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Storia della famiglia Maggiore di Lampedusa, e dei loro cento figli venuti dal mare

febbraio 18, 2015 Chiara Rizzo

Si chiama Seydou il 17enne senagalese arrivato su un barcone e ora in affido alla famiglia Maggiore, che prima di lui ha dato ospitalità a centinaia di minori

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Da sinistra, Seydou con Eleonora, Piera e Lillo Maggiore, la famiglia di Lampedusa che lo ha preso in affido

Lillo Maggiore e la moglie Piera hanno due figlie, Maria (24 anni) e Eleonora (19): lui lavora in una scuola come assistente amministrativo, lei è comandante dei vigili urbani. Particolare non trascurabile: sono di Lampedusa. «È iniziato tutto dopo la tragedia del 3 ottobre. Il naufragio di un barcone, in cui persero la vita più di 366 persone», racconta Lillo a tempi.it. «In quei giorni abbiamo accolto a casa nostra, per 4 mesi, Teame, che all’epoca aveva 22 anni e Alex (24), due ragazzi eritrei, sopravvissuti al naufragio. Per noi sono dei figli, anche se oggi Teami vive in Norvegia e Alex in Olanda. L’anno scorso, Teame, che è diventato un sacerdote ortodosso, è tornato a Lampedusa e ha detto a mia moglie: “Mamma Piera, sarei felice che fossi tu ad accompagnarmi all’altare, e vorrei sposarmi qui, su quest’isola”. Io gli ho promesso che non solo accadrà questo, ma che il rinfresco del matrimonio lo offrirò io».

SOPRAVVISSUTO. Esiste un’umanità nascosta a Lampedusa ed è quella di tante famiglie come i Maggiore, di cui si parla poco, eppure hanno grandi storie d’accoglienza da raccontare. «La mattina del 3 ottobre 2013 ero alla scuola a lavorare – ricorda ancora Lillo –. Perciò, non vidi al molo le navi dove man mano sbarcavano i superstiti della strage. Nel pomeriggio, rincasando, incontrai per caso in una via un ragazzo che piangeva. Chiesi se stava male, perché non sapevo ancora nulla. Si chiamava Alex e fu lui a raccontarmi cos’era successo. In mare aveva perso il suo amico più caro. Lo invitai a bere un caffé e a fare una doccia a casa mia. Con lui e con Teame è come se sia scattata una molla. Nei giorni successivi, tornarono ogni giorno a mangiare a casa nostra e a usare il computer per contattare i loro parenti che vivevano all’estero. Ogni giorno erano da noi, e a me, aprire le porte di casa, è parsa la cosa più naturale da fare. Chi non farebbe la stessa cosa di fronte a chi è scampato a una tragedia? Alex e Teame sono rimasti a Lampedusa sino al 10 gennaio 2014, poi sono partiti. Noi piangevamo come matti, è stato doloroso separarci, proprio come se partissero due figli. Ma con loro non era finito qualcosa, semmai era iniziata una vita diversa».

«È SEMPRE UNA FESTA». Nel periodo in cui hanno conosciuto i due eritrei sopravvissuti, la famiglia Maggiore ha aperto le porte della propria casa a molti altri ragazzi, a cui hanno sempre offerto una doccia, un caffè, un pranzo, la loro amicizia. «Sono state proprio le mie due figlie le principali promotrici di questa accoglienza. Noi siamo solo in quattro ma stiamo facendo i salti mortali, ci spogliamo noi per accogliere loro. E non potrebbe essere diversamente. Non esagero se dico che abbiamo dato ospitalità a centinaia di ragazzi. Tutti quelli che riesco ad incontrare per strada, quando incrocio i loro occhi malinconici, li invito ed è sempre una festa quando vengono. A loro basta pochissimo. Basta un sorriso: chi glielo offre diventa il loro migliore amico. E continuano a mantenere i rapporti».

