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Travaglio e Santoro, leggete qui (ce n’è anche per voi)

ottobre 15, 2013 Chiara Rizzo

Nelle 1322 pagine che motivano l’assoluzione del generale Mori, si mette sotto accusa anche il mondo giornalistico che ha soffiato sul fuoco di un processo farlocco

È stato senza dubbi uno dei più mediatici processi degli ultimi anni, quello al generale dei Carabinieri Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, conclusosi lo scorso 17 luglio con l’assoluzione degli imputati. Forse è anche per questo che rileggendo oggi le motivazioni da poco depositate dai giudici del tribunale di Palermo, presieduti da Mario Fontana, l’impressione più forte che si ha – al di là della scansione giudiziaria delle prove e dei testimoni, ovviamente interessantissima – è di trovarsi anche di fronte alla sonora bocciatura di un metodo giornalistico, quello dei Marco Travaglio, dei Michele Santoro, dei “segugi” di Repubblica.
Non a caso, proprio nell’incipit delle motivazioni – 1322 pagine complessive – i giudici di Palermo segnalano come il processo si sia svolto in un assedio costante dei cronisti:
«II lungo processo di cui questo documento segna, almeno per questo grado di giudizio, l’atto conclusivo, ha avuto una vasta risonanza mediatica che lo ha accompagnato durante il suo corso e che si è acuita allorché sono stati coinvolti, a vario titolo, personaggi assai in vista nella vita del Paese».
Perché ad essere smontati non sono solo i teoremi portati avanti dall’accusa (l’allora procuratore aggiunto Antonio Ingroia e il sostituto Nino Di Matteo), ma anche da molti giornalisti.

BACCHETTATA AL TEOREMA ACCUSATORIO. Sono numerosi i riferimenti alle incongruenze dell’impianto accusatorio, e del comportamento dei pubblici ministeri di fronte a testi a dir poco inattendibili. Un passaggio più emblematico di altri è quello in cui la corte, analizzando il teorema accusatorio che prevederebbe – poco dopo la strage di Capaci – l’avvio di una trattativa Stato-Mafia, scrive:
«Considerati anche il passato degli imputati (Mori e Obinu, ndr) ed il loro comportamento processuale (essi, come ricordato, rinunciando alla prescrizione non si sono sottratti al giudizio), non appare in linea con la premessa la estrema severità della sanzione richiesta dal pm, che sembra tradire lo sforzo di imprimere agli avvenimenti una peculiarissima gravità, sforzo forse disancorato da una lettura contestualizzata degli stessi. Ritenere, poi (come fanno i pm, ndr), a distanza di circa venti anni dai fatti, che la finalità di evitare le stragi non sarebbe rilevante, appare una forzatura. Affermare (sempre come fanno i pm, nel corso della requisitoria), senza essere apodittici, che una scelta strategica sia stata sciagurata presupporrebbe una compiuta e pacata analisi che avesse verificato i risultati conseguiti ed avesse considerato problematicamente quale sarebbe stato il corso degli eventi ove fosse stata preferita una diversa, possibile opzione».
Purtroppo per i pm, però, a parere dei giudici, tale accurata analisi non è mai nemmeno stata fatta.

DIETROLOGIE MORALISTICHE. È per questo che, sempre rivolgendosi ai pm, la corte richiama anzitutto ai fatti storici realmente avvenuti, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio.
Per i giudici c’è
«un punto fermo, dal quale tracciare una utile e congrua linea valutativa, che il Tribunale non ritiene possa essere messo in discussione: negli ultimi venti anni, dopo la stagione delle manifestazioni più violente di Cosa Nostra, che sembravano all’epoca incontrastabili, la cattura del boss Salvatore Riina ha costituito una svolta che ha ridato fiducia e slancio alla azione di contrasto alla associazione mafiosa, che da lì in poi ha conosciuto una ragguardevole continuità».
«Per questo – prosegue ancora la corte richiamando i pm – una interpretazione degli avvenimenti che non tenga conto della peculiarità dei contesti temporali in cui si è operato rischia di essere fuorviante e di fare apparire, attraverso facili dietrologie ed impropri richiami moralistici, senz’altro complicità o connivenze gli sforzi di chi magari cercava in quei difficili momenti di evitare eventi sanguinosi in attesa di tempi migliori».
È il “metodo Ingroia”, quello cioè della ricostruzione storica nelle aule di tribunale forse e spesso quasi prescindendo dal compito di un pubblico ministero di perseguire i reati, ad essere messo in discussione con questa sentenza.

