Google+

Le trivelle non c’entrano un tubo. Vademecum per un’astensione consapevole

aprile 11, 2016 Emanuele Boffi

Il referendum riguarda piattaforme e concessioni, ma la propaganda ultraecologista inquina le acque e crea confusione

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Il referendum del 17 aprile sulle trivelle non è sulle trivelle. È la prima cosa da chiarire: il quesito non riguarda le perforazioni ma la durata delle concessioni. Le trivellazioni entro le 12 miglia sono già state bloccate per legge così come sono state negate nuove autorizzazioni. Non stiamo parlando di nuove perforazioni, ma di piattaforme offshore, in mare, che servono a estrarre olio o gas. Le trivelle trivellano, le piattaforme estraggono. Le immagini che girano in rete su pennuti ricoperti di petrolio, bagnanti circondati da acque nere, scenari apocalittici da disaster movie sono fumo negli occhi.

La domanda vera cui si deve rispondere è, semplificando, questa: volete voi che, quando scadranno le concessioni in essere, l’attività delle piattaforme attive entro le 12 miglia si fermi oppure volete che continui fino all’esaurimento del giacimento? Chi vota “sì” non ferma nessuna trivella, per il semplice motivo che non esiste alcuna trivella da fermare. Chi vota sì vuole che, al termine della concessione, siano chiusi gli impianti di produzione anche se i giacimenti sono ancora produttivi. Se vince il no o l’astensione, le compagnie potranno chiedere di proseguire nell’estrazione se vi è ancora gas o petrolio nel giacimento.

Come si è arrivati al referendum
Un passo indietro. Il referendum è stato ottenuto, per la prima volta in Italia, non attraverso la raccolta di 500 mila firme, ma per la richiesta di dieci Regioni: Abruzzo (poi ritiratasi), Basilicata, Calabria, Campania, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, amministrate dalla sinistra, Liguria e Veneto, dal centrodestra. Dall’elenco manca l’Emilia-Romagna cioè la regione dove sono situate la maggior parte delle piattaforme. Fra i richiedenti vi è, invece, la Puglia il cui governatore, Michele Emiliano, è il più accanito sostenitore del voto no-triv, sebbene nel suo mare non vi sia nemmeno una piattaforma entro le 12 miglia.

Le Regioni avevano proposto sei quesiti, chiedendo l’abrogazione di alcuni articoli del decreto Sviluppo e del decreto Sblocca Italia. Cinque sono decaduti perché, a dicembre, attraverso la modifica della legge di Stabilità, il governo li ha sterilizzati restituendo alle Regioni quei poteri in materia di sfruttamento di gas e petrolio che aveva loro sottratto. L’unico quesito rimasto in campo riguarda quelle piattaforme che sono presenti nei nostri mari e si trovano a meno di 22 chilometri dalla costa. Stiamo parlando, secondo l’elenco consultabile sul sito del ministero dello Sviluppo, di 92 impianti (di cui sono 48 le piattaforme eroganti interessate al referendum), le cui concessioni scadrebbero in un tempo variabile tra i due e i trentaquattro anni. È da notare un altro fatto importante: si tratta di piattaforme che, nell’80 per cento dei casi, estraggono metano, non petrolio. La maggioranza di esse si trova al largo di Ravenna.

