La strada giusta per risolvere la questione israelo-palestinese

Di Rodolfo Casadei
11 Ottobre 2025
Per impedire ai settori militantisti di entrambe le parti di rovinare tutto, va realizzato quanto prima il punto 15 del piano di Trump: la chiave è l’internazionalizzazione virtuosa della crisi
Ragazzina con una bandiera della Palestina durante una manifestazione
Foto Ansa

Il successo umanitario del piano di pace in 20 punti di Donald Trump consiste nella liberazione degli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas e nel cessate il fuoco che arresta il massacro di palestinesi nella Striscia di Gaza per mano delle forze armate di Israele, il suo successo politico consisterà nella realizzazione della seconda parte del piano: il dispiegamento di una forza internazionale di interposizione, la creazione di un governo tecnico e apolitico della Striscia coordinato da un’autorità internazionale, il completo disarmo di Hamas e delle altre fazioni palestinesi, l’affidamento dell’ordine pubblico a una polizia palestinese formata e addestrata dai militari della forza internazionale di interposizione, il completo ritiro dell’esercito israeliano dal territorio.

Il punto 15 del piano

Gli ostacoli alla realizzazione della seconda parte del piano sono enormi, e sono creati principalmente da quei settori del militantismo palestinese e del mondo politico israeliano che accettano l’implementazione della prima parte solo perché non hanno a disposizione alternative praticabili (in caso di rifiuto Hamas rischia l’annichilimento, Israele rischia l’isolamento internazionale), ma sono estranei e contrari allo spirito dell’iniziativa e contano di riprendere la lotta all’ultimo sangue non appena possibile, secondo la funesta logica del “o noi o loro”.

Per esorcizzare questo pericolo occorre realizzare quanto prima il punto 15 del piano:

«Gli Stati Uniti collaboreranno con partner arabi e internazionali per sviluppare una temporanea Forza di stabilizzazione internazionale (Fsi) da dispiegare immediatamente a Gaza. La Fsi addestrerà e fornirà supporto a forze di polizia palestinesi opportunamente selezionate a Gaza, e si consulterà con Giordania ed Egitto, che vantano una vasta esperienza in questo campo. Questa forza rappresenterà la soluzione di sicurezza interna a lungo termine».

La strada dell’internazionalizzazione virtuosa

Il punto 15 indica la strada giusta per la soluzione non solo della guerra di Gaza, ma dell’intera questione israelo-palestinese: l’internazionalizzazione virtuosa della crisi. Finora abbiamo assistito alla versione perversa dell’internazionalizzazione della crisi: Hamas e soci hanno potuto lanciare le loro sfide terroristiche grazie al sostegno interessato dell’Iran e dei suoi fiancheggiatori libanesi e yemeniti più qualche complicità araba (Qatar); Israele ha potuto radere al suolo la Striscia di Gaza grazie alle forniture militari e alla protezione politica americana e, fino a un certo punto, occidentale. Da domani un concerto di potenze lavorerà alla stabilizzazione dell’area, e per la prima volta dal 1967 forze armate di paesi arabi calcheranno il suolo di territori che la partizione decisa dall’Onu nel 1948 affidava allo Stato palestinese.

Non li calcheranno in vista di un assalto allo stato di Israele per cacciare i sionisti in mare, come per decenni gli arabi hanno fatto credere ai palestinesi che un giorno sarebbe accaduto. Li calcheranno per rendere credibile e far accettare sia ai palestinesi che agli israeliani l’attuale linea politica della Lega araba, che negli anni ha sviluppato la convinzione della necessità di un compromesso che consenta a uno Stato ebraico e a uno Stato palestinese (necessariamente smilitarizzato) di vivere fianco a fianco. La Lega araba approva il piano di pace di Trump, che termina con le parole «pacifica e prospera coesistenza» fra Israele e palestinesi.

Obiettivo: fermare l’Iran e i Fratelli Musulmani

Sono lontanissimi i tempi della risoluzione di Khartoum del 1° settembre 1967, quando il summit della Lega araba pronunciò i suoi tre “no”: no alla pace con Israele, no al riconoscimento di Israele, no a negoziati con Israele. Oggi sei paesi arabi (Bahrein, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Marocco e Sudan) riconoscono Israele, e altri si sarebbero aggiunti alla lista senza il pogrom del 7 ottobre 2023 e la sanguinosa reazione israeliana che ha provocato. Persino il comunicato finale del Summit d’emergenza arabo-islamico di Doha del 15 settembre scorso, convocato dopo il fallito raid israeliano in Qatar per decapitare i vertici di Hamas, riconosce la necessità della soluzione dei due stati per due popoli e appoggia le iniziative internazionali che vanno in quella direzione.

