Oggi alle 15 al Meeting di Rimini ci sarà l’incontro “Una rivoluzione di sé. Don Giussani e il Sessantotto”, con Sergio Belardinelli, professore di Sociologia dei processi Culturali e comunicativi, Università di Bologna; S.Em. Card. Kevin Joseph Farrell, prefetto Dicastero per i laici, la famiglia e la vita; Davide Prosperi, presidente Fraternità di Comunione e Liberazione. Di seguito l’articolo di Giancarlo Cesana sul libro “Una rivoluzione di sé” uscito su Tempi di agosto.
Una rivoluzione di sé è il titolo di un nuovo libro di don Luigi Giussani, a cura del presidente della Fraternità di Cl Davide Prosperi, edito da Rizzoli. Il contenuto è la trascrizione degli interventi di Giussani al Centro culturale Péguy negli anni ’68-’70. Giussani era stato allontanato dalla guida di Gs e mandato in America da dove era appena tornato. L’incipiente contestazione studentesca aveva provocato un consistente allontanamento dal movimento di studenti liceali e universitari. I rimasti, usciti dall’università, lavoratori e sposati, avevano dato vita al Péguy, come luogo di riflessione e fedeltà all’esperienza vissuta negli anni precedenti.
Giussani si inserì qui e, come dice lui stesso, propose la trasformazione del Péguy da centro culturale tradizionale in luogo di rinascita e conferma della fede. Il libro riporta le lezioni di Giussani nei due momenti fondamentali del ricostituito Péguy: le giornate di inizio anno e gli esercizi spirituali. Nei tre anni considerati, Giussani individuò e definì le caratteristiche dello sviluppo del movimento di giovani adulti, da cui sarebbe sorta Comunione e Liberazione, attraverso la diffusione nell’ambiente universitario e progressivamente in tutti gli ambienti. Io in quegli anni non frequentavo ancora il movimento. Ci arrivai nel 1971. Tuttavia, leggendo il libro ho ritrovato molti dei contenuti che hanno sostenuto e approfondito la mia adesione al movimento di Cl.
La vita come comunione
Il contenuto principale è immediatamente riferito nel sottotitolo del libro e nel primo capitolo: “La vita come comunione”. In effetti, sono sempre più convinto che questo sia il contributo più originale e centrale offerto da Giussani all’educazione cristiana e allo sviluppo dell’esperienza di fede. Cristo è stato sottratto a un’immagine pietistica e astratta, per quanto devota, per essere riportato dove è concretamente incontrabile, un luogo, l’unità di quelli che lo seguono, il suo “Corpo Mistico”, fisicità misteriosa, ma verificabile. Si tratta di appartenere alla comunità e con essa e attraverso essa «collaborare all’avvenimento del mondo, del cosmo, il destino di ordine e perfezione», cui tutta la realtà è diretta.
Quello che colpisce di Giussani è che nella sua proposta, nella sua ripartenza, non c’è indugio all’analisi sociologica, per quanto – dati gli anni tempestosi – avesse ragione di averne. Impressionante è l’analogia con quel che dice Charles Péguy di Cristo: «Venne Gesù. Doveva fare tre anni. Fece i suoi tre anni. Ma non perse i suoi tre anni, non li usò per piagnucolare e accusare la cattiveria dei tempi. Eppure c’era la cattiveria dei tempi, del suo tempo. Arrivava il mondo moderno, era pronto. Lui vi tagliò (corto). Oh, in un modo molto semplice. Facendo il cristianesimo. Non incriminò il mondo. Salvò il mondo. Sulla sabbia del secolo si versava inesauribile una fonte, una fonte di grazia».
Giussani fa qualche battuta su quelli che se ne erano andati, ma non recrimina, anzi esprime rispetto per la loro energia. Rifà il movimento correggendo quelli che erano rimasti. Richiama prima al riconoscimento dell’autorevolezza nell’esperienza di Chiesa e poi dell’autorità istituzionale, fatti questi a cui aggrapparsi nel cammino della vita. La vita si svolge in una dipendenza dalla comunità, da una comunione di gesti – messa, gite, uscite, fondo comune – che introducono a una comunione di giudizio, vero e proprio raddrizzamento dell’opinione a fronte dell’evidenza della grazia di Dio. Rendere il “gruppo”, qualunque ambito di rapporti, occasione di amicizia, nella comunione cristiana. È una prefigurazione dei futuri gruppi di fraternità, che sarebbero nati oltre 10 anni dopo come avvio della Fraternità di Comunione e Liberazione, riconosciuta da Giovanni Paolo II agli inizi degli anni Ottanta.