Le ragioni del sì sono sostenute dalla minoranza Pd, Lega Nord, M5S, Sel. Il sì ha messo d’accordo per una volta Matteo Salvini con Maurizio Landini e Stefano Rodotà. Poi ci sono associazioni come Greenpeace, Wwf, Legambiente, Slow Food. Hanno firmato un appello per il sì Dario Fo, Erri De Luca, Andrea Camilleri, Moni Ovadia, Sabina Guzzanti, Jovanotti e Rocco Siffredi. Ottanta diocesi si sono espresse apertamente contro le trivelle e monsignor Nunzio Galantino, segretario Cei, ha detto che la Chiesa non dà indicazioni di voto, ma ha chiesto alla politica di «creare luoghi seri di confronto evitando semplificazioni e scomuniche contrapposte». Emiliano ha rilasciato un’intervista in cui ha affermato di essersi impegnato nella battaglia referendaria perché è «contro i petrolieri che sfruttano i giacimenti senza limiti e controlli» e perché illuminato dalla lettura della Laudato si’. Nel manifesto del coordinamento nazionale no-triv si legge che l’obiettivo di questo fronte è «diffondere un pensiero post-estrattivista» al fine di liberare il mare italiano dalla ricerca di idrocarburi.
Sul fronte opposto troviamo il comitato “Ottimisti e razionali”, capeggiato da Gianfranco Borghini, che a Tempi spiega che la sua prima indicazione è l’astensione oppure il “no”. «Questo referendum non è onesto. Si fa un gran parlare di petrolio e trivelle, mentre si dovrebbe più correttamente discutere di gas e concessioni». Soprattutto, fa notare Borghini, questa mostrificazione degli impianti non ha ragione d’essere: stiamo parlando di metano, «un’energia pulita», e di strutture «sottoposte a continui controlli».

Le cozze, ad esempio
Il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha detto al Corriere Tv che «facciamo ventimila analisi all’anno, una sola non è risultata dentro i parametri europei». L’unico incidente avvenuto in Italia si verificò più di cinquant’anni fa, nel 1965, sulla piattaforma Paguro al largo di Ravenna. In fase di installazione un guasto causò la morte di tre persone, ma non vi furono gravi danni ambientali. «E l’estrazione di gas è sicura – aggiunge Borghini –. Deve passare al vaglio dei severi controlli dell’Ispra, dell’Istituto Nazionale di geofisica, quello di geologia e quello di oceanografia, delle Capitanerie di porto, delle Usl, delle Asl, dell’Istituto superiore di Sanità e dei ministeri competenti. Ogni anno l’Ispra pubblica un rapporto e tutti hanno confermato che la situazione è sotto controllo. Esiste l’inquinamento medio dell’Adriatico, ma non uno specifico “inquinamento da piattaforma”».

A voler essere polemici, esistono casi che dimostrano l’opposto: le cozze, ad esempio. La regione con più piattaforme è l’Emilia-Romagna che è, per quantità, la regina in Italia per produzione di mitili. Sebbene poi abbia smentito se stessa, la stessa Slow Food ha affermato che fra i molluschi più pregiati in Italia vi siano quelli raccolti proprio sulle gambe delle trivelle (e che si possono gustare alla “Festa della Cozza di Marina di Ravenna”). Le più sottoposte a contestazioni da parte delle autorità sanitarie sono, invece, quelle di Napoli, il cui primo cittadino, Luigi de Magistris, è un fegatoso no-triv. La Campania è la regione italiana messa peggio nel controllo degli scarichi fognari in mare – quelli che, poi, sono i più pericolosi per la salute dei bagnanti –, eppure è tra le Regioni promotrici del referendum. Lo stesso discorso vale per il bel mare blu che circonda le trivelle della Calabria jonica, la cui acqua è certamente più limpida di quella del litorale romano senza piattaforme.

trivelle-italiaPosti di lavoro
Secondo Greenpeace, gli addetti che lavorano sulle piattaforme sarebbero una settantina. Dunque, dal punto di vista dell’occupazione, non ci sarebbero grandi ricadute. Perché allora molti sindacati si sono schierati contro il referendum? Non solo la Femca Cisl e Uiltec Uil, ma anche la Filctem Cgil (anche se poi, all’interno della Cgil, c’è stata una spaccatura tra favorevoli e contrari). Angelo Colombini, segretario generale Femca, spiega a Tempi perché i sindacati abbiano paventato la perdita di «migliaia di posti di lavoro». «I dipendenti che lavorano sulle piattaforme in Italia, tra ingegneri e staff, sono 7.000. A questi dobbiamo aggiungere i lavoratori dell’indotto e così arriviamo a 30 mila». Il segretario fa notare che «per noi che siamo la seconda potenza manifatturiera europea è indispensabile sostenere un approvvigionamento domestico. Dipendere, come ora, in maniera rilevante da Libia, Algeria e Russia – con i loro problemi di instabilità – e Norvegia, ci lascia sempre in una posizione precaria». Un discorso sistemico che accosti alle energie rinnovabili quelle tradizionali è cruciale per Colombini che vede con favore la bioraffinazione in atto a Venezia, mentre lamenta una certa lentezza, «talvolta ideologica, talvolta burocratica», da parte di ministeri e amministrazioni locali nel concedere le autorizzazioni: «Tutti fattori che fanno perdere al nostro paese tempo, investimenti e posti di lavoro».

