Il Deserto dei Tartari
Leggere in parallelo la “Magnifica Humanitas” e Nietzsche
Dimmi che paragrafi di Magnifica Humanitas di Leone XIV citi, e ti dirò chi sei. Soprattutto se non hai ancora letto tutto il testo, e ci sta, perché si tratta di 245 paragrafi che contengono 39 mila parole, organizzati in cinque capitoli e 30 sottosezioni. Probabilmente è la più lunga lettera enciclica mai scritta da un papa dopo la Fratelli tutti di Francesco. Allora succede che ognuno cerca nella parola del pontefice la conferma alle proprie ossessioni oppure un argomento da scagliare contro l’avversario di turno (o contro quelli sempiterni). Io mi sono tuffato subito sul capitolo 3, “Tecnica e dominio”, e in particolare sulle sottosezioni dedicate al transumanesimo e al limite umano (cioè alla sua valorizzazione). Ho postato interi paragrafi sulla mia pagina Facebook.
Altri avevano priorità diverse. Ci sono stati pro-pal che hanno rilanciato il paragrafo 216 («Ci sono situazioni nelle quali, per rimanere umani, dobbiamo abbandonare le esitazioni e prendere posizione. Ci sono conflitti in cui non è giusto rimanere neutrali e non basta ritenere di “non essere complici”. Quando siamo davanti a bombardamenti su civili, ad attacchi contro ospedali, scuole o infrastrutture vitali, a violenze che colpiscono bambini, ci troviamo davanti a scandali che feriscono l’umanità stessa») con l’esplicito scopo di rimbeccare lo scrittore Erri De Luca – citato per nome nei post – che in un’intervista aveva dichiarato che a Gaza non è stato eseguito alcun genocidio.
La preferenza è una cosa seria.
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Tolkien e Thiel
Cattolici adulti hanno provato orgoglio nel rilanciare sui social come prima cosa il paragrafo dove il papa dice che la Chiesa non si sente padrona della verità e respinge qualunque ipotesi teocratica («La comprensione della verità come dono da condividere e non come possesso da rivendicare libera la Chiesa dalla tentazione di rimpiangere forme di presenza fondate sul potere. (…) ho ribadito che la Chiesa “non vuole alzare la bandiera del possesso della verità”, perché la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere», par. 25). Quand’ero adolescente e giovane ciellino ricordo che uno dei tormentoni con cui mi affliggevano sia compagni laicisti che cattolici mainstream era “non crederai mica di avere la verità in tasca!”; io non riuscivo a spiegare che dalla verità ero completamente circondato…
Altri ancora si sono metaforicamente complimentati col senso dell’umorismo di papa Prevost, che a loro parere avrebbe citato nell’enciclica l’autore e una frase del Signore degli anelli («Uno scrittore cattolico del Novecento, John Ronald Reuel Tolkien, per bocca di uno dei protagonisti di un suo romanzo, ha descritto così la nostra responsabilità: “Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare”», par. 213) per canzonare Peter Thiel, che a temi di quel romanzo si è ispirato per dare un nome a parecchie delle sue aziende (si pensi a Palantir, attualmente la più importante, che evoca le “pietre veggenti” di Tolkien).
Transumanisti di destra e di sinistra
La canzonatura starebbe nell’invito a non presumersi risolutore di tutti i problemi del mondo rivolto a un personaggio come il fondatore di Paypal, noto per i suoi progetti grandiosi e per la sua fede transumanista, invito formulato citando un passaggio dell’autore preferito dello stesso Thiel. La citazione sarebbe anche un modo per alludere all’oligarca tecno-libertario senza menzionarlo espressamente. Chi si compiace di questa interpretazione spesso ha in testa la triade concettuale transumanesimo=Thiel=Trump, fondata sul fatto che il magnate ha sostenuto fortemente la campagna presidenziale dell’attuale inquilino della Casa Bianca nel 2024. Come se il transumanesimo fosse una cosa di “destra”, o un nuovo fascismo. Come se non esistessero fin dall’inizio transumanisti di “sinistra”, preoccupati non dell’intrinseca fallacia dell’ideologia, ma solo del fatto che il potenziamento promesso dalle nuove tecnologie e biotecnologie potrebbe alimentare diseguaglianze sociali fra chi se lo può permettere e chi no. Alcuni non sono ideologicamente collocabili, per esempio tecno-ottimisti come Ray Kurzweil o accademici come Anders Sandberg. Ma bioeticisti come James Hughes e George Dvorsky, filosofi come Allen Buchanan, la fondatrice del movimento Terasem Martine Rothblad, informatici come Ramez Naam, attivisti che si candidano coi democratici come Zoltan Istvan, le firmatarie del Manifesto Xenofemminista, ecc., sono collocati lungo tutto lo spettro di quella che viene considerata la sinistra politica.
