Google+

Ucraina-Crimea. Le sanzioni a Putin si risolveranno in un gigantesco salasso (sì, ma per l’Europa)

marzo 22, 2014 Rodolfo Casadei

Grecia, Libia, Egitto e ora Kiev. Ogni volta che si muove compatta Bruxelles sbaglia. E paga. Una guerra commerciale con Mosca può costarci fino a 1,5 punti di Pil


Se anziché offrire la miseria di 560 milioni di euro come misura di accompagnamento al trattato di associazione dell’Ucraina nel novembre scorso l’Unione Europea fosse stata un po’ più generosa e lungimirante, adesso non ci troveremmo a dover prestare a Kiev 11 miliardi tanto per cominciare, con la prospettiva di aggiungerne molti di più per evitare la bancarotta del paese.
Se con la spilorceria di allora non avessimo spinto Yanukovich a girarsi verso Mosca, che gli offriva 15 miliardi di dollari e tariffe scontatissime per il consumo del gas, non avremmo avuto tutti i guai che poi sono arrivati.
Se avessimo elaborato d’accordo con Mosca un’architettura istituzionale e degli scambi commerciali in grado di tenere assieme l’associazione dell’Ucraina all’Unione Europea e una sua qualche adesione all’Unione Euroasiatica alla quale Putin tiene tanto, adesso non staremmo qui a fare a braccio di ferro col leader russo.
Se nel febbraio scorso dopo aver concluso con Yanukovich e con le opposizioni di Maidan un accordo che prevedeva elezioni presidenziali anticipate, governo di coalizione, ripristino della costituzione del 2004 e riequilibrio dei poteri fra presidente e parlamento i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Polonia lo avessero fatto rispettare, col supporto di lady Ashton e di tutta l’Unione, anziché permettere che i gruppi paramilitari di Maidan costringessero il presidente in carica alla fuga e che i parlamentari cambiassero gabbana, adesso non ci troveremmo a fare i conti di quanto potrebbe costare all’Europa imporre sanzioni alla Russia che ha sparso truppe in Crimea.

Quando si tratta di intraprendere azioni collettive, l’Europa sbaglia tanto, l’Europa sbaglia spesso, e i conti da pagare si allungano. È successo col tardivo salvataggio della Grecia, è successo con le Primavere arabe, potrebbe succedere con la Russia se questa storia delle sanzioni dovesse diventare una faccenda che sfugge di mano. I due nodi irrisolti dell’esperienza storica dell’Unione Europea continuano a venire al pettine: gli interessi di politica estera dei paesi dell’Europa unita non sono allineati, e in assenza di un vero controllo democratico dei processi decisionali da parte dei popoli a prevalere sono gli interessi lobbistici o quelli delle nazioni più forti.

Quanto ci costerà un’escalation di sanzioni con la Russia, che si sarebbe potuta evitare se Bruxelles avesse avuto cura di tradurre in realtà anche uno solo dei quattro “se” elencati in apertura? La Germania di Angela Merkel è il paese dell’Unione che ha più da rimetterci: la Russia fornisce a Berlino il 40 per cento del gas di cui ha bisogno, e al quale non può rinunciare, se vuole portare avanti il piano di uscita dal nucleare. Il 5 per cento di tutte le esportazioni manifatturiere della Germania ha per destinazione la Russia. L’interscambio russo-tedesco è pari a 76,4 miliardi di euro (40,4 miliardi di importazioni russe e 36 di esportazioni tedesche) e coinvolge 6.200 imprese germaniche. Le sanzioni metterebbero in discussione 300 mila posti di lavoro.