Vivente è un presente
Altro aspetto fondamentale del cristianesimo è nel suo essere avvenimento. Giussani con i primi ragazzi di Gs era partito da un richiamo alla tradizione, dalla considerazione che era ingiusto, come stava già succedendo negli anni Cinquanta, trascurare la storia e la ricchezza umana e culturale provenienti dalla tradizione cattolica.
Alla fine degli anni Sessanta, questa non convinceva più. Anche a me accadeva così, discorsi e prediche di preti e catechisti mi lasciavano indifferente, se non irritato, fino all’incontro casuale con un discorso registrato di Giussani a un gruppo di studenti. Lui fu eccezionalmente convincente. Miracolosamente grazia e libertà s’erano incontrati. La tradizione da morta era diventata viva: «Vivente è un presente». Anch’io, come gli apostoli, credetti «per una presenza», non per quello che fece o che disse, anche se non era «glabra o ottusa», ma con una faccia ben precisa, carica di parola e quindi di proposta, di significato per la vita: «Una potenza in più», irriducibile al passato, a un presente che nascerebbe solo da esso.
«Il vero e il nuovo è qualcosa che ti chiarisce anche il passato». È impressionante nel discorso di Giussani la quantità di citazioni bibliche, soprattutto del Vangelo e di san Paolo, con una pertinenza e quindi chiarezza e forza insolite. «Il delitto dei cristiani oggi nel mondo è la mancanza di identità… Non viviamo di fede, questo è il punto». Era vero nel ’68, ma quanto è vero oggi! Urge una maturità cristiana, la certezza di quanto ci è accaduto. «Il cristiano è un uomo rivolto al passato, con le spalle rivolte all’avvenire». L’avvenire è mistero concepibile e pensabile solo in base a «quel che hai in mano», quel che ti è successo. «La salvezza è una storia». Cosa vuol dire “liberaci dal male”? «Vuol dire che non ci sia più nessun male nella mia vita? È antistorico… vuol dire creami una personalità… tutta quanta appoggiata come certezza su di te».
Il movimento è un ambito educativo. «Il nostro compito è costruire la Chiesa… ma è astratto se non è con il marito, i figli, a casa tua e quindi nel rapporto con gli amici… dove tu sei!».
La predicazione di don Giussani, passando da un anno all’altro, riprende le considerazioni svolte, con osservazioni illuminanti. «Chi fa il male è già giudicato, perché il giudizio eterno si stabilisce, si avvera nell’istante della mia azione… non ci fosse il futuro, il presente sarebbe una tomba». «Cristo è la nostra speranza… Dio può venire e, anzi, viene come un ladro, quando meno te lo aspetti, nell’ombra… la continuità della fedeltà salva il contenuto di quella grazia», cioè della sua venuta nella nostra vita. Così dialetticamente la dimensione più importante a sostegno della speranza è la memoria. Possiamo imparare un possesso più vero del tempo e dello spazio, che non è solo distacco, ma è «esperienza di un albore di resurrezione della carne, di un inizio della grande giornata dell’al di là».
Ci accusano? Si arrangino
Nella prima lezione del 1970 (4 ottobre, mattino), Giussani apre il capitolo dell’autocoscienza, una dimensione mai applicata prima a questioni di fede. È espressione di un’urgenza di personalizzazione del giudizio a riguardo del valore della vita e del suo fondamento, «accorgermi di un’altra realtà in me», che domanda di cambiare mentalità, di convertirsi a una soggettività nuova. È la distruzione del “gruppo rifugio” in cui tendiamo a nascondere la nostra identità. «Il vero problema nostro non è la nostra vita sociale, ma è l’impegno missionario… essere mandati dal Padre. A fare cosa? A portare la vita eterna… la verità della vita… Gli altri ci giudicano e ci accusano: si arrangino… Comunione e Liberazione realmente è la formula definitiva del nostro essere presenti nel mondo». È l’entusiasmo di Giussani per ciò che era appena nato dall’allora striminzito movimento universitario.
Negli ultimi capitoli don Giussani affronta il problema del male – «la non fedeltà a Dio», non degli altri, ma nostra –, del potere – «o aderisci a Dio o sei schiavo» – e del «criterio di Dio nella nostra vita» – Dio non è rimasto sopra le nubi, si è fatto uomo, ci è entrato con i sacramenti e la comunità cristiana, richiamata ancora con forza. Comunione e Liberazione risulta essere così non semplicemente la reazione cattolica al tentativo rivoluzionario dei giovani sessantottini, ma la strada di un rinnovamento vero e originale della vita personale e di tutti coloro che decidono di farne parte. «Non una strada, ma la strada», come avrebbe scritto Giovanni Paolo II a Giussani nel 2002.
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