Per il sì sono schierate quasi tutte le maggiori associazioni ambientaliste. A fare eccezione sono gli Amici della terra, la cui presidente, Monica Tommasi, spiega a Tempi che «questo referendum ripropone in tutta la sua interezza la questione di un ambientalismo ideologico che, attraverso iniziative demagogiche, allontana la soluzione dei problemi ambientali e li aggrava. Noi abbiamo scelto da tempo di resistere alla deriva della demagogia privilegiando l’approccio alla soluzione dei problemi ambientali fondato sulle conoscenze tecnico scientifiche, sulla corretta informazione del pubblico e sull’assunzione delle responsabilità in nome dell’interesse generale».

Facciamo un esempio: negli ultimi 25 anni nel Mediterraneo ci sono stati 27 incidenti con sversamento: tutti hanno riguardato petroliere. «Se vincesse il sì – dice Tommasi – saremmo costretti ad aumentare le importazioni di gas e petrolio, aumentando così le emissioni in atmosfera e il rischio di incidenti da petroliere». Il Messaggero ha calcolato che per pareggiare la quantità di energia prodotta nel 2015 dalle piattaforme saremmo costretti a fare transitare nei nostri mari 85 superpetroliere, quindi, per paradosso, bloccare le piattaforme significa aumentare il rischio di disastri ambientali.

Verificare le concessioni
Il sospetto, come fanno notare gli osservatori più smaliziati, è che di trivelle&cozze importi poco o niente a nessuno. A Emiliano preme la sua battaglia politica contro Matteo Renzi, alle Regioni di mettere il becco nella trattativa con lo Stato per il rinnovo delle concessioni.
Qui, infatti, sta il vero nodo della questione. Il senatore Mario Mauro spiega a Tempi di essere favorevole al sì al referendum non per ragioni «ambientaliste», ma perché contrario «alle scelte di questo Governo in materia di concessioni». «Porre come unico limite l’esaurimento del giacimento è un grande regalo ai gestori che, anche in caso di giacimenti ormai poveri e residui, avrebbero tutto il vantaggio ad andare avanti, lavorando a basso regime pur di non affrontare le ingenti spese di smantellamento e bonifica». Ergo, è il ragionamento di Mauro, «poiché una trentina di queste piattaforme sono piuttosto obsolete, è meglio che la concessione abbia un termine così da poter verificare se ha ancora ragion d’essere oppure no».

La seconda questione, fa notare Mauro, è che nella lotta di potere tra Stato e Regioni è giusto che queste ultime possano fare valere la loro voce. «Comprendo il fatto che su una questione di interesse nazionale, come è il caso dell’approvvigionamento energetico, debba essere lo Stato a dire l’ultima parola, ma non penso che questo debba essere fatto “a prescindere” dalle Regioni». Soprattutto, fa notare il senatore, «certe misure prese dallo Sblocca Italia sono più in linea con la nuova Costituzione che vuole approvare il governo piuttosto che con la vigente. Dico io: almeno prima fatecela votare».

C’è un problema energetico
Le obiezioni poste da Mauro hanno il pregio di far tornare la discussione nel suo reale ambito (le concessioni, le piattaforme, l’equilibrio di potere tra Stato e Regioni) e di non dirottarla su questioni che non la riguardano (le trivelle, i disastri ambientali). Resta da sottolineare, tuttavia, come il referendum sia lo strumento meno adatto per risolvere il busillis, soprattutto questo che, essendo stato caricato di significati simbolici ambientalisti, rischia di avere conseguenze importanti sul fronte energetico.