Donald Trump non avrebbe costretto Benjamin Netanyahu a scusarsi ufficialmente con l’emiro del Qatar se non fosse convinto che in questa ora della storia i paesi arabi sono perfettamente associabili a un intervento di stabilizzazione a Gaza e a un progetto di coesistenza fra ebrei e palestinesi. Le motivazioni sono facili da intuire. La guerra strisciante (o aperta, come negli ultimi due anni) fra israeliani e palestinesi è funzionale al progetto dell’Iran, persiano e sciita, di esercitare la sua egemonia sul Vicino Oriente arabo e sunnita. Hamas è la filiale palestinese dei Fratelli Musulmani, cioè dell’organizzazione politico-religiosa che da un secolo minaccia i governi costituiti del mondo arabo, sia repubblicani che monarchici, e che è andata vicinissima a impadronirsi del potere nella regione in occasione delle Primavere arabe del secondo decennio di questo secolo.

Verso il disarmo di Hamas nel nome del realismo

Il curriculum dei vari protagonisti di questo accordo di pace solleva legittimi dubbi e scetticismi, ma non bisogna dimenticare che i dati di realtà spingono al realismo anche i più fanatici ed ideologici dei soggetti. Interrotti i rifornimenti dall’Iran e condizionati all’accettazione del piano di pace quelli di Qatar e Turchia, Hamas è costretta a ripensarsi radicalmente. Non sarebbe la prima volta che un’organizzazione armata si trasforma in partito politico istituzionale: lo abbiamo visto pochi decenni fa in Irlanda del Nord e in Sudafrica, dove Sinn Féin e Anc, un tempo coinvolti nella lotta armata condotta rispettivamente da Ira e Umkhonto weSizwe, oggi sono partiti che partecipano all’attività politica senza bisogno di appoggiarsi ad un’ala militare. Una lezione che anche Hezbollah dovrebbe imparare.

Quanto ai più sospetti fra i paesi della regione coinvolti, il Qatar ha capito che non potrà tenere per sempre il piede in due staffe, e su quale sia quella più affidabile non ha più dubbi (grazie anche al business con la famiglia Trump), mentre la Turchia ha interesse a scambiare con Israele la stabilizzazione della Siria, dove la sua egemonia sta crescendo ma è appesa al filo di azioni di destabilizzazione israeliane, con quella della Striscia di Gaza, dove si dispone a collaborare nello spirito del piano di pace. Naturalmente per Israele vale lo stesso discorso: se non vuole essere scaricato dagli americani, deve fare buon viso a cattivo gioco.

La grande occasione per l’Italia

La creazione della Forza di stabilizzazione internazionale rappresenta una grossa occasione per l’Italia, per i suoi obiettivi strategici di promuovere la pace, la stabilità e la collaborazione fra Stati nel Mediterraneo, la regione strategica per i nostri interessi nazionali e quella dove possiamo far valere i nostri asset con profitto per noi stessi, per i popoli della regione e, di riflesso, per l’Europa. Avendo il governo Meloni saputo mantenere la calma davanti alle richieste scomposte delle opposizioni e delle piazze e avendo saputo distinguersi dalle scelte di corto respiro di altri paesi europei (Francia, Spagna, Regno Unito), l’Italia si trova ora nella posizione ideale per dare un contributo serio al processo di transizione a Gaza e quindi alla riapertura dell’intero dossier israelo-palestinese.

Ovviamente ciò non deve avvenire in opposizione all’eventuale ruolo dell’Unione Europea, ma nemmeno nella forma della subordinazione: anche stavolta, come era logico, la politica estera comune della Ue è stata subissata dalla politica estera dei singoli paesi. E chi ha sbagliato la scommessa, puntando le sue fiches sulle ricadute (più interne che esterne) di un riconoscimento frettoloso dello Stato palestinese, adesso non può pretendere di ritirare la stessa vincita di chi ha avuto la pazienza di attendere e la tenacia di resistere alle pressioni mediatiche e alle intimidazioni di piazza. Non tutti sono invitati a Sharm el-Sheikh.

@RodolfoCasadei

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