Mosca vale più di Washington
L’altro grande paese europeo che ha molto da perdere da una messa in quarantena dei rapporti coi russi è il Regno Unito. Una massa di liquidità di vaste proporzioni dopo la caduta del muro di Berlino e dopo la privatizzazione di molti monopoli statali in Russia che ha beneficiato i cosiddetti oligarchi, si è riversata sulla city londinese. Gli oligarchi amano molto Londra, e si sono segnalati per i loro acquisti di grandi proprietà immobiliari e squadre di calcio. Non esiste una stima attendibile che quantifichi l’apporto finanziario russo ai bilanci delle banche londinesi e alla parcelle di avvocati, commercialisti, contabili e consulenti. Ma un punto di riferimento può essere il fatto che alla Borsa di Londra sono quotate 70 imprese russe le cui azioni attualmente hanno un valore di 82,6 miliardi di dollari. Un altro dato significativo è quello che riguarda le dispute presso i tribunali specializzati in diritto commerciale. La Law Society Gazette informa che nel solo 2012 il 60 per cento di tutte le cause discusse dalla Commercial Court britannica hanno riguardato controparti russe. Non è perciò strano che, mentre il primo ministro Cameron minaccia Mosca con toni simili a quelli della Merkel, nel suo ufficio circolino documenti ufficiali dove si afferma che Londra non appoggerà un boicottaggio commerciale né chiuderà le porte della city ai capitali russi o congelerà quelli già presenti.

Quanto all’Italia, nel 2013 abbiamo toccato il massimo storico dell’interscambio con Mosca e ci siamo confermati secondo partner dei russi in Europa dopo la Germania. I dati definitivi non sono ancora disponibili, ma si aggirano attorno agli 11 miliardi di euro di esportazioni e 17,5 di importazioni (energia principalmente). Se consideriamo tutta l’Unione Europea, scopriamo che l’interscambio supera i 360 miliardi di dollari: la Russia esporta verso l’Unione per 292 miliardi di dollari, e importa per 169. Al confronto, l’import-export russo-americano è quasi 10 volte meno importante: 27 miliardi di dollari di acquisti russi a Washington, contro un export di 11 miliardi. Insomma, l’eventuale guerra commerciale dell’Occidente contro Putin che si pappa la Crimea la pagherebbe quasi tutta l’Europa.

Naturalmente la pagherebbe cara anche la Russia. L’Europa comprerebbe il gas altrove, senz’altro a un prezzo più alto di quello attuale una volta tolto quello russo dal mercato, mentre la Russia non saprebbe a chi vendere la sua produzione. Secondo una proiezione del Dipartimento di economia dell’Università di Oxford, una guerra commerciale fra Bruxelles e Mosca causerebbe un aumento del prezzo del petrolio del 10 per cento e del gas del 15 per cento in Europa, con una flessione del Pil dell’Unione Europea dell’1,5 per cento da qui al 2015.
Per la Russia sarebbe molto peggio: con l’80 per cento del suo gas invenduto, Mosca si ritroverebbe un meno 10 per cento di Pil da qui al 2015. Un congelamento degli asset mobiliari e immobiliari di proprietà russa in Europa sarebbe un duro colpo soprattutto per quella nomenklatura e quegli oligarchi che hanno costituito grossi patrimoni a Londra, Parigi, Cipro, Costa Azzurra, eccetera. Inoltre l’export dell’Unione verso la Russia rappresenta solo il 7 per cento di tutte le esportazioni del blocco nel mondo, mentre l’export della Russia verso i paesi Ue rappresenta quasi il 50 per cento del suo totale.

Ma sottolineato questo, è anche vero che Mosca è in grado di compiere rappresaglie: le banche europee hanno investito 180 miliardi di euro in Russia, e se gli asset finanziari russi in Europa saranno congelati, a quelli europei nella terra di Putin toccherà la stessa sorte. Le sanzioni peggiorerebbero drammaticamente la qualità della vita in Russia, ma la scomparsa del mercato russo per i manufatti europei ucciderebbe nella culla la timida ripresa che, dopo cinque anni di crisi, ha cominciato ad affacciarsi sull’Europa. Economicamente la Russia, con 140 milioni di abitanti e un territorio vasto 57 volte quello dell’Italia, è ancora un nano: il suo Pil è praticamente identico al nostro, cioè di poco superiore ai 2 mila miliardi di euro. Però mentre il debito pubblico dei paesi dell’area dell’euro è mediamente pari al 92,7 per cento del Pil, quello russo è appena dell’11 per cento. Il governo russo può usare la leva della spesa pubblica come nell’Unione Europea non è più possibile fare. A ciò si aggiunga la storica disponibilità al sacrificio patriottico delle masse russe quando sono in gioco gli interessi vitali della nazione, ed ecco che le conseguenze delle sanzioni diventano più difficili da prevedere.