A monte di tutto il discorso sulle trivelle sta, infatti, il problema su come il nostro paese debba produrre energia. Sebbene, come abbiamo visto, la maggioranza delle piattaforme estraggano gas, gli ambientalisti calcano la mano sul petrolio. Basta, dicono, investiamo sulle energie rinnovabili. «Straparlano», sentenzia Borghini. «Bene puntare sulle rinnovabili, ma ora come ora non sono sufficienti a soddisfare il nostro fabbisogno. Faccio poi notare che il metano è la fonte più vicina alle rinnovabili, con l’unica differenza che il metano non ha bisogno dei contributi di Stato, mentre per sole e vento lo Stato ha già elargito 12 miliardi di euro».

Anche Tommasi invita a «essere realisti. È falso dire che si possano abbandonare le fonti fossili dall’oggi al domani. Gli ambientalisti seri sanno che la transizione verso un futuro interamente rinnovabile è lunga e difficile. A livello tecnologico ed economico oggi non è possibile coprire tutti i fabbisogni di energia con queste fonti». Una riflessione seria sulle rinnovabili e sulla loro capacità di sostituire le fonti fossili non può prescindere «dall’analisi delle loro effettive potenzialità, dai loro costi e dalle loro esternalità. Il loro contributo è destinato ad aumentare, ma non è ancora prevedibile quando e in che misura potranno incidere sullo scenario energetico mondiale. Riusciremo sicuramente a raggiungere gli obiettivi europei al 2030 portando la quota di fonti rinnovabili al 30 per cento. Questo significa che l’altro 70 per cento dei consumi dovrà essere coperto ancora da combustibili fossili (principalmente da gas ma anche da petrolio e carbone). Se vincerà il sì al referendum saranno tutti fossili importati da altri paesi». Per Tommasi la produzione di gas e petrolio italiano a chilometro zero è un’opzione migliore per l’ambiente locale e globale rispetto a quella degli idrocarburi importati da paesi lontani: «Oltre a evitare i costi ambientali dei trasporti, l’industria estrattiva nazionale eccelle nelle tecnologie per la prevenzione di danni ambientali e per la sicurezza delle condizioni di lavoro».

Secondo Borghini, quelle degli ambientalisti come Emiliano che hanno proposto di sostituire il contributo energetico fornito dalle piattaforme con l’eolico sono boutade a cui si può rispondere solo con altre boutade. «Sa cosa significherebbe? Vorrebbe dire che, solo per soddisfare il fabbisogno energetico pugliese, dovremmo piantare una fila di pale da Roma Nord a Milano Rogoredo». 

Foto Ansa


Ricevi le nostre notizie via email:

Leggi gli articoli sull'app:

Iscriviti gratuitamente alla nostra newsletter per ricevere tutte le nostre notizie!

31 Commenti

  1. Sabrina D. scrive:

    Incitare a non andare a votare è il segno di una profonda invicltà…
    che ovviamente serve a favorire lobby e industriali per inquinare e sfruttare l’ambiente.

    • Iolanda scrive:

      Allora forse non hai letto. E se invece cominciassi a farlo? Fa bene, sai? Aiuta a pensare con la propria testa.

    • Menelik scrive:

      E perché dovrebbe essere segno di profonda inciviltà?
      In base a quale principio, a quale legge?
      Chi viene PENALIZZATO dal referendum, se dovesse fallire (speriamo!!) sono gli sceicchi del petrolio sunniti alleati dell’isis e i produttori di gas in aree geopoliticamente stabili come un equilibrista su un filo di rasoio.
      Sarebbe da ridurre drasticamente le importazioni di gas dal nordAfrica e sostituirle col gas russo, ma non è facile perché c’è di mezzo l’Ucraina e gli interessi americani sullo shale gas.
      E riguardo al solare ed eolico….be’, prova a mandare avanti un’azienda metalmeccanica coi pannelli e poi mi dirai.
      (Conosco bene i pannelli e i loro limiti: sul tetto ho 5 KW di pannelli).
      Per il 17 si va al mare, o in montagna, o a spasso per la macchia, o a letto in compagnia, o a lavorare in campagna, ovunque purchè si stia lontani dal seggio.