SEYDOU. È così, racconta Lillo, che «un giorno, noi quattro ci siamo domandati perché accoglievamo solo per poco tempo questi ragazzi. Ne abbiamo parlato: ci affezionavamo e regolarmente li vedevamo poi partire per altri paesi mentre a noi restava dentro la nostalgia. Perché allora non presentare una richiesta regolare di accoglienza per qualcuno di loro? A causa della burocrazia per sette mesi tutto è rimasto fermo. Nulla è accaduto sino ad una domenica mattina quando, uscito da Messa, ho incontrato per caso due volontarie dell’associazione per le adozioni internazionali Ai.bi. Mi proponevano di frequentare un corso per l’affido temporaneo. Dopo meno di due mesi qualcosa si è mosso. Seydou è arrivato a casa nostra: è un ragazzo senegalese di 16 anni, che è stato soccorso mentre viaggiava su un barcone dalla missione Mare nostrum il 4 gennaio 2014. Seydou è arrivato a Lampedusa il 10 gennaio, il giorno del compleanno di mia figlia Maria. Avete presente il colpo di fulmine? Ecco cos’è successo a noi. Ci presentammo a riceverlo con dei cartelloni in francese, la lingua del suo paese, con disegni e scritte di benvenuto. Quel giorno abbiamo fatto festa sino a mezzanotte. Le mie figlie lo abbracciavano e coccolavano. L’indomani lo abbiamo iscritto a scuola, perché lui non era mai andato: siccome ama il calcio l’ho iscritto ad un’associazione sportiva».

«ACCOGLIETE ANCHE VOI». Un anno dopo Seydou ha intanto preso la licenza media, e ha voluto iscriversi all’istituto alberghiero di Lampedusa. «È un figlio, e chi lo lascia andare?» dice commosso Maggiore, ripetendo che «ad Ai.bi sarò sempre grato, mi hanno dato un nuovo figlio a tutti gli effetti. Quella dell’accoglienza che stiamo vivendo è un’esperienza meravigliosa, che voglio consigliare a tutti. Abbiamo insistito perché mantenesse i rapporti con la famiglia di origine e Seydou li sente due volte alla settimana, e proprio ieri sera ha saputo che è arrivato sano e salvo, anche lui dopo un viaggio in barcone, suo fratello. Mi sono sempre chiesto come questi ragazzi trovino la forza di viaggiare sino all’Italia. La famiglia di Seydou aveva del bestiame, lo hanno venduto per pagargli il viaggio. Per due mesi ha attraversato ben quattro paesi e il deserto del Sahara, con pochissima acqua e cibo, prima di arrivare a Tripoli, ed essere messo in mare».

«PAURA INCULCATA». In questi ultimi giorni, si respira aria di preoccupazione nell’isola, dopo la presa di Sirte in Libia da parte dell’Isis. «Ci viene inculcato un po’ di terrore attraverso i telegiornali. Sentiamo parlare in continuo del timore che sui barconi si infiltrino terroristi. È normale che ci sia un po’ d’ansia anche nei lampedusani, ed è normale che ci si immedesimi troppo in quello che si legge o ascolta in tv. Io sono più che convinto però che l’Isis non viaggerebbe mai sui barconi per arrivare in Italia. E assolutamente, anche in questo contesto, mi sento di ripetere l’invito ad accogliere soprattutto i minori non accompagnati che arrivano dal mare. Molti di loro scappano dai centri di accoglienza e dalle comunità, perché l’affetto e l’amore di una famiglia non possono essere sostituiti. Ma se questi ragazzi scappano, diventano facili prede della malavita e della criminalità organizzata: prego chiunque possa di impedirlo, basta solo aprire le porte di casa».

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10 Commenti

  1. Raider scrive:

    Uno spot prmozionale dell’immigrazione, un invito a tutti gli africani – per limitarci solo a loro – che vogliono venire qui guerre o non guerre, fame e dittature islamiche o meno – sono 650 milioni, secondo stime O.N.U. – a invederci e aspettarsi il genre di accoglienza offerto da questo lamepdusano: che li ospita e li smoista altrove.
    NO ALL’IMMIGRAZIONE!

