Casca il mondo
Madri, madrine e surrogate
Metti la cera, togli la cera. L’esercizio è lo stesso della celebre scena di Karate Kid, solo che qua non si lucida nulla e, anzi, molto si appanna. Ecco il nostro film: metti il cognome della madre, togli l’appellativo di madrina.
Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra del cinema di Venezia, ha annunciato una rivoluzione nel cerimoniale: le donne scelte per presentare gli eventi del Festival non saranno più chiamate “madrine” ma “conduttrici”. Nessuno stravolgimento, solo il riconoscimento di un ruolo già ben consolidato, quello di una figura che «regge i giochi e avrà un ruolo più attivo».
Forse “conduttrice” suona più convincente agli occhi di un tempo che venera i leader e le figure sole al comando. Forse non ci si può più permettere di affibbiare a una donna un appellativo che suoni materno, perché sarebbe un richiamo a uno stereotipo limitante e superato.
Resta l’amaro in bocca. “Madrina” non è una brutta parola, da cestinare come un surrogato di “valletta”. Possiede un senso di protezione affettiva che ci catapulta nel regno dell’accoglienza, non della mera esecuzione. E sicuramente il campo semantico della maternità è assolutamente appropriato per indicare una figura che regge ed è assai attiva. Da chi abita il regno dell’arte ci aspetteremmo guizzi imprevisti per farci ricordare il profumo che hanno certe parole, senza allinearsi al gregge ideologico di chi sente puzza di marcio per partito preso.

Ci ha pensato l’ex ministro e senatore Pd Dario Franceschini a riportare la madre sulla scena, facendosi portavoce di una proposta di legge per assegnare ai figli il solo cognome materno: «È una cosa semplice ed anche un risarcimento per un’ingiustizia secolare che ha avuto non solo un valore simbolico, ma è stata una delle fonti culturali e sociali delle disuguaglianze di genere».
Accidenti, che botta. È stato profuso un impegno così certosino per toglierci dalla testa la forma mentis arretrata di una famiglia fondata su madre e padre. Ci siamo sforzati di compilare correttamente le caselle contrassegnate da genitore 1 e genitore 2. Ora torna alla ribalta la madre, spudoratamente, proprio come unica e vera “conduttrice” della famiglia.
Abituati come siamo alle acrobazie di inclusività di certi slanci, colpisce l’azzardo di Franceschini, perché implica molti nota bene in una società che ambisce a ospitare tutti i colori dell’arcobaleno. Occorrerà un emendamento appropriato affinché le coppie omogenitoriali maschili non si sentano discriminate? Occorrerà un altro emendamento per non discriminare una delle due parti nella coppia omogenitoriale femminile?
Restando nell’ambito etereo della provocazione, viene in mente un caso limite. Due uomini che comprano un figlio con la pratica dell’utero in affitto sarebbero disposti, anziché escluderla da contratto, a dare a quel bambino il cognome della donna che lo ha portato in grembo, a titolo di risarcimento di una memoria e di un legame che non possono essere tolti al figlio?
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