La classista Greta Thunberg è tornata. Non ci mancava
Greta Thunberg è tornata, ma a dirla tutta non ci mancava granché. E la ragazza svedese che qualche anno fa ha dato vita al movimento dei Fridays for Future non andando a scuola il venerdì per protestare contro il cambiamento climatico di sicuro non mancava ai camionisti che a Malmö, in Svezia, non hanno potuto fare il loro lavoro per cinque giorni, fino a che la giovane attivista che negli anni ha sussurrato ai potenti di mezzo mondo non è stata portata via dalle forze dell’ordine.
Greta Thunberg, il futuro di Gaia e quello dei camionisti
Ricapitoliamo: Greta Thunberg e altri attivisti appassionati al culto del “moriremo tutti” sono stati arrestati nel porto di Malmö per avere impedito a diverse petroliere di partire con rifornimenti per la Svezia e altri paesi. «La crisi climatica è una questione di vita o di morte per innumerevoli persone. Scegliamo di fermare fisicamente le infrastrutture per i combustibili fossili. Rivendichiamo il futuro», aveva twittato la profetessa della fine del mondo, rilanciata dai media di tutto il mondo, che si sono affrettati a parlare del suo arresto pubblicando le foto di lei che inerme viene portata via di peso da due poliziotti. Ma sono proprio le fotografie dell’arresto di Greta e dei suoi amici a dirci che cosa è accaduto davvero.
Negli scatti circolati sui media si vede la ragazza idolo degli ambientalisti in primo piano, e sullo sfondo i presunti agenti del male che lei ha coraggiosamente fermato: i camionisti. Greta Thunberg, come gran parte degli attivisti delle sigle ambientaliste più note, da Just Stop Oil a Extinction Rebellion, è una figlia di cosiddetti privilegiati, una che alza il telefono e parla con i capi di Stato e i presidenti delle principali organizzazioni internazionali, una benestante che ha trovato il modo di non annoiarsi, e trascina con sé altri privilegiati che sentendosi moralmente superiori hanno fatto del proprio narcisismo un megafono per urlare all’apocalisse.
Il classismo green di Greta Thunberg
La protesta di Malmö è la fotografia perfetta del classismo green che in nome di un allarme ben amplificato colpisce sostanzialmente la classe operaia impedendone il lavoro. Lo ha ben scritto Brendan O’Neill su Spiked:
«Persone della classe operaia ridotte a comprimari, personaggi non giocanti, in un dramma febbrilmente incentrato sull’angoscia esaltata dei privilegiati. Lavoratori come mero sfondo alle eco-nevrosi dei benestanti. Nell’universo morale modellato dagli eco-influencer e dai loro legionari servi nelle élite politiche e mediatiche, le paure irrazionali della classe medio-alta hanno più peso degli standard di vita della classe operaia».
Un discorso valido per gran parte delle sceneggiate ecoattiviste di questi tempi, dai blocchi del traffico a Londra e Roma alle opere d’arte imbrattate: gente fuori dalla realtà che pensa di potere imporre a tutti lo stile di vita di una ztl milanese senza rendersi conto che le loro azioni impediscono a commercianti, fattorini, genitori e operai di fare il loro lavoro.
La previsione di cinque anni fa che non si è avverata
Più preoccupati per le vaghe sorti del pianeta (come se fossero in mano loro) che della sopravvivenza della classe medio-bassa, sono l’avanguardia molesta di un pensiero, quello ecologista radicale, che è all’origine di molte norme europee che – sempre meno gradite anche in Italia – rischiano di mettere in ginocchio diverse attività produttive e nei Paesi Bassi hanno già fatto nascere un movimento di protesta significativo che ha raccolto molto consenso alle ultime elezioni.

0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!