CIANCIMINO, TESTE INATTENDIBILE. Massimo Ciancimino è il simbolo del metodo Ingroia. È lui, il preferito di Ingroia e Travaglio, che ha dato avvio al processo Trattativa.
Annotano i giudici:
«Si è ben guardato dal mettere immediatamente a disposizione dei magistrati tutto il materiale in suo possesso, ma, come si evince dai verbali dei suoi interrogatori, ha, dapprima, tergiversato e, quindi, ha iniziato a centellinare le consegne (proseguite anche dopo la sua prima escussione dibattimentale), secondo il suo personale apprezzamento».
E ancora si bacchetta
«La sua inclinazione a divagare senza dare precisa risposta alle domande, nonché, nello specifico, della incongruenza delle ragioni per cui non aveva immediatamente consegnato agli inquirenti tutta la documentazione che era già in suo possesso».
Non a caso la corte ha rinviato alla procura di Palermo la documentazione relativa al super accusatore Massimo Ciancimino, insieme a quella dell’altro super accusatore, Michele Riccio, perché siano eseguite indagini su entrambi per verificare l’ipotetico reato di falsa testimonianza.

I PIZZINI E IL PAPELLO TAROCCHI. Le motivazioni assestano un calcio anche all’impianto accusatorio di un altro processo, quello appunto sulla trattativa, che sarebbe suffragata da un presunto papello vergato da Totò Riina con le richieste allo Stato.
Il documento è tra quelli consegnati alla procura proprio da Massimo Ciancimino, e per il tribunale non è attendibile:
«Quel che è stato illustrato a proposito della condotta del Ciancimino rende superfluo sottolineare la particolarissima, indispensabile cautela con cui deve essere valutata (oltre che la attendibilità delle affermazioni del predetto) la genuinità dei documenti consegnati dal medesimo, specie se gli stessi constino di mere fotocopie e, per di più, dattiloscritte, che si prestano a piuttosto agevoli manipolazioni».
Sono numerosi gli esempi concreti, rilevati attraverso perizie anche della polizia scientifica, a sostegno di questa bocciatura:
«Del resto, la inclinazione del Ciancimino ad operare sugli scritti realizzando fotocopie parziali o veri e propri collage risulta incontrovertibilmente da alcuni documenti acquisiti e perfino da alcune, esplicite ammissioni del predetto. In particolare, deve certamente ritenersi oggetto di manipolazioni quella che può indicarsi come la bozza di una missiva da inviare, per conoscenza, all’on. Silvio Berlusconi (sic), sulla quale ci si deve intrattenere per esemplificare l’atteggiamento inaffidabile del Ciancimino».

IL PIZZINO TAROCCO SU BERLUSCONI. Si tratta di uno dei documenti più discussi all’interno dei talk show nel corso del 2010, quando Massimo Ciancimino iniziò a rendere testimonianza a Palermo.
Scrivono i giudici:
«A proposito del manoscritto costituito dalla presunta bozza della missiva diretta (per conoscenza) all’on. Berlusconi, i consulenti della difesa hanno evidenziato, con una ricostruzione che il Tribunale reputa assolutamente persuasiva, la manipolazione della intestazione che indica il destinatario (per conoscenza), la quale è stata aggiunta sacrificando la parte finale dello scritto, che, infatti, non contiene l’accenno alla conferenza stampa, soppresso proprio per fare spazio alla posticcia intestazione».
In parole povere, tramite una perizia si è dimostrato che il “biglietto” – che lasciava sospettare che Berlusconi fosse il nuovo tramite, per la Seconda Repubblica, della trattativa – era stato realizzato con un copia e incolla banale, attraverso Photoshop. Eppure con quel banale copia e incolla sono state confezionate trasmissioni tv, editoriali del Fatto, persino libri (di Massimo Ciancimino in primis, di Ingroia a seguire).

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