      • Sebastiano scrive:

        A dire il vero l’astensione nei referendum è una scelta del tutto legittima e prevista dall’ordinamento. Tant’è che il PD fu quello che la applicò per primo, con i referendum di Bertinotti.
        Anche la storia andrebbe studiata.

      • Menelik scrive:

        Educazione civica manca a chi ci vuole privare di una risorsa strategica nazionale di primaria importanza.
        In quanto a tornare a scuola, ci vado anche domattina, guarda, e quello che insegno in un certo senso ha anche a che fare con l’oggetto del referendum-imbroglio.

    • Filippo81 scrive:

      Invece farsi prendere per il c..o dal potere è segno di civiltà, vero ?

    • angelo scrive:

      bla, bla, bla ….

  2. Stefano scrive:

    Aggiungiamo che chiudere e smantellare una piattaforma è molto più pericoloso e difficile
    se sotto c’è un giacimento ancora pieno, molto più semplice con uno esaurito.

    • Agostino G. scrive:

      OK Stefano, ma se la loro concessione non scade, succederà che tra tot anni toccherà smantellarla facendo pagare le spese (comunque non basse) ai contribuenti italiani.
      In Italia purtroppo abbiamo troppe esperienze di questo genere.
      Se invece c’è una scadenza e a quella scadenza non viene rinnovata la concessione, allora il gestore ha l’obbligo di smantellare subito, a proprie spese.

  3. Agostino G. scrive:

    Perché non fate notare anche che molto del petrolio estratto in Italia è di qualità troppo bassa (cioè contiene troppe sostanze nocive) così noi lo dobbiamo esportare verso paesi che non regolamentano certe sostanze. Questo crea traffico di petroliere in uscita (ma che transitano pur sempre il Mediterraneo) e non fa di sicuro calare il numero delle petroliere in entrata.
    Inoltre, se vincesse il sì, alla scadenza le concessioni possono essere date di nuovo, però per i petrolieri significa pagare più tasse: sono loro che non vogliono spendere per rinnovare, sono loro che licenziano per ripicca.

    • Agostino G. scrive:

      Agostino G,

      sono un ingegnere processista nel campo della raffinazione, quello che hai scritto sul petrolio estratto in Italia è così fasullo e privo di fondamento che non so da che parte cominciare per smontarlo; ci provo lo stesso:

      – Le sostanze nocive presenti nel greggio di cui parla, immagino zolfo, metalli, ecc. sono gestibili da ogni tipo di raffineria minimamente moderna, tutte le raffinerie italiane ricadono in questa categoria. Ci sono unità di hydrotreating che tramite trattamento con idrogeno ad alta temperatura e pressione rimuovono lo zolfo dai tagli di greggio, zolfo gassoso sotto forma di H2S che viene poi trasformato in un altra unità in zolfo solido, vendibile come prodotto.
      Tutti i greggi hanno una certa quantità si zolfo, senza queste unità di hydrotreating sarebbe impossibile produrre benzina e diesel a specifica (il diesel EURO V ha meno di 50 ppm di zolfo come specifica).

      Per farti un esempio la raffineria di Gela, al momento chiusa, era proprio al servizio del greggio Gela che si estrae li accanto (anche a terra), un greggio molto pesante e solforoso, e aveva come tutte le raffinerie, le unità di hydrotreating oltre a due Delayed Coking per la conversione del residuo di vuoto e la massimizzazione delle rese in distillati.