Non è liberandoci di Elon Musk e di Peter Thiel grazie a un ritorno di fiamma della Silicon Valley progressista che metteremo un freno ai progetti di snaturamento dell’essere umano: anzi, liberi dalla fama sulfurea che accompagna i tecno-libertari (considerati la punta di lancia di un nuovo fascismo), i transumanisti che si presentano come progressisti potranno operare incontrando poca o nessuna resistenza.

Il contraltare di Nietzsche
Comunque sia, Tolkien non è l’unica citazione a sorpresa (e Thiel non è l’unica omissione voluta) che l’enciclica riserva. Leone XIV menziona con approvazione due intellettuali di origini ebraiche come Viktor Frankl e Hannah Arendt, così come cita una sola volta Romano Guardini e Tommaso d’Aquino (ma richiamando tre sue opere diverse), menziona Platone ma non Aristotele, Giorgio La Pira ma non Jacques Maritain, lo sconosciuto teologo francese seicentesco Pierre de Bérulle ma nemmeno una volta Henri De Lubac o altri esponenti della nouvelle theologie, e nessun teologo di lingua tedesca: Ratzinger viene citato solo attraverso i documenti firmati Benedetto XVI.
Per conto mio l’omissione più sorprendente è un’altra: suona strano che in un’enciclica che si prefigge di “custodire l’umano nella trasformazione” (capitolo 4), che contrappone “la cultura della potenza e la civiltà dell’amore” (capitolo 5), che nel capitolo 3 dopo la sottosezione dedicata a illustrare transumanesimo e postumanesimo ne propone una che mette a tema “Il limite, il cuore, la grandezza dell’essere umano”, suona strano, dicevo, che non si faccia mai il nome di Friedrich Nietzsche, che è il contraltare di tutto ciò che in Magnifica Humanitas sta scritto.
Il primo a teorizzare il Superuomo è stato lui; il capostipite del pensiero che, grazie agli sviluppi tecnologici, è poi approdato al transumanesimo come progetto della creazione di un uomo bionico, ibrido di funzionalità biologiche aumentate e di protesi e apparecchiature meccaniche ed elettroniche, è l’autore di Così parlò Zarathustra e della Genealogia della morale, i due testi che invocano il superamento dell’uomo e delegittimano il limite umano come elemento fondamentale e ineludibile dell’etica. Che si dicano di destra o di sinistra, che si proclamino progressisti o conservatori, tutti i paladini del transumanesimo sono esecutori inflessibili del pensiero di Nietzsche. Di più: dal soldato tedesco che andava al fronte con una copia di Così parlò Zarathustra nello zaino ai maestri del pensiero postmoderno come Michel Foucault e Jacques Derrida, intellettuali di sinistra a tutto tondo, sono tutti figli di Nietzsche.
Guerra e pace
Dunque io mi sono lanciato nel seguente esperimento: sto leggendo in parallelo Magnifica Humanitas e Così parlò Zarathustra. Annoto i loro contrasti. Scrive Nietzsche: «Dovete permettere che vi comandi il vostro più alto pensiero, e così è: l’uomo è qualcosa che deve essere sorpassato». Leggiamo in Magnifica Humanitas: «Il rischio non è solo che alcune tecnologie siano usate male, ma che il paradigma tecnocratico in cui siamo immersi, potenziato dalla rivoluzione digitale e dall’IA, faccia sembrare giusta e normale una visione antiumana, secondo cui la pienezza della vita consisterebbe nell’avere di più, nel ridurre la fragilità, eliminare l’imprevisto, controllare ogni cosa. Quando l’efficienza diventa misura del valore, l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione e alla comunione» (par. 112).
Della guerra l’enciclica dice: «È in questo clima che l’umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza, dove la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti. Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto. L’umanità ha strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia, il perdono» (par. 192). Tutto il contrario di Zarathustra: «Dovete amare la pace, come mezzo per nuove guerre. E la pace breve più che quella lunga. Non vi consiglio un lavoro, ma la lotta. Non vi consiglio la pace ma la vittoria. (…) Voi dite che la buona causa santifica perfino la guerra? Io vi dico: è la buona guerra che santifica ogni causa. La guerra e il coraggio hanno realizzato cose più grandi che non l’amore del prossimo».
E questo è solo l’antipasto. Più avanti vi faremo sapere.
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