Memoria popolare

1976, Seveso invasa dagli abortisti e la resistenza dei cattolici: “La vita continua”

Di Federico Robbe
17 Febbraio 2026
Il clamoroso manifesto di Mp contro le strumentalizzazioni del disastro dell’Icmesa da parte dei radical-progressisti e poi la nascita di “Solidarietà”, tabloid antiallarmista
Un particolare del manifesto “La vita continua” diffuso nel 1976 dopo il disastro di Seveso da “Comunione e Liberazione per un Movimento Popolare” (foto da “Seveso 1976. Oltre la diossina”, Itaca)
Un particolare del manifesto “La vita continua” diffuso nel 1976 dopo il disastro di Seveso da “Comunione e Liberazione per un Movimento Popolare” (foto da Seveso 1976. Oltre la diossina, Itaca)

Prosegue in occasione del 50esimo anniversario del disastro di Seveso il racconto della mobilitazione del mondo cattolico – e in particolare del Movimento Popolare – davanti a quei fatti attraverso alcuni estratti dal libro “Seveso 1976. Oltre la diossina” di Federico Robbe (Itaca 2016). I titoletti tra i paragrafi sono aggiunti dalla redazione. La prima puntata della serie è disponibile in questa pagina.

* * *

A metà agosto, Comunione e Liberazione per un Movimento Popolare diffonde un manifesto che nei giorni seguenti viene distribuito a tappeto in tutta Italia. “La vita continua”: un messaggio semplicissimo, perfino banale, ma in quell’estate 1976 decisamente controcorrente. A Seveso la vita continua e deve continuare, e questo sarà possibile grazie a «un popolo unito e libero» – citiamo dal testo – che «tornerà a vivere». E lo farà nonostante il disastro e nonostante le forzature di gruppi radical-progressisti pronti a strumentalizzare i fatti per scopi politici.

Il manifesto “La vita continua” (foto da “Seveso 1976. Oltre la diossina”, Itaca)
Il manifesto “La vita continua” (foto da Seveso 1976. Oltre la diossina, Itaca)

«Il manifesto “La vita continua”», spiega don Costante Cereda, «è diventato interessante per tantissimi perché quelle tre frasi su un certo modo di lavorare e di produrre, sulla politica e sulla necessità di una presenza popolare hanno provocato molti che ce l’hanno chiesto. E anche quando, nelle settimane successive, andavamo a raccontare quello che succedeva, vedevamo questi manifesti in giro per l’Italia. E per noi è stato indubbiamente un elemento di solidarietà, un sentire una realtà di popolo vicina, anche lontanissimo da casa nostra».

In altri ambienti il manifesto suscita reazione aggressive. Tra i giovani della sinistra extraparlamentare di paese c’è Marzio Marzorati, secondo cui «il mondo cattolico ha dato una risposta di speranza, che è stata male interpretata da noi che eravamo dall’altra parte e da alcuni della mia generazione. Pensavamo fosse una negazione del rischio, invece era una resistenza al rischio, nella consapevolezza di starci davanti e di conviverci in una prospettiva di speranza. La sinistra vedeva in Cl una forza che voleva mantenere arretrata tutta la società, non solo rispetto all’aborto. “La vita continua” fu interpretato come un’ipocrisia, una negazione della realtà, una menzogna. Oggi invece lo ritengo uno slogan rivoluzionario». […]

Un giornale popolare di controinformazione

Racconta Fiorenzo Tagliabue [imprenditore della comunicazione, allora giornalista di Avvenire, ndr] che proprio dalla constatazione di una stampa a senso unico sulla questione dell’aborto nasce l’idea di “creare uno strumento di controinformazione sul territorio. Un’iniziativa di gente legata soprattutto a Comunione e Liberazione, che comunque teneva insieme tutto il mondo cattolico, e che senza fare sconti all’Icmesa è sempre stata molto chiara nello smussare le posizioni più allarmiste. Era un’operazione di respiro, non certo un’iniziativa di un gruppetto di “facinorosi’”.

Nasce così il periodico in formato tabloid chiamato Solidarietà. Giornale popolare della Brianza, con una sapiente combinazione di immagini, interviste, titoli ad effetto, editoriali e inchieste. Lo pubblica la commissione stampa dell’Udac [l’Ufficio decanale costituito per affrontare l’emergenza, ndr] ed è finanziato da una colletta raccolta nelle parrocchie di tutta la diocesi. Ne sarebbero usciti undici numeri. Fa la sua comparsa il 29 agosto 1976, con cadenza settimanale fino al 10 ottobre. Poi diventa quindicinale, e dal 1977 bimestrale. L’ultimo numero è del maggio di quell’anno. «Certamente», sottolinea Ambrogio Bertoglio, «è stato uno strumento che dava informazioni che non c’erano sulla grande stampa. E poi serviva a far conoscere a tutti cosa stava accadendo davvero a Seveso e come ci stavamo muovendo noi cattolici».

La penna di Tettamanzi contro l’aborto

L’editoriale del primo numero è firmato da don Gestori e inizia così:

«Questo foglio nasce perché richiesto. Sono molti infatti che vogliono conoscere i problemi suscitati dalla nube tossica di Seveso e che vogliono mettersi generosamente al servizio delle famiglie dei paesi tanto duramente sconvolti nei loro beni materiali e nei loro valori umani. Non si poteva non ascoltare questa esigenza».

Inoltre il periodico, prosegue l’articolo,

«chiede l’aiuto disinteressato e cristiano verso tutti quelli che, senza colpa loro, si sono trovati nel mezzo di una bufera di problemi».