      A questo link, come altro esempio, puoi trovare lo schema di raffineria della raffineria di Sarroch della Saras (i Moratti), la più grande in Italia, super flessibile e capace di lavorare qualsiasi tipo di greggio, anche gli extra heavy.

      http://www.saras.it/saras/pages/inthefield/assets/refining/refinerystructure

      Le raffinerie semplici che citi tu, le “hydroskimming”, sono fuori mercato e hanno chiuso quasi tutte in Italia, di greggi senza zolfo nel mondo ormai ce ne è poco, ma anche quel poco tanto lo devi togliere comunque, non c’è santo che tenga…

      Ovviamente il petrolio estratto in Italia è insignificante rispetto al nostro consumo di combustibili per cui tutte le raffinerie italiane lavorano greggi comprati dall’estero che arrivano tramite petroliere e oleodotti. Le provenienze possono essere le più disparate.

      Inoltre la maggior parte del poco greggio estratto in Italia si estrae a terra, principalmente Basilicata appunto! Le piattaforme in Adriatico estraggono gas naturale, tralaltro di una purezza elevatissima, ci sono pochissimi giacimenti al mondo che producono un gas naturale che ha quasi solo metano e pochi idrocarburi più pesanti (etano, propano ecc.), con un impatto ambientale veramente basso…
      Questo gas naturale estratto non va in raffineria, ma dopo piccole lavorazioni, direttamente venduto nel mercato del gas naturale coi metanodotti, cosa c’entrano le raffinerie!

      Spero di aver chiarito qualcosina ai lettori del sito, a disposizione per ulteriori domande,

      Saluti

  4. Luigi scrive:

    Io scrivo ma non mi paga nessuno. Chi ha scritto questo articolo chiedetevi da chi viene pagato!

    • Menelik scrive:

      Se venisse pagato, cosa estremamente dubbia, certo NON DAGLI SCEICCHI SUNNITI CHE CON UNA MANO RICEVONO PETROLDOLLARI DALL’OCCIDENTE E CON L’ALTRA FORAGGIANO L’ISIS.

      (scusate per il maiuscolo)

  5. Menelik scrive:

    Una delle poche cose giuste che ha fatto Mussolini, è stata l’AUTARCHIA.

  6. Mappo scrive:

    Essendo da 34 anni presidente di seggio anche a questo referendum mi recherò al seggio, ma mi guarderò bene dal votare, anzi per non cadere in tentazione lascerò a casa anche la tessera elettorale

  7. Andrea scrive:

    Mi lascia molto perplesso che nessuno ne parli e che anche i fautori del sì non parlino di quelli che, secondo me, dovrebbero essere punti importanti da dibattere e cioè le royalties pagate all’Italia che sono ridicole ed il pericolo della subsidenza per le trivelle in Emilia-Romagna e Veneto.

    • Menelik scrive:

      Subsidenza in mare è esclusa.
      In terraferma, prima che possa arrivare la subsidenza da sacche di metano, dovremmo avere la subsidenza da suzione dell’acqua con le pompe per irrigazione.
      In alcune zone della pianura padana il gas quasi affiora spontaneamente, e va disperso in atmosfera senza essere captato.
      Il quale gas tal quale ha una potenzialità di effetto-serra 20 volte superiore alla “famigerata” CO2.
      Mi è capitato di vedere con i miei occhi una pompa che pesca acqua ad una venticinquina di metri di profondità, acquifero semiartesiano, la prima falda (ce ne sono tre in profondità, questa è quella più superficiale).
      La persona che ha aperto la pompa ha messo un accendino vicino al getto d’acqua, e potevi vedere le fiammate del metano.
      Solo 25 metri.
      Non è una sacca ma è diffuso in un livello di torba quaternaria.
      Gas naturale affiora in molti punti della pianura, ed acqua viene asportata dalle falde 24 ore al giorno, tutti i giorni lavorativi.
      Ci sono aziende che utilizzano come acqua di lavorazione solo acqua del sottosuolo, ad una cinquantina di metri (la seconda falda, in pressione) ed integrano con acqua di rete solo nei momenti di minore portata.
      24 ore al giorno, 5 giorni la settimana.
      E non causa subsidenza.
      Sicuro che non attribuisci alla subsidenza lo slittamento di un piano di argilla coperto dallo strato superficiale sotto degli abitati?
      A questo punto mi verrebbe da fare un’ipotesi:
      poiché il metano ha un potenziale serra venti volte superiore alla CO2, e poiché in molte zone della pianura metano esce spontaneamente dal suolo per gli orizzonti torbosi sepolti, non è che captando il metano ed utilizzandolo (ossia trasformandolo in CO2) diamo un contributo al contenimento dell’effetto serra?