    • Andrea UDT scrive:

      Io non sarei così categorico.

      A chi ha responsabilità di governo l’onere di cercare di regolarizzare, governare e se neccessario (oh, se lo è!) contingentare i flussi migratori.

      Alle persone, a quelle generose persone, a quella famiglia, non si può chiedere di negare uno slancio umano sincero che viene loro istintivo e gratuito.

      So che sembra retorica buonista, ma hanno fatto quanto raccomanda vangelo.
      E anche se non lo raccomandasse vangelo c’è una solidarietà umana che per fortuna è inestinguibile.

      Quindi cerchiamo di mantenere distinti i due piani: è ovvio che quella famiglia non ha agito per fare spot alla immigrazione selvaggia.

  2. Saint-Juste scrive:

    Bisognerebbe mandaci Salvini da questa famiglia. Non so se siano credenti o no (non mi interessa) ma certamente sono molto piu’ cristiani loro di tanti che si fanno chiamare con questo nome e si riempiono la bocca di parole come “nuova umanita'”, “testimonianza”, “avvenimento”, “compagnia” e potrei continuare con la lista. Anche io sono un immigrato in Gran Bretagna dove vivo e lavoro. Prima ho lavorato per diversi anni in Africa. A volte ‘ successo che mi trattassero(a parole) un po come Raider (sopra: no all’immigrazione) e vi posso assicurare che ci si rimane male molto male. Davanti a persone che cercano il meglio per se stesse e i loro cari, e’ giusto sbattergli la porta in faccia ? Non e’ per lo stesso motivo che io ed altri migliaia di italiani abbiamo cercato fortuna in altri paesi Qual’e’ la differenza? Noi abbiamo utilizzato la Ryanair e loro il gommone ? Non credo proprio. Anche se trovassimo un accordo con la Libia per evitare che questi disperati partano per le nostre coste, ci sarebbero comunque tanti che continuerebbero ad attraversare il Sahara. Per cui il problema sarebbe solo spostato. Che ipocrisia pensare di aver risolto il problema scaricandolo sulla Libia, o magari piu’a monte sul Ciad, o sul Sudan e via fino ad arrivare alla capanna di ogni persona che parte…Parlando con gli inglesi riguardo al problema di Lampedusa mi dicono “sorry, it’s not our problem, it’s not our business”. Ho sempre trovato questa risposta cinica, spietata, egoista. Noi scaricando il problema sulla Libia e’come se dicessimo a stessa cosa…….

    • Raider scrive:

      Qundi, va bene così? Questa famiglia accoglie temporaneamente, ma non può accogliere né in permamenza né tutti. O no? E poi, che fanno tutti quelli di passaggio? Vanno dove c’è posto e si aspettano di trovasre lavoro, casa, quello che gli è stato promesso o fatto balenare o ritengono loro diritto avere e averlo da noi. Quando n on torvano quello che esigono e neppure un lavoro, che fanno? Tornano tutti a Lampedusa, dalla famiglia Maggiore? No, certo. Non hanno scelta e delinquono o pensano di essere stati ingannati o ‘traditi’ nei loro ‘viaggi della speranza’ e passano con qualche gruppo estremista. E la nostra carità così irresponsabilmente irradiata diventa un’arma di ricatto.
      E che c’entrano i paragoni con la nostra immigrazione diun secoloo fa o del dopoguera? Anch’io ho un sacco di parenti emigrati, dove e quando? In America, quando era un Paese ancora da costruire, ma vedete un po’ oggi, con 400 milioni di sudamericani col loro “sogno americano” che esige di diventare realtà: e altri, che sono emigrati in Australia, 4.o00 km di larghezza per quasi 4.000 di lunghezza, non certo un’Ue con vuoti da colmare e identità nazionali definite da una storia che si vuole annullare, a comiocnare dal Preambolo della Costituzione europea. E gli altri parwnti sono emigratio in Belgio, Francia, Germania, Olanda dopo al guerra, quando c’era da ricostruire un’Europa in macerie. E che sugli immigrati di ogni parte d’Asia e d’Africa, specie se musulmani, non si fanno illusioni, vedendo come stanno riducendo pian piano città come Bruges, Gand o Utrecht.
      Non facciamo paragoni che non d’entrano nulla e non approfittiamone per darci un’aura di umanità che ignora la realtà delle cose: sono 650 milioni i soli africani di ogni classe anagrafica e sociale, sesso e religione che, a prescindere da guerre, crisi, dittature, carestie – in diminzuione, per fortuna: la popolazione aumenta per questo da quelle parti – che vorrebbero stabilrsi da noi. e noi gli diciamo che, ì, va bene, venghino signori venghino, si accomodino, testimonial la famiglia Maggiore, che non ha italiani in miseria da accogliere, il cardinale Montenegro e i politici che non badano certo al risparmio, in fatto di demagogia irresponsabile.