La prima pagina del primo numero di “Solidarietà”, giornale pubblicato dalla commissione stampa dell’Udac, ufficio decanale costituito per affrontare l’emergenza diossina a Seveso, 29 agosto 1976
La prima pagina del primo numero di Solidarietà, giornale pubblicato dalla commissione stampa dell’Udac, ufficio decanale costituito per affrontare l’emergenza diossina a Seveso, 29 agosto 1976 (foto da Seveso 1976. Oltre la diossina, Itaca)

Da settembre il giornale diventa una fonte autorevole distribuita in tutta Italia e in alcuni cantoni svizzeri. Viene diffuso in circa 40 mila copie, con picchi di 50-60 mila. Cifra elevatissima se pensiamo che non è in mano a giornalisti professionisti ed è nato in poche settimane. Tra le firme ci sono futuri vescovi come Gervasio Gestori e Dionigi Tettamanzi; medici che diventeranno alti dirigenti ospedalieri o docenti universitari come Ambrogio Bertoglio, Pasquale Cannatelli e Giancarlo Cesana; studenti o neolaureati che poi faranno carriera nel mondo della comunicazione: Renato Farina, Roberto Fontolan e Fiorenzo Tagliabue. E poi ci sono molti altri giovani e giovanissimi pronti a dare una mano, ciascuno secondo le proprie inclinazioni e secondo le necessità del momento. Da lì arrivano nella forma più chiara possibile informazioni sull’incidente, vengono dati i suggerimenti essenziali in materia di igiene e giudizi chiari sul problema dell’aborto. Gli articoli sulla delicata questione sono affidati a Dionigi Tettamanzi». […]

Gli altri media tra militanza, censura e mezze verità

Oltre agli aspetti più evidenti come gli sfollati, la crisi delle botteghe artigianali e la presenza costante dei militari in città, si capisce subito che a Seveso c’è in gioco qualcos’altro: la paura che nascano bambini malformati. Il pericolo degli effetti della diossina sulle donne in gravidanza pone ovviamente un problema immane. Prima di tutto un problema di coscienza, con evidenti conseguenze sul piano giuridico-politico, dato che nel 1976 non vi è una legislazione che consenta l’interruzione della gravidanza (la legge 194 sarebbe stata approvata nel maggio 1978). L’unico precedente è una sentenza della Corte costituzionale (n. 27, 19 febbraio 1975), secondo cui il rischio per il feto era irrilevante ai fini della possibilità di abortire; contava invece la salute della donna, anche psichica.

Proprio in questo concetto di “salute psichica”, com’è facile intuire, poteva rientrare tutto e il contrario di tutto. Su questo è noto che la vicenda dell’Icmesa sia stata in gran parte strumentalizzata. Tutti i testimoni concordano sulla presenza di pullman provenienti da fuori, carichi di femministe e di giovani del Movimento studentesco pronti a sfruttare la questione diossina per altri scopi. Con il ruolo ancora una volta decisivo dei mezzi di comunicazione.

Ci racconta Isa Fumagalli, oggi preside di un liceo cittadino: «Invece di agitare spauracchi ideologici cominciammo a informarci. Ho in mente benissimo le riprese di un telegiornale in cui la giornalista faceva segno di non filmare più quando parlava qualcuno di noi. E lì ci rendemmo conto che la verità che ti vendeva la televisione aveva delle pecche notevoli; lo puoi sospettare, ma quando lo vedi di persona ti accorgi dell’enorme strumentalizzazione in atto».

Manifestazione pro aborto, Seveso, autunno 1976 (archivio Rcs, foto da “Seveso 1976. Oltre la diossina”, Itaca)
Manifestazione pro aborto, Seveso, autunno 1976 (archivio Rcs, foto da Seveso 1976. Oltre la diossina, Itaca)

Al consultorio pubblico donne «addirittura da Bergamo»

Già nei primi giorni, secondo Bertoglio, «era evidente che Seveso stava diventando un campo di battaglia. Ce ne siamo accorti non solo perché il tema c’era sui giornali, ma perché siamo stati “invasi” da gente di Milano, e da alcune persone della clinica Mangiagalli che si sono insediate qui, senza nessun ruolo preciso. D’altra parte dobbiamo pensare al clima un po’ “assemblearistico” di quegli anni, dove non era neanche necessario avere un ruolo particolare. Poi sono arrivate le associazioni delle donne milanesi, il Movimento studentesco e altri gruppi. Già c’era una situazione problematica di suo, in più vedevamo continuamente arrivare gente da fuori. Bisognava fare qualcosa». […]

Intanto, nei primi giorni di agosto, viene aperto a Seveso un consultorio sotto la responsabilità del dottor Francesco Dambrosio, altro ginecologo della Mangiagalli, noto per essere favorevole al diritto delle donne a un aborto legale, gratuito e assistito. A circa un mese dall’incidente le gestanti visitate sono 344, di cui ben 138 provenienti da città al di fuori dell’area contaminata. Nel bollettino dell’Ufficio decanale che riporta questi dati, leggiamo che sono arrivate donne «addirittura da Bergamo», e che le modalità con cui viene gestito il consultorio sembrano discutibili:

«Scrivere in rosso col pennarello in fondo a un foglio bianco “RISCHIO” a caratteri cubitali, non era certo un modo corretto per fare decidere davvero “liberamente” le donne. La gente di Seveso non vuole un consultorio monopolizzato da un gruppo di persone che portano avanti le loro idee sulla pelle degli altri. Se il consultorio è “pubblico” deve tenere conto della mentalità e della matrice culturale della maggior parte delle persone a cui il consultorio è rivolto».

(2. continua)

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