    • Ugobagna scrive:

      Il discorso sulle royalties che fai è ridicolo Andrea, la maggior parte delle piattaforme dell’Adriatico sono dell’Eni, che paga dividendi cospicui agli azionisti ogni anno, il maggiore dei quali è lo Stato Italiano! Queste sono le vere royalties che paga l’Eni!
      Sotto c’è lo storico dei dividendi col pay-out, cioè la percentuale degli utili che la società ha distribuito in questi ultimi vent’anni.
      Nel 2015 addirittura pur avendo chiuso in perdita come tutte le società di estrazione a causa del crollo del prezzo del greggio. l’Eni ha distribuito lo stesso un cospicuo dividendo di ottanta centesimi per azioni, attingendo alle proprie riserve, si parla di miliardi ogni anno.
      Considerando che ENI fino ad oggi non ha fatto aumenti di capitale, cioè non ha mai chiesto soldi agli azionisti per andare avanti, ma ha sempre distribuito dividendi direi che il bilancio è assolutamente in attivo per lo Stato.
      Visto che poi l’attività estrattiva in Adriatico è praticamente residuale, in quanto negli ultimi vent’anni e più non sono state concesse nuove concessioni per nuovi pozzi e ormai la pressione alla bocca di pozzo del gas che si estrae dai vecchi pozzi è ridicolmente bassa, l’attività di ENI è ormai quasi puramente assistenziale di mantenimento dell’esistente, tutto sto bailamme è francamente incomprensibile…

      Pay Out dei Dividendi

      Pay Out (%)

      53,2 50,6 28,8 37 62 51 48 46 50 47 53 81 57 55 50 77 311 -33
      1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015

      • Giannino Stoppani scrive:

        Al di là delle questioni di quattrini, consiglio di andare a verificare cos’è stato trovato nel pesce e nel krill dell’adriatico e poi formarsi un’opinione LIBERA su quanto inquinano questi signori.

        • Ugobagna scrive:

          Giannino, pubblica pure i riferimenti di quello che dici, così ci aiuti a discuterne nel merito, l’inquinamento in Adriatico dipende essenzialmente dagli scarichi in mare civili e industriali non adeguatamente trattati però vediamo questi studi di cui parli cosa dicono…

  8. gianni del pero scrive:

    Spesso quando non si riesce a spiegare in due parole una posizione non ci si riesce nemmeno con 20000. Articolo fazioso, disinformato e disinformante. Unoxtutti 9000 sversamenti in mediterraneo in 22 anni, ma tutti legati al petrolio (sembra non sia così) con le petroliere che non circoleranno in futuro se faremo altre scelte in campo energetico (Norvegia stop al motore termico dal 2020, ad es)

    • Ugobagna scrive:

      Ti devo deludere Del Pero, la Norvegia ha un economia basata essenzialmente sull’estrazione delle risorse idrocarburiche sottomarine nel mare del nord, è grazie alle “royalties” sulle estrazioni che è una nazione così ricca (pensa al fondo sovrano Norges Bank che reinveste i proventi dell’estrazione petrolifera in aziende in tutto il mondo ne più ne meno del fondo sovrano del Qatar).
      In quei mari circolano migliaia di petroliere altroché! Prova a indire un referendum per bloccare le concessioni in Norvegia e vediamo quello che succede.
      Altro che stop al motore termico che detta così peraltro non vuol dire assolutamente nulla…

  9. Giannino Stoppani scrive:

    Alla faccia di renzi, delle danarose lobby e dei loro scagnozzi a libro paga.
    Io ci vado e voto sì.
    E se ci tenete alla salute dei vostri figli vi consiglio di fare altrettanto.

