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Stanze del buco a Milano? Berdini (Pars): «Così il Comune diventa uno spacciatore»

luglio 4, 2012 Leone Grotti

Pisapia vuole aprire tre stanze del buco a Milano. Intervista a José Berdini, responsabile delle comunità Pars: «Così il Comune afferma che l’uomo è un oggetto e non una persona che desidera l’infinito».

«Il concetto che sta dietro alla sala delle iniezioni è semplice: drogatevi, morite, ma lasciateci tranquilli». Dopo Silvio Cattarina, tempi.it ne discute con José Berdini, responsabile delle comunità Pars, che operano nel campo del recupero dei tossicodipendenti. Berdini critica a spada tratta l’iniziativa della giunta Pisapia, che all’interno della delibera MilanoRadicalmenteNuova sta raccogliendo cinquemila firme per portare in Consiglio comunale la proposta di aprire a Milano tre sale da iniezione, dove i drogati possano entrare e iniettarsi sostanze stupefacenti illegali come l’eroina in condizioni sanitarie sicure e assistiti da medici.

Come giudica la proposta della giunta Pisapia?
È come se dicesse: drogatevi, morite ma lasciateci tranquilli. Questa è l’idea di alcuni signori e logge che non sapendo cosa offrire in cambio della droga, e questo dovrebbe farci riflettere tutti, si trasformano in spacciatori. Il problema di fondo è proprio che non sanno cosa offrire in cambio e usano la scusa della libertà del drogato. Ma chi si droga non è libero perché quella vita divora tutto.

L’iniziativa è già una realtà in paesi come Olanda e Svizzera.
È un tentativo ben conosciuto, c’è dagli anni 60, da tempo lo Stato droga i drogati anche in Italia. I servizi pubblici hanno assunto questo ruolo di fornire farmaci sostitutivi, come il Metadone, o psicofarmaci. Nei Sert la regola è una: più è alto il rischio di overdose in un individuo e più è grande la dose di Metadone che gli si fornisce. Ma fare anche delle sale di lusso è una ulteriore conferma dell’arrendevolezza delle istituzioni pubbliche. È gravissimo.

Perché?
Perché lo Stato si rende complice di un crimine, di un reato, perché offre degli spazi pubblici a persone che sono complici della mafia e del terrorismo. E dico questo dopo aver letto quello che ha scritto il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, secondo cui chiunque acquisti droga finanzia la mafia e il terrorismo. Che lo Stato sia complice di tutto questo, offrendo spazi pubblici puliti, e magari con qualche bambola gonfiabile, è pazzesco. Io fossi nel Comune di Milano poi starei molto attento, perché potrebbe anche accadere che chi deve badare ai drogati, compri da loro la droga.

Qual è la concezione del tossicodipendente che una proposta come quella della stanza del buco veicola?
Alla persona unica e irripetibile, come è concepita nel cristianesimo, si sostituisce un’affermazione di libertà per cui tutto è uguale a tutto. Il soggetto diventa solo qualcosa da gestire. Questo modo autoritario con cui la persona viene gestita dallo Stato è simile al nazismo. Qui si sente tutto il peso della debolezza italiana ed europea sul fronte educativo: accettare gli altri è molto diverso dal dargli la possibilità di morire. L’idea purtroppo è proprio questa: crepa e lasciami tranquillo. Gli si dà un luogo dove drogarsi, come se le droghe non facessero male. Ma siccome si sa che i tossicodipendenti sono pericolosi, si cerca per loro un luogo appartato. Ma perché questi signori non li ospitano in casa loro, se sono tanto liberi da preparargli salotti comodi e puliti? Anzi, siccome Milano è una città molto grande, invece che delle sale perché non predispone dei capannoni?

