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Tenacemente donne. La storia di Jocelyne

ottobre 25, 2013 Benedetta Frigerio

“Tenacemente donne” il libro che parla di spose, suore, madri il cui desiderio di ricevere e dare sono stati assecondati fino a svilupparsi straordinariamente

Clara ha nove figli eppure è stata nominata direttore generale della General Electric France. Suor Marcella è rimasta ad Haiti anche quando il terremoto ha distrutto la sua missione che ora è più grande di prima. Cristiana da quando ha 29 anni ha trovato risposta al suo amore esigente fra handicappati e anziani a cui fa da madre. Tenacemente donne (di Alessandra Buzzetti e Cristiana Caricato, edizioni Paoline, 172 pagine, 13 euro) raccoglie dodici storie, tutte accomunate dal raggiungimento della piena realizzazione della femminilità, come Chiara Corbella Petrillo, fonte d’ispirazione del volume. Il libro parla di spose, suore, madri il cui tratto accogliente, l’istinto protettivo e il desiderio infinito di ricevere e di dare sono stati assecondati fino a svilupparsi straordinariamente. Come? Seguendo le proprie inclinazioni e ciò che capitava.

A 18 ANNI CON IL KALASHNIKOV. Emblematica la vicenda di Jocelyne. La ragazza cresce nel libano martoriato dal conflitto civile e ha solo 18 anni quando prende in mano per la prima volta un kalashnikov: per difendere il suo Paese sceglie la militanza armata. Nel 1975 scoppia la guerra e lei parte soldato conto la volontà dei genitori che non riescono a fermarla. Vive la sua fede più come identità ed è disposta a tutto pur di proteggere i cristiani dai miliziani palestinesi. Un giorno, mentre il conflitto si fa cruento, chiede aiuto a Dio e per la prima volta lo sente presente come una persona. Jocelyne pensa che non può più combattere senza tenere conto di questa nuova Presenza, ma la guerra è feroce e al seguito della ragazza ci sono altre amiche che combattono e di cui lei si sente responsabile.

SOLA CONTRO 100 PALESTINESI. Una sera il rifugio di Jocelyne viene preso d’assalto da una folla di cento uomini armati. La ragazza sale in silenzio all’ultimo piano dell’edificio, si toglie bracciale e catenina per evitare che si veda il riflesso. Al collo tiene solo l’immagine della Madonna: saltando sui tetti si avvicina al carro armato nemico, lancia una bomba e con il mitra spara contro i palestinesi. Poi rientra nel caseggiato dove le sue compagne le raccontano di aver sentito gridare i nemici e chiedere soccorsi. Il giorno dopo il nome della giovane è sulle pagine di tutti i giornali del Paese: Jocelyne è un eroina.
La guerra si prolunga e la ragazza torna a studiare, ma è insoddisfatta. Pensa anche alla vita in monastero affascinata dalla radicalità, il corso degli eventi però la portano altrove: l’esercito la chiama a guidare la sezione femminile e Jocelyne obbedisce, disegnando una pastorale per supportare le donne sul fronte. Nel 1988 la ragazza è in Vaticano e viene presentata al Papa come il comandante delle milizie femminili delle Forze libanesi. Giovanni Paolo II va da lei, la fissa e le chiede: «Eri una combattente? ». Lei risponde: «Sì, Santo Padre, ma la Vergine Maria ci ha chiamate a servire in altro modo il nostro Paese». Il Pontefice conclude: «So che farete molto per il Libano». Jocelyne non immagina cosa significhino quelle parole, ma le conserva in cuore.

LA PROFEZIA DI GIOVANNI PAOLO II. Nel 1997 Giovanni Paolo II va in Libano: «Costruite ponti tra persone, famiglie, diverse comunità, ponete gesti di riconciliazione per passare dalla diffidenza alla fiducia, perché il futuro del Libano siete voi», dice il Papa. Questa frase rimbomba nelle orecchie della donna e delle sue compagne. La difficoltà maggiore del Paese sta nella crisi delle famiglie, da cui provengono tutte le altre piaghe sociali. Jocelyne decide quindi di costruire una casa per gli sposi in difficoltà e le donne abbandonate. Nel 2000 il Centro Giovanni Paolo II apre i battenti e l’ex soldato diventa una madre per centinaia di famiglie. Il metodo che mette a punto dà speranza a coniugi e bambini, tanto che sarà usato nella pastorale familiare di tutte le diocesi del Libano.
Oggi l’ex Raissa crede che la profezia di Giovanni Paolo II non sia ancora conclusa. Manca la restaurazione del convento di San Giuseppe a Daraoun: sarà una casa in cui le coppie in crisi che hanno ritrovato l’unità continueranno un percorso di amicizia e sostegno, e al suo interno ci sarà un centro studi sulle nuove sfide culturali e scientifiche. Jocelyne è sempre più convinta che a un Libano ormai secolarizzato non bastano le parole. Servono luoghi di vita nuova, case e dimore, accoglienti come Jocelyne. E come le altre 11 donne che come lei hanno scelto di dare la vita per qualcun altro.

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