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«Il femminismo si è arreso a un’idea maschile della maternità: un disturbo a 25 anni, un “diritto” a 50»

dicembre 17, 2014 Laura Borselli

«Strano che non interessi a nessuno lottare per un mondo del lavoro “mummy friendly” dove una venticinquenne possa avere un bambino». Intervista a Marina Terragni, dirigente nazionale del Pd che scrive di donne per il Corriere della Sera

Giornalista, scrittrice e blogger, Marina Terragni (foto sotto a destra) si occupa di donne con la sua rubrica Maschile/femminile su Io Donna, settimanale del Corriere della Sera ed è membro della direzione nazionale del Partito democratico.

Dopo la sentenza della Corte costituzionale si parla molto di fecondazione eterologa. Se ne parla in modo scorretto?
Di eterologa si parla tanto perché è entrata a far parte di uno scenario post-ideologico in cui ci si colloca in termini di cosiddetti diritti negati o consentiti. È un tema che riguarda una minoranza della popolazione, ma coinvolge tutti perché offre la possibilità di una collocazione ideale. In automatico: se sei progressista devi difendere questo diritto, se sei conservatore no. Mi pare in realtà che pochi capiscano di che cosa si stratta, e ancora meno ne hanno esperienza.

Esiste il diritto a un figlio?
Mary Warnock, madre e pioniera della bioetica inglese, in un libro spiega in modo rigoroso che il diritto ad avere un figlio non ha fondamenti. Non c’è il diritto di una persona ad avere un figlio, semmai c’è il diritto di un figlio ad avere un genitore. Non si tratta di diritti simmetrici.

Da cosa nasce questa rivendicazione?
Questa impostazione tradisce una sorta di “infantilizzazione” del mondo adulto. Il consumismo ti costringe in una specie di infanzia perenne in cui puoi avere tutto quello che desideri, basta pagarlo. In questo senso mi ha colpito la sentenza con cui la Corte costituzionale apre all’eterologa. I giudici danno grande rilievo alla questione economica, dicendo che il divieto di praticare l’eterologa in Italia mette in atto una discriminazione tra chi può permettersi di andare all’estero per praticarla e chi invece non può. Ma la genitorialità non è un faccenda che si può discutere secondo le leggi di mercato! La genitorialità è la più rischiosa delle relazioni. Una relazione che ti cambia completamente l’assetto interiore ed esteriore, ti porta fuori di te.

Sta dicendo che la battaglia per l’eterologa non c’entra coi diritti delle donne?
Su questo fronte c’è stato un singolare cambio di rotta del femminismo. Fino a dieci, quindici anni fa, il femminismo era estremamente critico e cauto nei riguardi delle tecniche di procreazione medicalmente assistita. Una teologa femminista radicale come Mary Daly parlava addirittura di “tecnorapina delle uova”. Per definire le donne che diventano madri con fecondazione assistita Mary Daly usava la definizione “madri maschili”. Riteneva che in qualche modo avessero rinunciato alla loro potenza materna per affidarsi alla scienza maschile, che persegue il sogno dell’utero artificiale come una sorta di Santo Graal. Non capisco perché quella cautela sia stata abbandonata, vivo questa tendenza come una resa del pensiero della differenza al mainstream dell’emancipazione. Mi stupisce anche che, sia da parte del femminismo sia da parte della sinistra in generale, il tema della prevenzione della infertilità sia totalmente ignorato. Quando parli di garantire alle donne le condizioni per fare figli ben prima dei 40 anni, o dei rischi degli ftalati, presenti in gran parte dei saponi e di altri prodotti di uso comune pericolosi per la fertilità maschile, ti guardano con sospetto. Quello della prevenzione dell’infertilità non è un business, e a maggior ragione non capisco perché ogni volta che mi capita di parlare di questo tema mi guardano come se volessi re-inchiodare le donne al destino della maternità. È paradossale: interessa a pochissimi lottare perché una venticinquenne possa avere un bambino, costruendo un mondo del lavoro mummy friendly e condizioni materiali che non la costringano a rimandare sine die; mentre siamo pronti a mobilitarci per consentire a una cinquantenne il “diritto” di fare un figlio.

E la genitorialità è legata ai diritti delle persone omosessuali secondo lei?
Sicuramente il mercato della fecondazione assistita è interessato a questo tipo di neofamiglie. Ma a me non interessa chi va a letto con chi. Se un gay mette al mondo un figlio con una donna (che, mettiamoci il cuore in pace, per fare un figlio in qualche modo è ancora necessaria) io non ho obiezioni. Io ho obiezioni rispetto al fatto che la donna, anzi le donne, vengano cancellate. E questo accade con l’utero in affitto, con il commercio di ovociti. C’è di mezzo un mercato. Lo dimostra il fatto che nel nostro paese di donatrici di ovuli non ce ne sono perché non le paghiamo. Diverso è il caso, e io sono favorevole, di una cosiddetta “donazione solidale”. Sono discorsi davvero complicati. Quando si vanno a toccare l’inizio o il fine vita nascono molte complicazioni. E invece quello che ci pare difficilissimo è accettare.

