La palestra del carcere di Reggio Emilia ha in effetti l’aspetto di una palestra di carcere. L’attenzione con cui è stata mantenuta negli anni non è riuscita a impedire alla gomma del pavimento di sollevarsi qua e là e in qualche punto di saltare proprio via, né alle pareti di ingrigirsi e rigarsi di muffa sotto i colpi dell’usura e dell’umidità. In un angolo, però, questa mattina c’è una specie di piccola cappella provvisoria allestita come si può allestire una chiesetta in una prigione, con le sedie tutte spaiate, un comunissimo tavolo per altare, lenzuola bianche a fare da affreschi alle pareti mobili, ma tutto sistemato con una cura tale da renderla perfino bella. È sabato 9 ottobre 2021 e oggi si celebra un uomo che ha deciso in questa prigione di offrire se stesso consacrandosi a Dio per espiare il male che ha commesso e quello compiuto dai compagni detenuti. Intende confermare i voti di povertà, castità e obbedienza pronunciati per la prima volta un anno fa e consegnarli di nuovo nelle mani del vescovo, monsignor Massimo Camisasca, che proprio per questo è tornato qui, nel primo posto che visitò nove anni fa appena insediatosi in diocesi, scegliendolo «per testimoniare che la fede arriva fino agli estremi confini dell’umano».
La discesa nell’abisso
Entrano una trentina di carcerati – platea selezionatissima per via delle restrizioni anti Covid – in un clima di attenzione stupefacente. A parte i saluti e qualche battuta di benvenuto («Heilà, ci voleva il vescovo per farti venire a Messa», scherza il cappellano con uno di loro), il silenzio e il raccoglimento, la tensione verrebbe da dire, sono assoluti tra questi visini non esattamente di parrocchia. Raramente si vede una consapevolezza simile alle Messe “normali”. Del resto nessuno qui, nella Casa circondariale di Reggio, prende sotto gamba quello sta accadendo.
Fa il suo ingresso anche Alessio, il “festeggiato”, e tutti gli sguardi, compresi quelli delle guardie, si fissano su di lui, carichi di orgoglio quasi, e di ammirazione. Alto e smilzo, Alessio non ha più il physique du rôle dell’energumeno che si è meritato trent’anni di galera per la particolare efferatezza del delitto compiuto. Meditazioni e digiuni gli hanno letteralmente cambiato i connotati. Anche lui è teso, concentrato ma sereno. Presente come pochi sono presenti “fuori”. Che la cosa sia seria è confermato non solo dalla partecipazione di Camisasca, ma pure dalla scelta del testimone, Domenico, ergastolo ostativo, dentro da 30 anni.
A Messa nessuno ci gira intorno: nelle parole del vescovo e del cappellano torna in continuazione la memoria del male fatto, la colpa, i crimini compiuti. Non dev’essere facile dire cose simili in faccia a questa gente, eppure né Camisasca e né don Daniele Simonazzi esitano un solo istante nel ricordare in preghiera «le persone a cui abbiamo tolto la vita». Si capisce che la Chiesa qui è forse meno straniera che altrove, per qualcuno attraverso don Simonazzi si è fatta perfino compagna di cella e può permettersi di proporre ai detenuti quel “lavoro su di sé” che forse nessun’altra istituzione ormai osa più. Per Alessio almeno è stato sicuramente così.
Il male dunque. La coscienza del peccato. La colpa. Ma solo perché tutto ciò è necessario per la redenzione. «Cristo risorge con le ferite della crocefissione», ricorda Camisasca.
«Mi chiamo Alessio Alberici e sono di Parma», dice a Tempi il detenuto consacrato, spazzando via gli pseudonimi con cui nel giugno 2020, raccontando i primi voti, alcuni giornali avevano preferito proteggere la sua identità. «Scriva pure nome e cognome, perché non mi vergogno di essere in carcere». Nato in una famiglia contadina e devota, Alessio da bambino era per tutti “Don Alessio”. «Volevo fare il prete e servivo Messa ogni domenica. Sgridavo gli adulti se bestemmiavano e i coetanei se buttavano una cartaccia per terra, rifiutavo di dire le parolacce e di partecipare ai discorsi sconci». Poi la via del seminario per vari motivi si chiuse e pian piano Alessio, ormai adolescente, si allontanò dalla Chiesa.
È a questo punto che entrano in scena, nell’ordine, le compagnie sbagliate, l’alcol, la droga. Già, spiace tornare sempre sul punto, ma anche nella deriva di Alessio c’entra moltissimo la droga. «Avevo 18 anni e in poco tempo persi la via. Divenni un dissacratore. Poi tutto precipitò intorno ai 20 anni, quando il talento per il disegno [Alberici è un fumettista di un certo successo, ndr] mi portò a Milano nell’ambiente della moda, dove la cocaina era la normalità». Ma doveva andare peggio di così. Un brutto giorno, Alessio si ritrovò licenziato e dovette tornare a casa dai suoi, «col bisogno dello sballo e senza i soldi per pagarmelo». Il resto si può immaginare. «Per vent’anni sono stato un bestemmiatore e un violento», riprende Alessio quasi citando san Paolo.
Il fondo dell’abisso arrivò il 10 maggio del 2016. Alberici aveva 41 anni e tanto per cambiare era imbottito di alcol e coca. Con un amico si ritrovò coinvolto in una lite per una storiaccia di affitti non pagati. La lite degenerò in rissa, la rissa in massacro. Un omicidio di rara ferocia. Si possono risparmiare qui i dettagli truculenti, che le cronache dell’epoca invece registrarono con soddisfazione.
