Silenzio, contemplazione e testimonianza. Il Premio Cultura Cattolica a Maria Grazia Girolimetto

Di Redazione
05 Ottobre 2026
Per la prima volta il riconoscimento è stato portato alla premiata e non consegnato durante la tradizionale serata pubblica a Bassano. A riceverlo la badessa del monastero benedettino dell’isola di San Giulio sul lago d’Orta
La consegna del 44mo Premio Cultura Cattolica a madre Maria Grazia Girolimetto
La consegna del 44mo Premio Cultura Cattolica a madre Maria Grazia Girolimetto

È stato consegnato sabato 3 ottobre con una cerimonia inedita il 44° Premio Internazionale Cultura Cattolica. Inedita perché, per la prima volta nella storia del Premio, il riconoscimento è stato portato alla premiata e non – come da tradizione – consegnato durante la tradizionale serata pubblica a Bassano. A ricevere pergamena e medaglia è stata madre Maria Grazia Girolimetto, badessa del monastero benedettino dell’isola di San Giulio sul lago d’Orta. Così, non potendo la premiata uscire dalla sua comunità di monache di clausura, una delegazione della Scuola di Cultura Cattolica le ha consegnato il Premio durante una cerimonia più semplice e riservata tenutasi all’interno del monastero.

«Quest’anno il nostro Premio vive un’edizione straordinaria e controtendenza», ha esordito il presidente della Scuola di Cultura Cattolica David Bozzetto. «Oggi siamo noi a esserci messi in cammino. Quando la Giuria ha scelto di conferire il riconoscimento a Madre Maria Grazia Girolimetto, è apparso subito chiaro che non potevamo chiederle di lasciare questo luogo. Non per un semplice protocollo, ma per rispetto profondo verso la natura stessa della sua vocazione: una vita di clausura non si interrompe per ricevere un premio, perché la sua forza sta proprio nella stabilità, nel silenzio e nella totale dedizione a Dio, lontana dai riflettori del mondo. Abbiamo capito che l’unico modo per onorare davvero questa testimonianza era accoglierla nel suo spazio sacro, portando Bassano e il Premio qui, nel cuore pulsante della preghiera».

Proprio l’importanza della preghiera, del silenzio e della contemplazione sono state al centro dell’intervista rivolta a madre Girolimetto dal prof. Silvano Petrosino dell’Università Cattolica di Milano.

Un silenzio che genera ed educa

Anzitutto, il silenzio non coincide con il mutismo e, soprattutto per un essere di parola come l’uomo, rappresenta un momento fondamentale non di certe vite particolari, ma dell’esperienza umana in quanto tale. «Il silenzio permette in fondo una rinascita», ha commentato suor Girolimetto, mentre «il mutismo è proprio una chiusura della comunicazione, è una malattia spirituale di oggi». «Se il mutismo è assenza della parola, il silenzio è una presenza: si può tacere ed essere pieni di rumori, pieni di pensieri, pieni di giudizi, pieni di risentimenti, di paure, di parole non dette e al contrario si può parlare molto e nello stesso tempo custodire dentro di sé un profondo silenzio interiore». Il silenzio vero, quindi, «non è tanto e semplicemente il non parlare, ma è piuttosto un fare spazio dentro di sé, quindi creare dentro di noi uno spazio per ospitare l’altro».

Per questo, ha proseguito, «mi piace pensare che il silenzio è proprio la custodia della parola, la custodia più vera. Ci insegna a non usare le parole per riempire ogni vuoto, per avere sempre l’ultima parola su tutto, per imporre il nostro punto di vista attraverso anche questa forma difensiva della parola o anche per sfuggire a noi stessi. Ci insegna invece che una parola può essere veramente generativa, cioè può portare vita quando nasce dall’ascolto più profondo». Il silenzio più difficile, ha aggiunto, è rimanere accanto a chi soffre, «stare accanto all’altro senza nemmeno avere la pretesa di risolvere tutto con la nostra parola, senza riempire anche il dolore dell’altro con le nostre parole». L’esempio di Maria in silenzio sotto la croce ci aiuta «a guardare l’invisibile, ci educa a vedere più profondamente il visibile, la realtà, cioè ci libera dalla pretesa che immediatamente noi possiamo spiegare misurare, controllare e ci invece educa a restituire alla realtà la sua dimensione più profonda che è quella del mistero».

Guardare il mondo con gli occhi di Dio

Il silenzio è la dimensione della contemplazione, e anche su questo argomento suor Maria Grazia Girolimetto ha speso parole significative, perché siamo comunemente portati a ritenere che la vita attiva e la vita contemplativa siano due cose distanti e differenti, «da una parte la vita impegnata e dall’altra quelle che vivono un po’ sulle nubi, come noi, sull’isola. E invece è proprio l’esperienza monastica che ci insegna che la contemplazione è proprio un modo di stare davanti alla realtà»; «questa è una delle più grandi lezioni: in fondo, la contemplazione non si tratta tanto di cercare Dio quanto di diventare disponibili a lasciarsi incontrare da Lui». La contemplazione «non ci sottrae alla realtà quotidiana, ma al contrario ci educa a guardarla in modo diverso. Dopo aver ascoltato, dopo aver essere stati raggiunti dall’incontro con il Signore, occorre tornare là dove siamo chiamati a tornare alla nostra quotidianità, alla nostra fatica, al nostro lavoro, agli imprevisti della nostra giornata con uno sguardo che non si ferma solo alla superficie». Quindi, il contemplativo non è chi vede cose straordinarie, ma chi «impara a vedere in modo nuovo le cose ordinarie, a guardare il mondo con lo sguardo di Dio». In questo senso, la contemplazione diventa anche una grande scuola di libertà «perché ci libera, in fondo, dal possesso, dal bisogno di possedere quello che noi guardiamo».

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Ritrovare la bellezza per testimoniarla

Che cosa vuol dire oggi annunciare Cristo quando Cristo non è più percepito come una risposta alle nostre domande più profonde? Bisogna riscoprire il valore della parola “bellezza”. «La Chiesa non cresce per proselitismo, ma cresce per attrazione e l’evangelizzazione passa attraverso la testimonianza della nostra vita. Occorre davvero risvegliare e far intuire che Cristo rende la vita più vera, più libera, più umana, più bella, più felice».

Oggi il compito proprio dei monasteri lo si vede per le migliaia di persone che arrivano: «non abbiamo tanto bisogno di parlare di Dio, ma di mostrare la bellezza di un’appartenenza» a una Chiesa sentita come madre e maestra e quindi ancora «capace di tradurre, di continuare la tradizione di determinati valori che sono in fondo i valori che danno l’umanità, cioè che ci rendono più umani, più veri, più uomini e meno schiavi di noi stessi». Non significa che il cristiano si deve presentare come colui che è perfetto; «non lo siamo, non possiamo nemmeno negarlo. Ma comunque la credibilità non nasce mai dalla perfezione, ma dalla verità di se stessi, dalla verità della propria vita, dalla coerenza della propria vita». La vita in monastero, quindi, non è una vita sciupata o sprecata, «ma è una vita che trova pienezza». Quindi si tratta non tanto «di essere persone che spieghino Dio, parlino di Dio, ma che stanno davanti a Dio là dove sono chiamate».

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