Il colpo da maestro di Obama
Non è la prima volta che l’Unione si trova nei guai per errori di valutazione di varia origine. Nel 2010 il salvataggio della Grecia costò all’Europa più del doppio di quello che sarebbe stato necessario perché la Merkel, timorosa di perdere voti nelle elezioni regionali, non accettò subito la richiesta greca di un pacchetto di aiuti pari a 60 miliardi di euro formulata all’inizio di aprile; la speculazione internazionale si scatenò, e il 2 maggio Bruxelles dovette annunciare un intervento pari a 145 miliardi di dollari. Il tatticismo della Merkel non servì a nulla nemmeno in termini di politica interna: il suo partito perse rovinosamente le elezioni in Renania settentrionale-Vestfalia.

Con le Primavere arabe è andata allo stesso modo. Quando, fra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, sono scoppiate le proteste che avrebbero portato alla caduta dei regimi dominanti in Tunisia ed Egitto e alla guerra civile in Libia e Siria, da 15 anni l’Unione Europea cooperava coi paesi della sponda sud del Mediterraneo attraverso il Processo di Barcellona e dal 2008 con l’ambiziosa formula dell’Unione Mediterranea. Aveva a bilancio per il 2011, nel capitolo della Politica europea di vicinato destinato al partenariato euro-mediterraneo, 843 milioni di euro. Nel periodo 2007-2010 la Tunisia si era vista assegnare aiuti per 300 milioni di euro, l’Egitto nello stesso periodo per 558 milioni. L’obiettivo degli aiuti era lo sviluppo economico e la progressiva democratizzazione dei paesi arabi.

La Commissione europea così presentava l’iniziativa: «Attraverso la sua Politica europea di vicinato, la Ue lavora coi suoi vicini meridionali e orientali per raggiungere la più stretta associazione politica possibile e il maggior grado possibile di integrazione economica. Questo fine si basa sugli interessi comuni e su valori: democrazia, Stato di diritto, rispetto per i diritti umani e coesione sociale. I paesi partner concordano con l’Unione Europea un piano d’azione che dimostra il loro impegno per la democrazia, i diritti umani, lo Stato di diritto, il buongoverno, i princìpi dell’economia di mercato e lo sviluppo sostenibile».

I fatti della Primavera araba hanno mostrato quanto poco efficace fosse stata quella politica e la sua pretesa condizionalità. Commentava l’Heritage Foundation americana all’indomani dei moti nei paesi arabi: «L’Unione Europea ha promosso una girandola di iniziative politiche fallite per l’avanzamento dei diritti umani e delle riforme democratiche in Libia e in altre parti del Nordafrica e del Medio Oriente. L’Unione Mediterranea, di cui la Libia era osservatrice, è stata introdotta per promuovere l’integrazione economica e la riforma democratica nell’Europa meridionale, nel Nordafrica e nel Medio Oriente. Ha fallito completamente nel realizzare progressi in queste aree».

Gli americani che hanno criticato l’Europa per i suoi insuccessi nei rapporti col mondo arabo e che oggi spingono per sanzioni contro la Russia «che mordano» sanno di poter prendere due piccioni con una fava: indebolire Mosca e sostituirla come fornitrice di energia all’Europa, esportando da noi lo shale gas che hanno sviluppato negli ultimi anni. Un colpo da maestro per Obama, dopo le scoppole prese da Putin nel 2013.