Il reato e la promessa
Alessio fu arrestato la sera stessa del delitto. «Nel carcere di Parma passai tre giorni e tre notti senza mangiare né bere. Man mano che l’effetto delle droghe veniva meno, mi rendevo conto di quello che avevo fatto. Avevo ucciso un uomo e mi sentivo morto anch’io. Ero disperato. Non potevo fare altro che rivolgermi al Signore». Era cominciato per Alessio il ritorno alla fede. Il primo passo concreto fu la rinuncia a usare il suo passato tossico per ottenere la semi infermità mentale, giochino che in primo grado gli aveva permesso di ottenere una pena tutto sommato lieve. «Ma io non volevo fingermi matto. Volevo andare incontro alle mie responsabilità, consapevole di rischiare una condanna durissima». E condanna durissima fu: 30 anni.
Oggi Alessio di anni ne ha 48 e ancora molti altri ne passerà dietro le sbarre. Nel frattempo la sua conversione è proseguita nel carcere di Modena, dove è riemersa l’antica vocazione, e poi qui a Reggio, dove si trova dal 2019. E dove, soprattutto, Alessio ha incontrato il cappellano don Simonazzi. «L’ho conosciuto appena trasferito qui. Subito gli ho raccontato del mio reato e della promessa fatta al Signore. Nel dialogo con lui mi sono reso conto che volevo fare un passo in più. È stato don Daniele a dirmi che non dovevo per forza aspettare di uscire di prigione per consacrare la mia vita. Mi ha proposto di prendere i voti in carcere, riempiendomi di gioia ed entusiasmo: potevo dare un senso cristiano alla detenzione. Il tempo passato qui per me non sarebbe più stato tempo sprecato». Dice Alessio senza tradire la minima titubanza: «In prigione ho trovato la vera libertà, la libertà dello spirito. E ho capito che il vero ergastolo, invece, si può subire anche fuori, quando si vive senza la luce di Cristo».
Questa nuova consapevolezza, frutto anche di molte letture e intensa riflessione, Alessio l’ha trasmessa a monsignor Camisasca nelle lettere che gli ha scritto in questi tre anni. Il vescovo ne è rimasto colpito e non lo nasconde. Oggi nella palestra del carcere di Reggio durante l’omelia offre le certezze di Alessio come giudizio positivo sulla cattività di ciascuno dei presenti. Come un augurio.
Uno starets dietro le sbarre
La vicenda di Alessio Alberici, dice il monsignore, mostra che il carcere può essere «un luogo di libertà e amore». «Libertà», spiega Camisasca, perché «Alessio ha fatto della sua cella un monastero, un luogo che sembra chiudere e invece apre all’Infinito. Essere reclusi in pochi metri non ci impedisce la libertà, che vuol dire appunto fare scelte di fronte all’infinito. Quali scelte? Pregare per chi abbiamo offeso, perdonare chi ci ha offeso, voler bene a chi è qui con noi. Dio abita anche luoghi infernali, Suo figlio è sceso agli inferi: questo dice la scelta di Alessio». E poi il carcere come «luogo di amore», insiste il vescovo: «Mi ha impressionato la ragione quasi dostoevskiana per cui Alessio ha scelto di prendere i voti. Come ricorda lo starets dei Fratelli Karamazov, occorre che ci sia sempre almeno uno che si offre per gli altri, e Alessio prende questi voti per espiazione: per la persona morta per causa sua e per tutti i fratelli che sono in questo carcere. Difficile? Certo, ma il gesto di Alessio ci dice che a Dio nulla è impossibile». Grazie al suo passo «potete guardare al tempo passato qui come a un tempo non buttato via, ma regalato perché il cuore si dilati e la vita cambi». Adesso il vescovo ha l’attenzione completa dei carcerati presenti e lancia l’ultima provocazione: «Cristo ha spezzato le catene del passato, anche la vostra vita può dare tanti frutti».
Di questi frutti fa parte la lucida coscienza cristiana che emerge dalla “Piccola regola” letta da Alberici durante la celebrazione: povertà non come ostentazione di sacrificio ma desiderio di «avere poche cose e averne cura, perché le sento affidate a me dal Signore»; verginità non come distacco asessuato ma come impulso ad «amare sempre di più le persone che fanno parte della mia vita, in modo disinteressato»; obbedienza come «strada fondamentale per la mia realizzazione».
Una gioia mai provata prima
Qualche mese fa Alessio si è ritrovato fra le mani gli appunti di una sorta di autobiografia scritta nel primo anno di detenzione. «Un centinaio di pagine in forma di racconti brevi di “notti brave” all’insegna di eccessi e dissolutezze», dice. E aggiunge, a proposito di coscienza nuova: «Mi è parso di leggere della vita di un’altra persona. Questa è stata per me la prova che il mio vecchio ego era morto, morto insieme all’uomo vittima del mio terribile reato. Ma mentre egli purtroppo non fa più parte di questa terra, io sono ancora vivo, risuscitato in Cristo a vita nuova». Alessio parla esattamente in questo modo ai compagni di prigionia, braccio omicidi, incurante del rischio di sollevare perplessità o sarcasmo. Anche per questo probabilmente ha finito in realtà per attirarsi un enorme rispetto. In galera è tornato a essere per tutti “Don Alessio”, ed è diventato davvero una specie di starets, per i detenuti in cerca di risposte importanti sulla vita. Per altri è semplicemente una assicurazione vivente che la speranza di ricominciare non è sciocca nemmeno qui. «Certe sere provo una gioia che non avevo mai provato in tutta la mia vita», confessa Alberici un attimo prima di rientrare in cella scortato dagli agenti. «Dovevo finire in carcere per provarla».
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