In Campania gira una voce: Fico non ce la fa
Roberto Fico sta mandando in tilt il flipper del “campo largo”. Ancora nessuno osa rivelarlo, i media sono timidi e sui social la “notizia” non sembra essere sbarcata. Finora. Fico, uomo dei Meet-up primordiali, eloquio raro e monocorde, aria sovente imbronciata, già terza carica della Repubblica, oggi candidato M5s alla presidenza della Campania, non tira. Non tira come sembrava tirasse e la situazione sembra cambiare man mano che si avvicinano le urne: il famigerato voto disgiunto ne segnerà, forse, il destino.
Era già lì, pronto a imbarcarsi sulla prima carrozza della metropolitana che lo avrebbe condotto a Palazzo Santa Lucia, perché lui è prima di tutto un “cittadino” e al “lavoro” ci va con i mezzi pubblici. Almeno il primo giorno. Quel lavoro, poi, sarebbe stato il presidente della Regione, prendersi la scrivania che fu di Vincenzo De Luca, che non sarà come per il guardasigilli che al ministero trova quella che fu di Togliatti, ma è già qualcosa, “uno vale uno” dicono sia la formula.
Il quadro è cambiato
Con otto liste e un esercito di candidati, la partita appariva segnata “perché la Campania, si sa, è già persa e a Giorgia Meloni, in fondo, non interessa”: ritornelli che si rincorrevano fino al giorno prima che il centrodestra annunciasse la candidatura del viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, storico dirigente di Fdi che, con il “fratello” Antonio Iannone, oggi sottosegretario ai Trasporti e numero uno del partito in Campania, ha tenuto la barra a destra praticamente sempre, ricavandone significativi, innegabili successi politici, oltre che personali. Almeno sinora.
Da quel momento il quadro ha iniziato a cambiare, per una ragione banale e spesso trascurata nel dibattito ma non nella realtà: un pezzo del suo stesso apparato, specie quello delle residue “persone normali” rimaste nel Pd, non riesce a farlo avanzare, non sfonda, in tv direbbero che non è telegenico. Qualche segnale si è avuto in alcune iniziali uscite pubbliche con poche decine di persone pronte ad aprire la Campania come una scatoletta di tonno (se non fosse che col “tonno” oggi sono alleate), in un caso a sud di Salerno neppure quelle, salvo un evento unitario nelle ultime ore nel capoluogo con la tipica platea di iscritti e coscritti.
Tempi ha trovato conferma alla diffusa sensazione che, infida, serpeggiava tra Salerno, Caserta, Avellino e in discreta parte del Napoletano. Benevento è discorso a sé per la presenza di un certo Clemente Mastella, che di Fico è, incredibilmente, alleato. Potenza del destino. Napoli città e la conurbazione del Casertano, che ne unisce la popolosa parte orientale, sono invece le attuali piazze forti per Fico e per il campo largo. Corroborate dal potere trasversale del sindaco Gaetano Manfredi, uno à la Sala per il quale va bene tutto, queste masse di futuri percettori con tre smart tv e dieci iPhone in casa, si mostrano in trepida attesa della ripetizione del già annunciato (da Fico) ritorno del Reddito di cittadinanza, versione Campania felix.

Fico? Nemmeno sotto tortura
«Stiamo sudando sette camicie, non pensavamo fosse così difficile farlo digerire, il suo nome non attraversa l’argine che, quasi in automatico, si alza quando pronunciamo le parole “cinque stelle” accoppiato al candidato presidente», confida a Tempi un esponente del cerchio magico deluchiano uscente. Il quale aggiunge, dietro ovvia preghiera di anonimato, di avere «il fondato timore che ci troveremo dinanzi a una sorpresa amara». Quale? La peggiore: che Fico non solo perda ma perda male, prendendo meno voti delle liste.
Non lo dice solo un alto esponente dell’apparato, il bisbiglio tra i comitati elettorali si fa insistente. Certo, ufficialmente si ride, ci si mostra sicuri, si fa apparire tutto una passeggiata e ci si adagia sull’idea che a Napoli città (dove si decidono i destini) si è già riusciti a far digerire uno come Luigi de Magistris. Non sembra più così e tutto a vantaggio di quel centrodestra che sembrava aver smarrito la dritta via definitivamente a causa sia delle solite beghe che la classe dirigente campana ha mostrato di patire e sia, soprattutto, perché un’area significativa di centrodestra era stata occupata dallo stesso De Luca, un’area che non voterebbe Fico nemmeno sotto tortura.
Avendo perso la chance del terzo mandato, lo sceriffo di Salerno ha dovuto ingoiare un accordo al ribasso (Giuliano Ferrara ha definito, con estetica simpatia, l’abbraccio di De Luca con Fico un «capolavoro di trasformismo»), il cui esito è stato la consegna delle chiavi del Pd regionale al figlio Piero, amministratore di una società senza pace perché senza identità. I segretari vanno e vengono.
«Non ne vuole sentire parlare nessuno»
I deluchiani spinti, nelle trattorie di Santa Lucia che da qualche traversa ti fanno scorgere il mare blu di quel “Paradiso popolato da diavoli” (cit.) che è Napoli, si incoraggiano a vicenda e sussurrano a Tempi: «Con un nostro gruppo forte di consiglieri, daremo filo da torcere a Fico, vedrete che non potrà discostarsi dai dieci anni di governo De Luca». Può darsi, ma in questa materia non c’è scienza esatta che tenga, tutto può succedere: pensare che Fico, sempre che venga eletto, dia retta ai deluchiani che potrà sempre minacciare di mandare a casa, è una stravagante ingenuità in bocca a chi ha consumato carne e sangue della politica a Napoli. Ma in queste ore così gira.
«Guardi, le dico la verità: non ne vuol sentire parlare nessuno di Fico, almeno nel mio ambiente», riferisce a Tempi uno dei più importanti imprenditori della Campania, a capo di un’azienda da oltre 150 milioni di fatturato, rapporti internazionali di tutto riguardo e conoscitore profondo del territorio. «Ovunque sia andato, tra fornitori, colleghi di impresa, maestranze, quadri, nelle stesse banche, il coro è sempre lo stesso: al consigliere X daremo il voto, a quell’altro consigliere Y pure daremo una mano ma scordati che voteremo Fico. Quello ci ammazza», continua il capitano d’azienda, chissà quanto esagerando.
E allora che farete? «Vedremo, per fortuna il centrodestra ha tirato fuori un nome spendibile, più che spendibile direi», conclude l’imprenditore. In effetti, i curricula di Edmondo Cirielli e Roberto Fico pesano e parlano da soli, il percorso politico, poi, è imparagonabile: 30 anni e passa di militanza a destra il primo (e lunga gavetta, consigliere comunale, regionale, presidente di Provincia, deputato, viceministro, oltre che generale dei carabinieri), un biglietto della lotteria vinto per la Camera dei deputati il secondo. Forse è qui la radice del problema.
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