Ricevi le nostre notizie via email:

Leggi gli articoli sull'app:

Iscriviti gratuitamente alla nostra newsletter per ricevere tutte le nostre notizie!

12 Commenti

  1. rove scrive:

    Che articolo! As usually, grande Casadei! e poveri noi:P W l’Indipendenza! vera, non imposta…

  2. Saverio scrive:

    Per farsi un’idea che integri questo ottimo articolo anche sotto ulteriori profili, peraltro noti ben prima che il golpe ucraino venisse perfezionato, rimando all’ottimo Biloslavo, il primo (o uno dei primissimi) inviato sul campo ucraino nella fase in cui era ancora arduo immaginare una trasformazione tanto drammatica di quello che appariva (ed in grandissima parte era) come una forma di dissenso pacifica e circoscritta: dire Ucraina significa infatti parlare di circa 47 milioni di abitanti, non solo di piazza Maidan e dei settori decisivi, e sanguinari, di quella piazza.
    Il fuoco sotto le ceneri, le manovre, la presa delle redini del dissenso da parte dei violenti: buona parte di tutto ciò che abbiamo conosciuto, era già “in votis”.
    E c’era il solito Soros, il vecchio burattinaio delle rivoluzioni colorate: un ebreo che già ai tempi del nazismo, pur giovanissimo (è del ’30), come ricordò anni fa “il Foglio”, collaborava coi nazisti.
    Ecco l’incipit di questo ultimo capitolo della storia ucraina, raccontato da Biloslavo:
    http://www.ilgiornale.it/news/esteri/e-tutto-manovrato-994003.html

  3. massimomarchini scrive:

    “Noin siamo subalterni a nessuno”
    BENISSIMO!!
    È IL MOMENTO GIUSTO PER DIMOSTRARLO

    In Italia sta succedendo di peggio che in Ukraina, dal punto di vista del Diritto Costituzionale.
    Il colpo di stato non è organizzato da neonazisti armati, che hanno una loro, sia pure aberranhte, logica!
    In Italia il putsch è organizzato dalle più alte istituzioni dello Stato, dai “garanti della Costituzione”.
    ((Lo so che questo tema è caro a M5S: anche un orologio rotto due volte al giorno segna l’ora esatta! Anche loro dovranno pur dire qualcosa di vero, in premessa, per poi veicolare le loro sbrodolature cercando di renderle credibili!))

    Tornando al tema: l’Italia è stata messa in ginocchio da un consulente a libro paga della Federal Reserve e (quando divenne Premier) di Goldman Sachs. L’Italia fu “punita” perché aveva concluso un accordo per la costruzione (da parte di Saipem) di un gasodotto sottomarino con proseguimento dalla Puglia alle Alpi, attraverso il quale sarebbero passati non meno di 30 miliardi di mc. di gas libico, estratti da compagnie Russe.
    L’Italia avrebbe avuto uno status senza precedenti e sarebbe uscita definitivamente dalla crisi, nella quale continuano a dibattersi, con i conti truccati per nasconderlo, Francia e Germania.
    La Francia, in cambio del lavoro sporco fatto attaccando la Libia, ha ottenuto in cambio i campi d’estrazione creati da Tatneft e dati in gestione a Total.
    La Germania ha ottenuto prima l’estromissione di Berlusconi (che per la verità ce l’ha messa tutta per darle una mano) poi quella di Sarkozy, (lo sgabello su cui saliva per sembrare più grande.)
    Le Banche tedesche continuano ad operare senza aver accettato l’audit della BCE, i dati del Bilancio sono un atto di fede, ma va bene così (almeno per gli USA).

    È disposta l’Italia al suicidio per una lealtà unilaterale che non ha riscontri nei comnportamenti degli altri Stati Membri?
    L’Italia ha i migliori parametri di tutto il G8.
    Le terze riserve auree dopo USA e RFT
    La maggiore proprietà privata dei cittadini
    Il miglior rapporto % del debito al consumo dei cittadini
    Lo stato ha proprietà per l’80% del debito, se non saranno svendute con lo stesso stile di Prodi all’IRI

    I prodotti Italiani di consumo ed industriali sono i più presenti in tutti i mercati mondiali, anche se gli Attaché Commerciali delle nostre Ambasciate, a differemza dei loro colleghi, p.es., Francesi, non muovono un dito per proteggere il “marchio Italia” (e sì che ne prendono di stipendi per questo!!).