  10. Zazà scrive:

    Già, peccato che, se previste nei piani di lavoro, è possibile eccome effettuare nuove trivellazioni per nuovi impianti (vedi Vega B in Sicilia….).
    Chi è che non si informa?

  11. Louis scrive:

    Bravi, non andate a votare, vi meritate un regime che non chieda nemmeno se puoi soffiarti il naso. Vai a votare e vota no, piuttosto, ma fallo perché è un tuo diritto dirlo. Usa il cervello!!!

  12. Patrizia scrive:

    Peccato vedervi così appiattiti contro il SI, eppure tanti vostri amici sono per il SI, mi sarebbe piaciuto leggere qualcosa in più sulle ragioni del SI invece ho trovato (tranne Mauro) solo le ragioni del ,NO. Se Mauro, Zaia, Monsignor Santoro (arcivescovo della già devastata Taranto) sono d’accordo sul SI non è certamente per dare manforte ad Emiliano contro Renzi. Provate anche a chiedere a loro qualche ragione! Grazie.

  13. lucillo scrive:

    L’astensione sarà pure un diritto ma rimane una vigliaccheria, di chi non sa fare battaglie per ciò che ritiene giusto ma approfitta dell’astensione per cercare di vincere facile.
    E così si indebolisce uno strumento fondamentale di democrazia diretta: per calcolo, per vigliaccheria, per incapacità o peggio rinuncia nel proporre le proprie idee.
    Secondo me chi proclama l’astensione dovrebbe essere escluso per sempre da ogni votazione.

La rassegna stampa di Tempi

Tempi Motori – a cura di Red Live

Audi accelera sulla strada dell’elettrificazione della gamma. Dopo la presentazione della nuova A8, proposta al lancio nelle configurazioni V6 3.0 TFSI e TDI “mild hybrid”, vale a dire con impianto elettrico a 48 volt, ora anche le famiglie A4 e A5 beneficiano d’inedite motorizzazioni mHEV che portano in dote tutti i vantaggi fiscali e di […]

L'articolo Audi A4 e A5, è tempo di micro ibrido proviene da RED Live.

Arriva in gruppo tra gli ultimi, guarda tutti dritto negli occhi, mostra i muscoli e fa subito la voce grossa. E no, non è un bullo. Parliamo, piuttosto, della SUV Volkswagen T-Roc. Destinata a scendere in lizza nel segmento di mercato più frizzante, combattuto e attraente del momento, vale a dire quello delle sport utility […]

L'articolo Prova Volkswagen T-Roc proviene da RED Live.

In KTM hanno le idee chiare: il futuro della mobilità è elettrico. Ecco perché la nuova KTM Freeride E-XC, rinnovata da cima a fondo, è solamente un punto di partenza

L'articolo KTM Freeride E-XC, l’enduro green proviene da RED Live.

Prima erano una cosa sola. Ora sono divise. O meglio, in futuro avranno specializzazioni e target diversi. Volvo e Polestar, quest’ultima sino a ieri divisione ad alte prestazioni del brand svedese, si sono separate e vivranno di luce propria. Polestar, oltretutto, cambierà pelle, passando dall’elaborazione ufficiale dei modelli della Casa nordica alla realizzazione di vetture […]

L'articolo Polestar 1: il nuovo mondo proviene da RED Live.

Il progetto Émonda è nato per dimostrare che Trek era non solo in grado di costruire la bicicletta di serie più leggera al mondo, ma di renderla anche capace di offrire elevate performance. I confini della ricerca sembrano essere fatti perché li si possa superare e ciò che è successo con il MY 2018 lo dimostra: […]

L'articolo Nuova Trek Émonda 2018, la leggerezza non ha limiti proviene da RED Live.

MailUp - Osservatorio statistico 2017 - banner download