Lei ha scritto di essere stata molto colpita dalla mamma adottiva di un concorrente di X Factor che in tv ha detto: “Ringrazio Dio che non mi ha fatto avere figli, altrimenti non l’avrei mai incontrato”. Cosa l’ha colpita?
Mi ha colpito la storia di questa donna che ha accettato una disgrazia e gliene è venuta una grazia. Quella vicenda mi ha fatto anche riflettere su quanto poco parliamo di adozione e su quanto sia complicato per molti aspiranti genitori intraprendere quella strada. Ho anche voluto evidenziare una contraddizione. Si dice: io voglio il seme o l’ovocita, ma poi voglio che il donatore sparisca perché quello conta non è la biologia, ma l’amore. Però quando tenti la fecondazione eterologa, che ti pare meglio dell’adozione, è perché almeno uno dei due sia genitore biologico. Quindi: la biologia conta o non conta? E abbiamo idea delle complicazioni che si creano dentro una coppia che decide di ricorrere a queste pratiche? Non tutti riescono a smaltire la durezza di esperienze del genere.

Ha fatto scalpore qualche giorno fa la copertina di Internazionale in cui la scrittrice femminista Katha Pollitt diceva che l’Ivg deve essere considerata come qualcosa di non traumatico. Che effetto le ha fatto quella copertina?
Facciamo un ragionamento sulla legge 194 che è largamente inapplicata a causa dell’altissima percentuale di obiettori di coscienza. Il diritto a obiettare non può essere messo in discussione, è garantito dalla legge italiana ed europea. Ma la 194 non sta funzionando, e tante ragazze arrivano in ospedale dopo aver preso i farmaci anti ulcera per abortire in casa. Ignorare il problema non è una buona politica. Vogliamo garantire una quota minima di non obiettori nelle strutture pubbliche? O depenalizzare l’aborto, cioè consentire che venga praticato nelle strutture private? Una soluzione va indicata, perché l’aborto esiste. Speriamo che esista sempre meno, ma intanto occorre che tutti, compresi i cattolici impegnati nel sociale, dicano secondo loro che cosa è giusto fare. A cominciare dal premier Renzi, che su questo non può più tacere.

Apple e Facebook sosterranno le spese per il congelamento degli ovuli delle loro dipendenti. È un progresso?
Qualcuno può anche pensare che queste società “illuminate” della Silicon Valley abbiano offerto un benefit estremamente moderno, ma io penso che una cosa del genere sia affermare in modo inequivoco che diventare madre è un disturbo. L’ideale è la completa maschilizzazione della maternità. È farla diventare mera tecnica. L’utero artificiale, come dicevamo, è il Graal.

Le donne sono passate dal dire “l’utero è mio” al diventare complici di chi vuole “rubarglielo”?
Dire “l’utero è mio” è stato un passaggio fondamentale contro un patriarcato che disponeva delle donne come di cose. Il fatto è che oggi l’utero non è ancora mio. Sempre Mary Daly diceva che oggi la potenza riproduttiva delle donne è repressa dappertutto. Se devo dire in una parola che cos’è una donna, direi che è una che “può” essere madre. Che può, non che deve. Ci sono donne non vocate ad esserlo. Qui però siamo in un mondo che obbliga a non fare figli. L’utero servirebbe a quello.

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6 Commenti

  1. Picchus scrive:

    Scusate, state forse cercando di dirci che c’è ancora qualcuno nel PD che ragiona? Ma è una notiziona!

    • giovanna scrive:

      Mah, il fatto che la 194 non stia funzionando a causa dell’elevato numero di medici obiettori mi sembra decisamente smentito dai numeri : non è bello fare fare delle chiacchiere da pianerottolo sulla vicina di casa che ha preso il farmaco anti-ulcera.
      E comunque, ancora una volta di più, in tutto questa faccenda dell’eterologa e della compravendita dei bambini c’entra l’aborto : se la vita umana non ha valore, si può fare qualsiasi cosa.
      Mi ha deluso tanto Benigni, che ieri sera, a proposito del comandamento “non uccidere ” ha parlato di tutto, della pena di morte, della guerra, dell’omicidio, ma non dell’uccisione del più piccolo e indifeso tra gli uomini, il bambino nel ventre materno : argomento intoccabile, oggi, pena l’esclusione dal mondo degli intellettuali a la page, dal mondo di chi ha potere.

    • LU scrive:

      Qualcuno si, anche se pochi.
      Comunque per migliorare la percentuale si può agire su entrambi i termini della proporzione: per esempio il tasso è migliorato con l’uscita di Adinolfi.

      • yoyo scrive:

        Già, perché qyelli che piacciono a te, loro si che la sanno lunga….L apoteosi del conformismo.

  2. Mirko scrive:

    Trovo il termine “maschilizzazione della maternità” offensivo, come a dire che le caratteristiche maschili siano negative.

    • Raider scrive:

      Trovi qualcosa di meglio per risentirsi, perché nessuno sostiene che la virilità o la femminilità siano negative, mentre femimnilizzare l’uno e maschilizzare l’altra sono una contraffazione dell’uno e dell’altrro: e maschilizzare la maternità suona come una aberrazione totale. Unafemmonista radicale, ricorda Marina Terragni, parlava, solo tre lustri fa, di “tecnorapina delle uova” e di “madri maschili”: si indigni per questo, se ritiene, ma senza accusare chi è d’accordo con questa femminista di connotare negativamente la mascolinità.

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