Padre Benanti e la sfida dell’Ai: «Torniamo a essere umani»
Si è tenuta ieri sera la cerimonia di consegna del 43° Premio Internazionale Cultura Cattolica, assegnato al prof. p. Paolo Benanti, docente di Etica delle Tecnologie. Ad aprire la serata è stato il Vescovo di Vicenza mons. Giuliano Brugnotto, che ha sottolineato come il Premio “si inserisce nel solco tracciato da don Didimo Mantiero, che ha lasciato un segno importante nel territorio e nella nostra diocesi”. Anche il Sindaco di Bassano Nicola Finco ha evidenziato il contributo della Scuola di Cultura Cattolica, che “ha sempre dato lustro alla città”. La scelta di p. Benanti come premiato, ha aggiunto, “ci interroga su una sfida che riguarda i temi fondamentali, quella dell’AI”.
È un tema che viene posto a tutti i livelli, ma “non dobbiamo avere paura, perché le macchine non hanno né cuore, né cervello e non ci sarà macchina al mondo che potrà fermare l’uomo”. Uno spunto raccolto anche dal presidente della Scuola di Cultura Cattolica David Bozzetto che, dopo aver rilevato come oggi “la pervasività della tecnologia manifesti anche i suoi lati oscuri”, ha affermato la necessità per l’uomo di “ricercare risposte orientate al bene, sempre nel rispetto della dignità inviolabile della persona”.

Il vero e il fattibile
Rispondendo alle domande della giornalista di Tempi Caterina Giojelli, Benanti ha tracciato il quadro di quali siano le opportunità ma anche le preoccupazioni che dobbiamo avere presenti. La preoccupazione della Chiesa, ha osservato, è “che siano sempre chiari e definiti i fini, perché il fine non giustifica i mezzi”. Sia Papa Francesco che Leone XIV “hanno manifestato la preoccupazione della Chiesa sul fatto che sia sempre l’uomo a controllare la macchina e non il contrario” perché il pericolo
è che “se noi non controlliamo la macchina, è lei che controlla noi”.
L’avvento di questa nuova era tecnologica ha indotto l’uomo a ritenere che il “vero” coincida con il “fattibile”. Come dobbiamo porci di fronte a questo interrogativo? “Il problema si pone – ha detto il premiato – quando il vero coincide solo con il fattibile, e oggi questa è una criticità perché c’è una crisi della normatività. Se siamo in grado di capire i limiti dell’umano, siamo anche in grado di dire cosa si può fare e cosa no, è lì che inizia la normatività”. Il problema, dunque, non è tanto la macchina, ma “siamo noi, perché viviamo in una cultura in cui percepiamo come sbagliato tutto quello che è un limite. Siamo chiamati a tornare ad appropriarci del senso dell’umanità per capire qual è il senso e il vero ruolo della tecnica”.
Come può giocare questa partita il cristianesimo, che è l’avvenimento di un Dio che si fa uomo e si incarna nella storia, rispetto a una tecnologia che invece disincarna rapporti e relazioni? “Il cristianesimo non è una lotta contro qualcuno o qualcosa”, ha dichiarato Benanti. Anzitutto dobbiamo mantenere viva la speranza perché “la tomba vuota a Pasqua ci dice che si può amare senza aver paura di perdere”. Inoltre, “l’AI non è una minaccia alla nostra fede, ma essa ci impone di conoscere quello che abbiamo davanti per capire quanto essa è affidabile o meno”. Il tema centrale è che “se vogliamo usare bene l’AI dobbiamo formare l’essere umano perché gli strumenti che usiamo siano mezzi per aiutarci e non armi per fare del male a qualcuno. Come noi giochiamo questa sfida sarà il volto della Chiesa che abiteremo nell’era dell’AI”.

I topi e le domande
Poi bisogna ritornare ad accettare “l’attrito” dell’esperienza. Oggi tendiamo a delegare alla tecnologia “la soluzione di tutte le cose che ci creano attrito o difficoltà”, anche nelle relazioni. L’amicizia, ad esempio, si sviluppa in una dinamica in cui noi dobbiamo imparare ad accettare i limiti altrui e i nostri, nella quale dobbiamo vincere “la resistenza a gestire l’incerto il disagio con ciò che non riusciamo a controllare”. Queste attività tipiche dell’essere umano “accadono proprio perché c’è questo attrito. Se noi lo togliamo rischiamo di non sperimentare più qualcosa che ci cambia, togliendo qualità all’esperienza”. Rimuovere questo attrito “ci trasforma in topi in gabbia e ci affidiamo all’AI perché, avendo eliminato l’orizzonte del trascendente, ci accontentiamo dell’immanente senza fatica. Torniamo ad essere umani e smettiamo di essere topi”.
Nel suo saluto finale, p. Benanti ha dedicato un pensiero particolare alla città di Bassano verso la quale ha confermato di avere una profonda gratitudine: “È una città che rappresenta un pezzo importante della mia storia, dove il Signore mi aspettava tanti anni fa nel momento in cui dovevo decidere cosa fare della mia vita. Continuiamo a tenere alte queste domande con la consapevolezza che la tecnica è ambigua, ma noi abbiamo il compito di trasformare le armi in utensili capaci di creare vita”.
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