      • Saint-Juste scrive:

        Sicuramente raider hai dei buoni argomenti, nulla da obiettare. Non hai tutti i torti quando parli delle cause dell’immigrazione di ieri e di oggi. E forse non hai tutti i torti quando dici che non possiamo assimilare l’immigrazione di una volta verso terre che erano diciamo cosi “vergini” nel senso che c’era tutto da costruire e occorreva mano d’opera. Oggi invece i nostril paesi sono belli che fatti e i lavori che si potrebbero creare servono a malapena agli italiani. Tuttavia, il punto dell’articolo e il mio comment miravano ad un altro aspetto. E’ giusto -anche se so che non c’e’ lavoro in italia – lasciare crepare queste persone in mare ? Sicuramente finche’ non si interverra’ sulla Libia, scordatevi di non vedere altri morti in mare. Ma finche’ ci sara’ una parte di popolazione mondiale che sta leggermente (o tanto) meglio che altri, ci sara’ sempre l’istinto di andare la dove c’e’ ricchezza. E poi, il 90% degli immigrati che arriva vuole proseguire verso alter mete (UK o Germania o Europa del nord), quindi io proporrei, visto che nessuno ci ascolta a Bruxell e la nostra Mogherini conta come il 2 di coppe, lasciamoli entrare tutti e portiamoli in massa al confine francese, austriaco e svizzero o mandiamoli con una nave o aereo direttamente in UK e poi vediamo se la UE si da una mossa. Mi ricordo che anni fa durante le presidenziali francesci Le Pen (padre) che perse il ballottaggio contro Chriac, rispose a tono a Tony Blair che l’accusava di essere un razzista. Le Pen gli disse: “ah si, io razzista? Gli spedisco un treno di immigrati che cercano di andare in UK e poi vediamo chi e’ razzista tra noi due”. Totalmente ragione. Spesso siamo degli ipocriti ma il cuore, e’ il cuore Raider, sorry..

        • Raider scrive:

          Saint-Juste, mi ha sorpreso! Dimostra tanta onestà intellettuale e limpidezza morale che sono vere rarità di questi tempi, specie quando si parla di certe questioni, in cui tanti si fanno belli e buoni con qualche frase a effetto e poi, appena si vedono contraddetti, le stesse labbra cosparse di parole mielose rigurgitano morsi e veleno… Davvero, mi perdoni se glielo confesso, non me l’aspettavo, da lei, dato qualche precedente.
          Sono così piacevolmente sorpreso che vi sia qualcuno che non si mette a strepitare dandomi del razzista – non lo sono: e se vogliamo parlarne, del razzismo latente nel politicamente corretto, eccomi a disposizione – e peggio, che solo su un punto voglio tornare: la miseria del Terzo Mondo non basta a spiegare, da sola, proprio tutto. Io ho portato delle cifre che sono di fonte O.N.U.: le ragioni le spiega, per es., Toni Negri e valgono tutte le ragioni che si possono trovare nelle terre d’origine e in quelle d’arrivo: è il desiderio di andare dove ci pare che dà diritto all’accoglienza. Se i clandestini arrivassero con voli di linea, non cambierebbe nulla: sempre i problemi rimarrebbero quelli che sono, non ci sarebbe modo di speculare sui sentimenti umanitari e sull’umanitario business della buona coscienza e le speculazioni politiche buoniste sarebbero sempre lì, in bella mostra.
          Noi occidentali ci stiamo condannando all’estinzione: mai vista una cosa del genere nella storia umana. Sono civiltà che non hanno più nulla da esprimere che si lasciano morire: ma nel trionfo tecnologico e non solo – si può discutere anche di questo, eventualmente – dell’Occidente, è una cosa assurda, sconcertante, da nausea sartriana, vorrei dire, lo spettacolo di questo geno-suicidio demografico. Gli immigrati fanno più in fretta, al ritmo con cui arrivano, si ricongiungono ai familiari che richiamano, si riproducono e si integrano bruocraticamente con lo jus soli, di quanto possiamo sperare che rinuncino alla loro identità per prendersi quella di chi si è fatto fuori da solo. E’ un po’ duro, detto così: ma mi sa che è così.

  3. Cisco scrive:

    Grande testimonianza che invita alla conversione. E anche alla conversione di coloro che potrebbero fare qualcosa per fermare questo drammatico commercio umano.

  4. Raider scrive:

    Spero mi sia data la possibilità di rispondere a Andrae UDT e a Sain-Juste.

    • Saint-Juste scrive:

      pero’ c’e’ anche da dire che nella storia i popoli, le razze e i continenti si sono sempre mischiati, mossi, spostati. Pensi all’europa fin da prima dell’impero romano, quanta popoli si spostavano (esempio gli etruschi, originariamente venivavano dalla turchia o quelle zone), pensi alle invasion barbariche e a quello che hanno generato. Da un lato la fine dell’impero romano, dall’altro la formazione dell’italia (l’unione tra Goti, Longobardi etc etc). I continenti e i popoli non sono static Raider. Dove sta scritto che un popolo deve durare per sempre ? La nostra cultura e’ piaccia o no un prodotti di unione di alter culture. Lo so che e’ difficile da accettare. Ci vorra’ tanto di quell tempo per plasmare un nuovo popolo, nuovi popoli e nuovi continenti tanto che noi non ci saremo piu’ Raider (come e’ giusto che sia). Io non ho paura del diverso, dello straniero. E’ giusto mettere delle regole, questo si. Non mi arrabbio contro chi cerca di arrivare in Europa ma contro il menefreghismo dei paesi nordici. Un primo passo sarebbe quello di cambiare il protocollo di Dublino che obbliga a chi chiede asilo politico di restare nel paese dove e’ sbarcato….Ovvio che i paesi nordici non vogliono cambiare perche’ cosi tutti resterebbero da noi o in spagna. Sfido io, dove vuoi che sbarchino quelli proveniente dalla Libia o Tunisia, in Finlandia o Germania ?? Se l’Italia fa parte della UE allora uno che chiede asilo deve essere in grado di risiedere dove vuole anche in UK (caro David Cameron). Lastly but not least, lei ha parlato dei ricongiungimenti famigliari. I non sono d’accordo. Penso che il ricongiugimento famigliare sia un diritto sacrosanto. Le posso assicurare che duante i miei anni di lavoro in Africa sono dovuto stare lontano da mia moglie con la possibilita’ di ritornare solo un paio di volte l’anno. Le garantisco che e’ atroce stare lontani dale persone amate (fisicamente, affettivamente, etc). per questo io saro’ sempre favorevole a permettere alle famiglie di ricongiungersi. Sul resto si puo’ discutere ma su questo no. Bye !