    Staremo qui a prendere ordini e pagare i conti altrui?
    Usque tandem?

  4. massimomarchini scrive:

    La Crimea per TUTTA la sua storia è sempre stata territorio RUSSO.
    Dopo la seconda guerra mondiale, la Russia “societica” di Stalin RSFSR aveva un debito nei confronti della Repubblica Sovietica Ukraina per la partecipazione al fronte antinazista e, non avendo soldi, dette in pegno la Crimez (ed i suoi attivi).
    Nel 1954 l’ucraino Kruschev decise l’annessione all’Ukraina con un “motu proprio”, in maniera che gli attivi della Crimea divenissero parte del Bilancio Ukraino.
    Importante sapere anche che la moglie del Generale Egorov trattava un accordo “molto confidenziale” con jil neonato Stato Israeliano, per la trasformazione della penisola in un “enclave ebreo” appartato rispetto alle eccessive attenzioni sovietiche.
    Nel 1992, finita la URSS, la Crimea divenne una Repubblica Autonoma, non una Regione Ukraina, in attesa di capire cosa sarebbe successo in Russia, sul cui futuro nessuno scommetteva un kopeko.
    Gòi ultimi eventi a Kiev hanno colmato la misura. Ed ecco il referendum.
    Hanno votato l’85 per cento degli aventi diritto, dei quali il 95% a favore, con lo slogan “TORNIAMO A CASA”.

    Comprensibile lo stupore degli USA che sono abituati a “liberare” i popoli altrui senza prima chiedere agl’interessati se è quello che vogliono, come in Iraq, in Afghanistan o in Libia, lasciandosi dietro, poi, solo guerra civile, stragi, caos, il fiorire del narcotraffico ed il controllo del petrolio, sia pure per tramite di “mani altrui”, come Total in Libia.

    Pagheranno gli USA i danni ad Italia e Germania per il possibile blocco delle esportazioni verso la Russia, on la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro (200.000 solo in Germania)

    E perché le Falkland, il Kosovo, la Scozia vanno bene e la Crimea (nelle condizioni di cui sopra) NO?

    • Augusto scrive:

      Massimomarchini ha ragione, la troika,la nato e alleati vari quando si muovono creano solo tragedie e danni incalcolabili,per puro tornaconto economico e finanziario, altro che interventi umanitari per i diritti civili.Sono dei sanguinari senza scrupoli, basti pensare alle milizie di al qaeda che supportano in Siria!

  5. giuliano scrive:

    è l’abbronzato Obama ad averci portato in questa situazione, ma lui è un “democratico” ovvero di sinistra e quindi un “illuminato” per definizione. Credo che l’agire di Obama sia in parte motivato dalla rabbia contro la Russia che osa non osannare gli omosessuali. E smettete di parlare dei dirigenti Russi con l’appellativo dispregiativo di “oligarchi”. Putin non ha fatto nessun golpe ma è stato eletto regolarmente, gli oligarchi veri sono in casa nostra, in UE e negli USA

  6. Cisco scrive:

    Sono sconcertato da tutte queste manifestazioni di gioia verso l’Anschluss della Crimea da parte dell’ex capo del KGB. Il quale, da quanto mi risulta, è stato un comunista un po’ più cattivello di Sandro Bondi. E anche se ha promulgato un’ottima legge contro la propaganda LGBTOI resta un satrapo autoritario che sta eliminando al suo interno qualunque forma di dissenso. Del suo gas bisogna fare a meno, al massimo potremmo comprare qualche matrioska come souvenir.

