Il 42 per cento pensa che le ragazze apprezzino atti sessuali fisicamente violenti. Altro che prevenzione.
Eppure, nel 2023, un rapporto commissionato dalla parlamentare Miriam Cates mostrava come fossero stati proprio i fornitori di materiali scolastici – Split Banana, ChildLine – ad aver normalizzato la pornografia. «Guardarla non è negativa», si diceva. «È importante pagare per il porno». Esisterebbe persino «ottimo porno femminista». ChildLine arrivò a pubblicare un video, poi rimosso, in cui la pornografia veniva descritta come “divertente” e “sexy”, suggerendo categorie BDSM e hardcore a milioni di visualizzazioni infantili.
Lo Stato morale e il bambino rieducato
Starmer dichiara che ogni genitore dovrebbe poter confidare nella sicurezza della propria figlia. Vero. Ma le “idee tossiche” non arrivano solo dal web: a volte entrano dalla porta principale della scuola, con il timbro dell’ufficialità e l’alibi della prevenzione.
Bene che le scuole si diano una svegliata. Male che lo facciano con la presunzione di raddrizzare il legno storto dell’umanità. La violenza non è un bug del sistema educativo. E chi pensa di sradicarla con la strategia dei corsi obbligatori dopo averla coltivata con gli stessi strumenti, non la chiami educazione.
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