Lo ha fatto a modo suo, ma ha ottenuto ciò che i suoi predecessori non erano mai riusciti a fare. La risposta alle perplessità dei nostri intellettuali sono i festeggiamenti in piazza a Gaza e in Israele
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (Ansa)
Ha ragione Giovanni Orsina a scrivere che «il trumpismo non è un fenomeno semplice da decifrare. Poiché nasce dal rifiuto del globalismo progressista, sa che cosa detesta ma molto meno che cosa vuole, al di là di un ovvio nazionalismo di fondo. In tanti si stanno affannando a dargli un contenuto, dai conservatori più classici ai tecnofuturisti, ma resta l’impressione che il suo vero contenuto sia Trump stesso, un individuo che ha fatto dell’imprevedibilità la propria cifra».
È un fatto che è anche grazie a questa muscolare imprevedibilità che Trump ha ottenuto un risultato laddove né Barack Obama né Joe Biden erano riusciti: costringere ad un accordo Israele e Hamas, col coinvolgimento dei paesi arabi. Questo è un fatto sufficiente a fargli assegnare il Nobel per la pace e, senza dubbio, lo merita più lui di Obama, che lo prese “sulla fiducia” e poi approvò l’intervento militare in Libia.
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