    • Saverio scrive:

      Io invece credo che Putin rappresenti l’incipit di quella conversione della Russia di cui si parla a Fatima; il baluardo inatteso – chi mai avrebbe sperato in qualcosa di positivo dell’ex URSS? – contro cui si sta infrangendo l’onda immane, e sino a poco fa inarrestabile, del mondialismo.

      • Leo scrive:

        Credo che questa frase di Putin al Forum di Valdai il 19 settembre 2013 non possa non essere condivisa :

        “Un altro obiettivo per l’identità della Russia è legato agli eventi che hanno luogo nel mondo. Questo riguarda la politica estera e i valori morali. Possiamo notare come molti Paesi euro-atlantici stanno negando le loro radici tra cui i valori cristiani che sono alla base della civiltà occidentale. Stanno negando i principi morali e la propria identità: nazionale, culturale, religiosa e perfino sessuale. Mettono in vigore politiche che pongono allo stesso livello delle numerose famiglie tradizionali, le famiglie omosessuali: la fede in Dio equivale ormai alla fede in Satana.

      • Cisco scrive:

        Saverio, ma quale conversione della Russia, se al solo sentir parlare di cattolici il Patriarca di Mosca si mette a fare gli scongiuri e grida al proselitismo! Che poi lo Spirito Santo possa soffiare dove vuole senza prima venircelo a raccontare concordo, ma a meno che non sia venuto direttamente da te per qualche rivelazione sarei più prudente nell’interpretare in questo modo il segreto di Fatima.

        • Saverio scrive:

          Concordo Leo.
          E’ molto più vicino a Cristo il mondo russo, pur con le sue difficoltà, di quello occidentale.
          30 mila nuove chiese, 600 monasteri…
          C’è un risveglio imponente che sembra preludere a grandi cose.

          • augusto scrive:

            Sono d’accordo ,Saverio, e tra l’altro la Russia si oppone davvero al fondamentalismo islamico, mentre invece occidentali e arabi vari lo finanziano e supportano, vedi i casi Siria, Libia, Egitto, o quello che sta accadendo nella nostra Europa !

La rassegna stampa di Tempi

Tempi Motori – a cura di Red Live

La Volkswagen Tiguan 2.0 BiTDI DSG 4M R-Line è una suv compatta per chi va sempre di corsa ma non per questo manca di praticità. Si parte da 46.000 euro.

L'articolo Prova Volkswagen Tiguan 2.0 BiTDI DSG 4M R-Line proviene da RED Live.

Mentre tutti sono sotto l’ombrellone, la Casa varesina presenta le ultime due moto che mancavano all’appello dell’Euro4: le F3 (675 e 800) e la Dragster 800 RR. E con l’occasione…

L'articolo MV Agusta F3 e Dragster 800 RR Euro4 proviene da RED Live.

La fame del colosso indiano Bajaj sembra non avere fine: dopo aver conquistato il 49% del Gruppo KTM, ora punta a un noto Marchio inglese. Nasce così la partnership (commerciale) Triumph e Bajaj

L'articolo Triumph e Bajaj, insieme per le piccole proviene da RED Live.

Black Jack, come il gioco d’azzardo che coinvolge banco e giocatori. In questo caso, però, il ruolo del casinò viene interpretato dalla Opel e l’oggetto del desiderio non è il classico “21”, bensì la city car Adam in edizione speciale. L’inedito allestimento Black Jack, che esalta l’inclinazione alla personalizzazione tipica dell’utilitaria tedesca, porta in dote […]

L'articolo Opel Adam Black Jack: scommessa vinta proviene da RED Live.

Dopo il successo ottenuto con la 300, Beta allarga ulteriormente la gamma delle enduro “facili”: ora è il momento della Beta XTrainer 250, moto facile per alcune soluzioni ma comunque capace di grandi cose

L'articolo Beta Xtrainer 250 proviene da RED Live.

MailUp - Osservatorio statistico 2017 - banner download
logo EA-Group
logo EA-Group
logo La nuova Bussola quotidiana