      • Raider scrive:

        Saint-Juste, è bene cominciare dal fatto che i popoli così nomadi non sono, se non per cercare un posto in cui stabilirsi: hic manebimus optime. Si esce di corsa dal nomadismo per entrare, con le bjuone o (di regola) con le cattive nella civiltà e nella storia: entrandoci materialmente, come fu con le invasioni barbariche, messe in moto dai movimenti di gente più selvaggia, gli Hung Nu (gli Unni), esplusi dalle loro sedi dai più primitivi e feroci Hsien Pi.
        Sembra elementare, ma non dimentichiamo le lezioni della storia, visto che la storia che si insegna ogni a scuola manipola anche tutto questo: nei manuali scolastici le invasioni barbariche sono presentate come ‘migrazioni aramate': ma guai a chiamare ‘invasioni disamate’ i movimenti migratori in corso, che, per imponenza, tempistica e modalità (vengono imposte: con le buone – il buonismo – o con le cattive – le direttice eurocratiche, per es.). Le manipolazioni del linguaggio e delle verità cominciano da qui: e allora, diciamo, perlomeno, che migrazione non è nomadismo. I ‘nomadi’ che arrivano a frotte da noi non pensano, certo, a andare da altre parti, se trovano quello che vogliono: e men che meno, a tornarsene dove sono venuti, anche se le guerre finiscono, le emergenze cessano, le crisi vedono la fine, le dittature crollano. Le manipolazioni istituzionali e mediatiche, invece, probiscono di chiamare ‘invasione’ l’arrivo incontrollato di immigrati da ogni dove e per i motivi più vari: ma definiscono ‘deportazione’ l’idea di riportarli, in massa così come arrivano stipati su barconi, gommoni e traghetti, ai porti di partenza, rintracciabili per via satellitare. Le parole non hanno più senso, a questo punto, Saint-Juste: è qui la radice di una violenza che scerpa ingombranti radici da Preamboli genealogici che contrastano con l’evidenza dei fatti e il senso delle parole. Il fascismo, scriveva non ricordo chi, consiste nel ritenere di non avere alcun obbligo col passato: non è una definizione che vada bene per tutti, ma è un modo per dire che quello che subiamo è fascismo. Dire che è ‘immigrazione’ se arrivano centinaia di migliaia di immigrati clandestini o autorizzati da ricongiungimenti familiari da aree del mondo in cui le famiglie sono estese (per es., fratelli e sorelle della Kyenge sono 37: ciascuno dei quali con figliolanza e collaterali) e i registri anagrafici sono piuttosto aleatori: mentre è ‘deportazione’, in spregio al senso preciso del termine, riprotare indeitro barconi carichi all’inverosimile, è la prova provata lessicale di una precisa volontà politica che non c’entra l’arrivo di le poche migliaia di lavoratori regolarmente autorizzati e con permesso di lavoro temporaneo che tengono a ricongiungersi temporaneamente.
        Lei sostiene che un popolo non deve vivere per sempre: ma nemmeno deve sparire come stiamo permettendo che avvenga, per giunta, gioendo di questa radiosa prospettiva. E sull’interazione con altre culture, è, appunto, cosa ben diversa dalla fusione che nonj so nemmeno quanto sponatanea. Si può discutere, se e quanto sia o sia stato davvero così, caso per caso, quando circolavano, eventualmente, merci e mercanti, libri e idee, ma non masse che determinano quella che si configura come una sostituzione di popolazione. A cui si ha tutto il diritto di dire NO! Non vedo perchè dovremmo essere contenti di vedere la nostra cultura diluita da un mix multiculturalista in cui dissolvere le specificità nazionali e antropologiche; e né perché sarebbe preferibile o più cool diventare tutti come mr. Obama, i flgi della Kyenge o di Bill de Blasio. Rispettiamo tutti, ma rispettiamo e facciamo rispettare il valore della unicità di quello che siamo.
        NO ALL’IMMIGRAZIONE!

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