C’è un’alternativa alle stanze del buco?
Sì, l’alternativa sono le realtà come la nostra. Noi non abbiamo grandi numeri, quindi questi signori pensano che il problema debba essere risolto a monte, cioè drogando le persone. Ma la nostra realtà parte dall’educazione e mira a far capire ai tossicodipendenti che il loro io non è un caso, ma è prezioso, vale molto di più della droga che può dargli il Comune. Con l’educazione, l’intervento oculato della psicoterapia e un uso attento dei farmaci puntiamo sullo schema della comunità. Qui ci sono persone che aiutano i drogati a camminare in un percorso che li faccia uscire dal tunnel. E abbiamo successo, quindi non capiamo perché lo Stato preferisca dare alle persone droghe o preparargli un luogo dove drogarsi invece che mandare le persone in comunità, dove possono guarire. Che il drogato vada “gestito” è una diavoleria pensata negli anni 80, che ha riempito i reparti di psichiatria di persone ingestibili. Le zone dove si trovano gli uffici del Sert sono malfamate e infestate da spacciatori.
Lo Stato poi cerca di far diventare anche le comunità luoghi di cronicità, inviando solo le persone che non riescono a gestire in nessun modo, dopo averle rovinate. E perché fanno tutto questo? Per affermare il principio che l’uomo è un oggetto da gestire e non una persona a cui far desiderare l’infinito.

Come potrebbe cambiare questa situazione?
Noi proponiamo la riforma dei servizi pubblici che si occupano di dipendenza patologica. O si decide di curare, e non cronicizzare, oppure, visto che siamo in epoca di tagli, mettiamo il mondo dei servizi pubblici, come i Sert, sotto il mantello della psichiatria. È una provocazione, io ovviamente propendo per il curare ma sono anni che chiediamo ai governi di destra e sinistra, e ora a Monti, di fare una riforma. Ma nessuno ci ascolta. Allora cronicizziamo tutto. Il Comune di Milano con questa iniziativa dimostra la volontà di creare cimiteri ambulanti. Sembra di essere in un film horror. La situazione è gravissima. Invece di drogare le persone, insisto, perché non valorizziamo le nostre cose buone, cioè le comunità di recupero, e magari non le esportiamoin tutto il mondo? Ci vergogniamo delle poche cose buone che abbiamo?

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7 Commenti

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    Nella prima domanda risponde dando già una risposta ai suoi dubbi… ignorante, proprio perchè ignora una condizione sociale, dice di offrire altro che non sia droga, e alla fine dice che la droga ti prende tutto… è chiaro che allora non sa neanche ragionare con una certa logica… Non è che ad un tossicodipendente (di eroina poi) puoi far fare quello che vuoi tu, non sarà una gita in campagna a disintossicarlo, la prima cosa di cui ha bisogno è un sostegno psicologico, ma non può smettere di drogarsi immediatamente, e poi è psicologicamente provato che il posto in cui una persona assume droga, evochi la dipendenza grazie ad un associazione ambiente-effetto droga, e quindì dare loro un posto neutro non familiare può aiutarli ad evitare poi le ricadute che accadono frequentemente dopo “ricoveri” nei centri di disintossicazione.
    Perchè lì imparano a disintossicarsi, in quell’ambiente, ma appena tornano a casa dove si drogavano prima, ritorna lo stimolo della dipendenza e ricadono. Avendo invece un posto pulito e neutro, ogni altro posto potrà essere frequentato dopo la disintossicazione senza che a questi venga associato qualche ricordo della dipendenza, e la percentuale di ricadute cadrebbe considerevolmente!

  3. Luca Mainini scrive:

    “è psicologicamente provato che il posto in cui una persona assume droga, evochi la dipendenza grazie ad un associazione ambiente-effetto droga”. Ettore queste sono le tue parole, quindi anche la stanza del buco diventa un luogo in cui si risente dello stimolo di cui parli. Questo riflesso è comunque una concausa, non la causa principale, e quindi non è il problema principale; nei centri di recupero si creano delle situazioni più favorevoli al disintossicamento e questo è possibile sia grazie alle persone che sono coinvolte sia per le collaborazioni con psichiatri che tramite una graduale diminuzione dei dosaggi e una terapia psicologica portano le persone ad una situazione più stabile. Chiaramente persone che sono diventate tossicodipendenti dimostrano maggiore debolezza rispetto agli ambienti che frequentano ma con il sostegno di qualcuno che voglia davvero il loro bene.
    Di sicuro non è dandogli un posto comodo per drogarsi in SOLITUDINE che li si aiuta.

L’Osservatore Romano

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